APICOLTURA, LA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA PASSA DA PRODUTTIVITÀ, QUALITÀ E INNOVAZIONE
L'apicoltura italiana torna a crescere sul piano produttivo, ma la redditività delle aziende continua a essere il principale nodo da sciogliere. È il quadro delineato dal rapporto "Analisi di contesto e risultati economici dell'apicoltura italiana 2023-2024", realizzato dal CREA, che analizza l'evoluzione strutturale ed economica del comparto, sempre più condizionato dagli effetti del cambiamento climatico, dall'aumento dei costi di produzione e dalla concorrenza del miele importato.
L'Italia guida l'Europa per numero di alveari
Con oltre 1,5 milioni di alveari censiti nel 2024, l'Italia si conferma il primo Paese dell'Unione europea per patrimonio apistico. Nel biennio 2023-2024 la produzione nazionale di miele è risalita a circa 44 mila tonnellate, con un incremento del 16% rispetto al biennio precedente, anche se i volumi restano inferiori alle migliori campagne produttive degli ultimi anni.
Il comparto mantiene una funzione strategica non soltanto per la produzione di miele, ma anche per il servizio di impollinazione, fondamentale per molte colture agricole e per la conservazione della biodiversità. Tuttavia la crescente frequenza di gelate tardive, siccità, ondate di calore e precipitazioni intense rende sempre più instabile la produzione, riducendo la disponibilità di nettare e incidendo sulla vitalità delle colonie. A queste criticità si aggiungono la diffusione di patologie come la varroosi e la pressione di predatori invasivi quali Vespa velutina, Vespa orientalis e Aethina tumida.
Margini sempre più ridotti
L'indagine, realizzata su 769 aziende apistiche, rappresentative dell'87% del campione previsto, evidenzia una situazione economica complessa. La resa media è stata pari a 19 chilogrammi di miele per alveare, con una produttività di circa 186 euro per alveare. La redditività, però, rimane limitata e si ferma sotto i 65 euro per alveare, penalizzata dall'aumento delle spese di gestione.
Il costo variabile della produzione raggiunge 3,6 euro al chilogrammo, mentre il costo operativo supera 6,4 euro/kg. Considerando anche il lavoro familiare, il costo economico totale arriva a circa 9,7 euro/kg, un livello che rende difficile garantire margini soddisfacenti nelle annate meno produttive. Secondo gli economisti del CREA, soltanto le aziende che superano una resa di 20 chilogrammi di miele per alveare riescono a coprire integralmente tutti i costi di produzione e a raggiungere il punto di pareggio economico.
Più valore con biologico e vendita confezionata
Lo studio evidenzia anche gli elementi che consentono di migliorare la sostenibilità economica delle imprese. Le aziende biologiche, che rappresentano ormai il 28% del campione, mostrano risultati migliori rispetto a quelle convenzionali, così come gli apicoltori che commercializzano il miele già confezionato. Oltre il 90% delle aziende confeziona almeno una parte della produzione, mentre soltanto il 9% vende esclusivamente miele sfuso, confermando la crescente attenzione verso la valorizzazione commerciale del prodotto. Anche il nomadismo continua a rappresentare un elemento distintivo dell'apicoltura professionale italiana: interessa circa il 23% degli apicoltori ma coinvolge oltre la metà degli alveari nazionali, consentendo di seguire le diverse fioriture e migliorare le rese produttive.
Competitività legata alla qualità
Secondo il CREA il futuro del comparto dipenderà dalla capacità di aumentare l'efficienza aziendale, valorizzare il miele italiano attraverso qualità, tracciabilità e differenziazione commerciale e sfruttare al meglio gli strumenti messi a disposizione dalla PAC 2023-2027, che destina all'apicoltura oltre 83 milioni di euro. Innovazione gestionale, assistenza tecnica e investimenti rappresentano le leve principali per rafforzare la competitività di un settore che continua a svolgere un ruolo essenziale per l'agricoltura e per gli equilibri degli ecosistemi.