È MORTO CARLO PETRINI, IL FONDATORE DI SLOW FOOD. I FUNERALI DOMENICA A POLLENZO

Carlo Petrini, il "Carlin" di Bra che aveva trasformato una chiocciola in un simbolo riconoscibile in mezzo mondo, è morto nella tarda serata di ieri, giovedì 21 maggio nella sua abitazione, nel Cuneese. Aveva 76 anni. Ad annunciarlo è stato il movimento da lui fondato quarant'anni fa.


Per l'ultimo saluto la famiglia e Slow Food hanno scelto Pollenzo. La camera ardente sarà allestita sabato 23 e domenica 24 maggio, dalle 9 alle 19, nella Sala Rossa dell'Agenzia, il complesso carloalbertino che ospita l'Università di Scienze Gastronomiche, la Banca del Vino e l'albergo con ristorante. La commemorazione pubblica si terrà domenica 24 maggio alle 11.30 nel quadrilatero dell'Agenzia. Difficile immaginare cornice più coerente con la sua biografia: quel luogo lo aveva voluto, pensato e in buona parte costruito quale cattedrale laica di un'idea di cibo che per lui non era mai stata soltanto questione di gusto. Il Comune di Bra ha proclamato il lutto cittadino per la giornata di domenica.

 

Da Bra al mondo

 

Figlio di un ferroviere e di un'ortolana, Petrini aveva attraversato la politica di movimento di sinistra degli anni Settanta prima di scoprire che la sua vera battaglia si poteva combattere anche a tavola. Giornalista, scrittore, agitatore culturale, nel 1986 diede vita a un sodalizio che si proponeva di promuovere la tradizione culinaria italiana e un modello gastronomico attento alla sostenibilità, alla biodiversità e alle tecniche di coltivazione rispettose della terra. Nacque l’Arcigola che poi si trasformò in qualcosa di più ambizioso, con un nome che era già un manifesto: Slow Food, contrapposto per definizione al fast food e alla logica frenetica e omologante della grande industria alimentare. Tre anni dopo, a Parigi, il Manifesto venne sottoscritto da oltre venti delegazioni internazionali e Petrini fu eletto presidente, ruolo che avrebbe mantenuto fino al 2022.

 

Agricoltura come fatto culturale e civile

 

Il contributo più importante di Petrini al dibattito pubblico non sta tanto nell'aver fondato un'associazione di successo, quanto nell'aver cambiato le categorie con cui si guarda al lavoro della terra. Per decenni il settore primario era stato raccontato quasi esclusivamente nei termini dell'economia agraria: ettari, quintali, margini di profitto. Petrini introdusse con ostinazione un'altra grammatica: quella per cui chi semina, alleva e pesca con metodi tradizionali non è semplicemente un produttore, ma il custode di un patrimonio collettivo che incide sull'ambiente, sul paesaggio, sulla memoria e sulla salute di intere comunità. Terra Madre, la rete internazionale da lui promossa, ha dato voce a contadini, pastori, pescatori e piccoli trasformatori sparsi in centocinquanta paesi, uniti dalla difesa della sovranità alimentare e della biodiversità. L'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, inaugurata nel 2004, fu la conseguenza logica di questo ragionamento: se il cibo è cultura, merita una cattedra.

 

Un laico in Vaticano

 

Tra le pagine più insolite della sua biografia figura il rapporto con papa Francesco, costruito su una consonanza intellettuale che attraversava, indenne, la distanza confessionale. Il Pontefice lo aveva pubblicamente definito un "agnostico pio", riconoscendogli una profonda sensibilità verso il creato che suppliva, a suo giudizio, alla mancanza di fede formale. Petrini ricambiava con un'ammirazione dichiarata per la Laudato si', che considerava il documento più importante scritto in quegli anni sul rapporto tra umanità e ambiente. Il risultato fu qualcosa di oggettivamente raro: la prefazione all'edizione italiana dell'enciclica, pubblicata dalle Edizioni San Paolo, porta la firma di un laico non credente. Non era mai accaduto prima con un documento pontificio di quel rango: la cosa non passò inosservata, soprattutto nel campo cattolico. Da quella collaborazione nacquero nel 2017 le Comunità Laudato si', realtà territoriali sparse in tutta Italia, di cui Petrini fu co-fondatore insieme al vescovo Domenico Pompili.

 

Le riserve e le contraddizioni

 

Un ricordo equilibrato non può sorvolare sulle tensioni che hanno accompagnato il suo percorso. Sul fronte scientifico Petrini ha portato avanti per decenni una battaglia netta contro gli organismi geneticamente modificati, contro la chimica in agricoltura, contro quello che definiva il modello industriale del cibo. Posizioni che lo hanno messo ripetutamente in conflitto con buona parte della comunità scientifica internazionale, la quale considera le tecnologie non solo legittime ma indispensabili: strumenti concreti per nutrire una popolazione mondiale in crescita, ridurre l'uso di fitofarmaci e affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici. Il consenso scientifico su questi temi è ampio e solido e le riserve di Petrini, per quanto espresse con sincera convinzione, non trovano riscontro nei dati. La coerenza non gli è mai mancata; la disponibilità al confronto con i dati, qualche volta sì.

 

C'era poi una contraddizione che i critici più attenti gli hanno fatto notare nel tempo: il modello Slow Food, nella sua versione più compiuta, parla a chi può permettersi di scegliere. Il presidio, la certificazione, il prodotto tutelato hanno un prezzo che li rende spesso estranei alle cucine di chi lavora con poco tempo e pochi soldi. Un'aristocrazia del gusto mascherata da progetto democratico, sostenevano alcuni. Petrini ne era consapevole, e nei suoi scritti più maturi aveva cercato di fare i conti con questo limite, senza però risolverlo del tutto.

 

Un fenomeno difficile da classificare

 

Al netto di meriti e limiti Petrini resta un caso raro nella storia culturale italiana recente: un uomo che ha trasformato un'intuizione in un movimento globale, quel movimento in un'istituzione accademica riconosciuta a livello internazionale, e tutto questo in un'agenda capace di arrivare alle Nazioni Unite, alla FAO e ai Sinodi vaticani. Nel 2013 fu nominato co-vincitore del premio Champion of the Earth del Programma ONU per l'Ambiente; nel 2016 divenne Ambasciatore Speciale FAO per il programma Fame Zero in Europa. Aveva frequentazioni ai poli opposti della politica e della geografia: da papa Francesco a re Carlo d'Inghilterra, dai circoli della sinistra ai salotti del centrodestra.

 

Ciò che resta, oltre le polemiche e le celebrazioni, è l'intuizione di fondo: che il cibo sia uno dei luoghi in cui si decide che tipo di società vogliamo essere. Un'idea che, quando Petrini cominciò a sostenerla, sembrava visionaria. Oggi è quasi ovvia, il che è, probabilmente, la misura più onesta del suo lascito.

 

La redazione di Agrinews Italia esprime le condoglianze alla famiglia e all'intera comunità di Slow Food.

 

Foto: Slow Food