AGRICOLTURA EUROPEA AL BIVIO TRA AMBIZIONE E TENUTA ECONOMICA
Ercole Zuccaro
La plenaria del Parlamento europeo di questa settimana è un momento di verifica politica su come l’Unione intenda governare le grandi transizioni agroalimentari in atto e, soprattutto, su chi ne sosterrà i costi.
I dossier in discussione – commercio internazionale, regole di filiera, vino e clima – mostrano una direzione ormai consolidata: apertura dei mercati, rafforzamento della regolazione e innalzamento degli obiettivi ambientali. Meno evidente è l’equilibrio tra queste ambizioni e la sostenibilità economica delle imprese agricole, in particolare in Paesi quali l’Italia, dove la frammentazione aziendale e l’elevato costo dei fattori produttivi riducono i margini di adattamento.
L’accordo UE-Mercosur farà ancora discutere a lungo. Il rafforzamento della clausola di salvaguardia migliora la capacità di reazione dell’Unione, ma non affronta il nodo strutturale della concorrenza tra sistemi produttivi che operano con regole diverse. Per l’Italia il rischio non riguarda solo la zootecnia, ma anche comparti quali il riso, concentrati territorialmente e già esposti alla pressione delle importazioni. In questi casi il problema non è solo l’aumento dei volumi, ma l’effetto sui prezzi all’origine e sulla tenuta di filiere che hanno poco spazio per assorbire nuovi shock.
Più concreto appare il rafforzamento delle norme contro le pratiche commerciali sleali. Qui l’Europa riconosce esplicitamente che il mercato interno non è neutrale e che il potere contrattuale conta. L’obbligo per le autorità di intervenire d’ufficio anche in assenza di denuncia segna un cambio di passo importante. La vera incognita è l’attuazione: senza controlli efficaci e risorse adeguate il rischio è che le nuove regole restino sulla carta.
Il pacchetto vitivinicolo indica un altro cambio di paradigma. Meno espansione, più gestione dell’offerta. Per l’Italia, leader mondiale del comparto, è una scelta necessaria ma selettiva. Ridurre il potenziale produttivo senza una strategia chiara di posizionamento, innovazione e valorizzazione rischia di trasformare una riforma strutturale in una misura difensiva.
Infine il clima. L’obiettivo al 2040 rafforza il ruolo dell’agricoltura quale leva ambientale, ma il tempo della retorica è finito. Senza strumenti economici coerenti e politiche di accompagnamento efficaci la transizione rischia di tradursi in un’ulteriore compressione dei margini aziendali.
La domanda di fondo è: l’agricoltura europea sarà accompagnata nel cambiamento o semplicemente adattata per via regolatoria? Dalla risposta dipenderà non solo la competitività, ma la stessa capacità produttiva del settore.