CEREALI, IL MAR NERO RIACCENDE I RISCHI COMMERCIALI MENTRE IL MAIS AMERICANO FRENA I RINCARI

Gli attacchi alle navi mercantili complicano i traffici cerealicoli, ma le maggiori disponibilità statunitensi contribuiscono a contenere i prezzi. Per gli operatori italiani diventano decisive le condizioni effettive di approvvigionamento.

 

La sicurezza delle rotte del Mar Nero torna a essere un elemento di incertezza per il commercio internazionale dei cereali. Gli attacchi con droni contro navi mercantili nelle acque prossime alla Bulgaria, condannati il 13 ottobre dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, hanno riacceso i timori per la continuità delle esportazioni dall'area ucraina. Le possibili conseguenze sui mercati devono però essere valutate alla luce di una situazione produttiva mondiale che, soprattutto per il mais, presenta disponibilità importanti. È proprio il confronto tra i rischi per la navigazione e l'abbondanza dell'offerta internazionale a caratterizzare questa fase. Le difficoltà dei trasporti possono rendere più costose o meno regolari alcune forniture, senza necessariamente provocare un aumento generalizzato delle quotazioni. Per comprendere le ricadute sull'agroalimentare italiano occorre quindi considerare insieme produzione, scambi commerciali e prezzi.

 

Mais, le previsioni americane sostengono l'offerta mondiale

 

Un elemento significativo arriva dal rapporto WASDE del Dipartimento dell'Agricoltura statunitense, pubblicato il 9 ottobre. Per la campagna 2026/27, l'USDA ha rivisto al rialzo di circa 10,3 milioni di tonnellate le disponibilità complessive di mais degli Stati Uniti rispetto a settembre, grazie a maggiori scorte iniziali e a una produzione superiore alle precedenti stime.


Il raccolto americano è ora previsto intorno a 407 milioni di tonnellate. La revisione riflette soprattutto il miglioramento delle rese attese, mentre le superfici destinate alla raccolta rimangono sostanzialmente invariate. Anche le scorte finali sono state aumentate, nonostante la crescita prevista dei consumi interni e delle esportazioni. Questi dati contribuiscono a ridimensionare il rischio di una carenza generalizzata di mais sui mercati internazionali. La disponibilità di prodotto statunitense rappresenta infatti un elemento di equilibrio rispetto alle difficoltà che potrebbero interessare altre origini commerciali, anche se distanze, costi di trasporto e caratteristiche della merce non rendono automaticamente intercambiabili tutte le forniture.

 

Italia, meno mais importato e più grano tenero

 

La situazione interessa direttamente l'Italia, che dipende in misura significativa dagli acquisti esteri per soddisfare il fabbisogno dell'industria molitoria e mangimistica. Secondo le elaborazioni Anacer sui dati provvisori Istat, nei primi sette mesi del 2026 le importazioni italiane di mais sono scese a 3,99 milioni di tonnellate, il 6,7% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. La spesa è diminuita del 10,8%, attestandosi a 950,8 milioni di euro.


Per il grano tenero si registra invece un andamento opposto nelle quantità: gli acquisti dall'estero sono aumentati dell'8,4%, raggiungendo 3,88 milioni di tonnellate, mentre il valore complessivo è diminuito dell'1,5%, a 874,7 milioni di euro. Considerando insieme cereali, semi oleosi e farine proteiche, le importazioni sono cresciute del 2,1% in quantità, ma il loro valore è diminuito del 4,6%. È un'indicazione significativa dell'andamento relativamente favorevole dei prezzi all'importazione nella prima parte dell'anno, pur con differenze tra i singoli prodotti.

 

Quotazioni italiane, rialzi ancora contenuti

 

Anche le rilevazioni dei mercati nazionali, almeno per il momento, non mostrano aumenti tali da far pensare a una nuova fase di forti rincari. Nella settimana dal 12 al 18 ottobre, come rileva Crefis, il mais nazionale contratto 103 ha raggiunto a Milano 256 euro per tonnellata, con un incremento dello 0,8% rispetto alla settimana precedente. Il mais nazionale con caratteristiche specifiche è salito a 286,50 euro e quello comunitario a 293,50 euro per tonnellata, entrambi in aumento dello 0,7%.


Per il frumento tenero speciale di forza, la quotazione rilevata a Bologna è rimasta stabile a 275 euro per tonnellata. Anche questi dati confermano un mercato che registra movimenti limitati, senza evidenze di una reazione generalizzata agli ultimi sviluppi nel Mar Nero.

 

Per le filiere conta il costo della merce consegnata

 

La relativa stabilità delle quotazioni non esclude tuttavia difficoltà per gli utilizzatori italiani. Il prezzo effettivamente sostenuto da molini e mangimifici dipende anche da noli marittimi, assicurazioni, movimentazione portuale e tempi di consegna, componenti che possono aumentare quando la sicurezza della navigazione peggiora. Le conseguenze variano lungo la filiera. Eventuali rialzi dei prezzi possono favorire i cerealicoltori che dispongono di prodotto da commercializzare, mentre incidono sui costi delle imprese mangimistiche e degli allevamenti. Per l'industria molitoria assume inoltre rilievo la disponibilità di grani con caratteristiche qualitative adeguate alle diverse lavorazioni.


Il mercato cerealicolo si trova dunque a confrontarsi con due tendenze differenti: da una parte le incertezze geopolitiche e logistiche del Mar Nero, dall'altra le maggiori disponibilità produttive, soprattutto americane, che contribuiscono a contenere le quotazioni internazionali. Per gli operatori italiani sarà importante verificare nelle prossime settimane se le difficoltà della navigazione si tradurranno in maggiori costi delle forniture oppure se l'abbondanza dell'offerta mondiale continuerà a compensarne gli effetti. La distinzione tra andamento dei prezzi agricoli e costo effettivo degli approvvigionamenti rimane essenziale per valutare le conseguenze economiche sulla filiera.