CEREALI, L’ITALIA IMPORTA QUASI 11 MILIONI DI TONNELLATE IN CINQUE MESI
Nei primi cinque mesi del 2026 l’Italia ha importato 10,8 milioni di tonnellate tra cereali, semi oleosi e farine proteiche, praticamente sugli stessi livelli dello scorso anno. A cambiare in misura molto più netta è il valore degli acquisti: la spesa scende a 3,51 miliardi di euro, quasi 300 milioni in meno rispetto al periodo gennaio-maggio 2025. È il dato centrale dell’ultima elaborazione Anacer su base Istat, che fotografa una filiera ancora fortemente dipendente dalle forniture internazionali, ma in una fase di prezzi medi all’import sensibilmente inferiori.
Nel complesso, i quantitativi acquistati dall’estero diminuiscono dello 0,5%, mentre il valore delle importazioni arretra del 7,9%. La differenza tra le due variazioni indica con chiarezza il peso della componente prezzo: l’Italia continua ad acquistare volumi elevati di materie prime agricole, ma a valori unitari medi più bassi rispetto a un anno fa. Il fenomeno emerge soprattutto nei tre principali cereali destinati all’alimentazione umana e zootecnica.
Le importazioni di frumento tenero salgono a 2,796 milioni di tonnellate, il 3,9% in più rispetto ai 2,690 milioni dei primi cinque mesi del 2025. Il valore, invece, scende da 676,4 a 628,4 milioni di euro, con una flessione del 7,1%. Rapportando valore e quantità, il valore medio unitario delle importazioni passa indicativamente da circa 251 a 225 euro per tonnellata, con una diminuzione superiore al 10%.
È un dato particolarmente rilevante per l’industria molitoria italiana, che presenta una dipendenza strutturale dall’estero per il frumento tenero. Agrinews Italia aveva già evidenziato a maggio, in occasione dell’assemblea annuale Anacer, come il fabbisogno nazionale continui a richiedere consistenti approvvigionamenti internazionali per sostenere molini, industria alimentare e filiere dei prodotti da forno.
Per il mais la dinamica è diversa. Nei cinque mesi gli acquisti scendono da 3,243 a 2,997 milioni di tonnellate, con una contrazione di circa 246 mila tonnellate, pari al 7,6%. La spesa diminuisce ancora più rapidamente, da 822,8 a 724,7 milioni di euro, il 12% in meno. Anche in questo caso il valore medio unitario risulta più basso, passando indicativamente da 254 a 242 euro per tonnellata. Quasi 3 milioni di tonnellate di mais importato in soli cinque mesi restano comunque un volume significativo per il sistema agroalimentare italiano. La maidicoltura nazionale continua infatti a coprire soltanto una parte del fabbisogno dell'industria mangimistica e degli allevamenti, mentre l'approvvigionamento dall'estero svolge un ruolo determinante soprattutto nelle filiere zootecniche del Nord Italia.
Il grano duro presenta invece una riduzione sia delle quantità sia, soprattutto, dei valori. Le importazioni passano da 1,309 a 1,255 milioni di tonnellate, con un calo del 4,1%, mentre la spesa scende da 423,1 a 347,6 milioni di euro, quasi il 18% in meno. Il valore medio indicativo del prodotto importato si riduce così da circa 323 a 277 euro per tonnellata. La dinamica si inserisce in un mercato del duro già caratterizzato durante l'estate da quotazioni agricole sotto pressione e da una maggiore disponibilità della produzione nazionale. Il rapporto tra raccolto italiano, scorte, importazioni e domanda dell'industria pastaria resta quindi uno dei principali elementi da osservare nei prossimi mesi.
Sul fronte delle materie prime proteiche, essenziali soprattutto per la zootecnia, le farine proteiche e vegetali restano sostanzialmente stabili nei volumi: 1,137 milioni di tonnellate contro 1,141 milioni del 2025. Il loro valore scende invece del 7,4%, a 346,6 milioni di euro. Per semi e frutti oleosi la tendenza è opposta sul piano quantitativo: gli acquisti aumentano di circa 65 mila tonnellate e raggiungono 1,228 milioni, mentre il valore diminuisce leggermente a 570,9 milioni di euro.
Anche il riso mostra una divaricazione tra quantità e valori. Le importazioni crescono del 6,9%, raggiungendo 154 mila tonnellate, ma la spesa diminuisce del 7,1%, a 123,9 milioni di euro. Per i mangimi a base di cereali, invece, il calo interessa entrambe le componenti: -15% nei quantitativi e -10% nei valori.
Export in calo, ma pasta e farine tengono
Sul versante delle esportazioni il quadro resta complessivamente negativo, anche se con differenze molto marcate tra le diverse voci. Nei primi cinque mesi del 2026 l’Italia ha esportato 2,064 milioni di tonnellate dei prodotti considerati da Anacer, il 4,5% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il valore scende del 2,5%, da 2,493 a 2,432 miliardi di euro.
La contrazione più evidente riguarda i cereali in granella, le cui esportazioni si riducono da 121 mila a poco meno di 51 mila tonnellate. Diminuiscono anche il riso, da 310 mila a 288 mila tonnellate, e i prodotti trasformati, che scendono da 405 mila a 347 mila tonnellate.
In controtendenza si muove la farina di grano tenero, con esportazioni salite a 166.806 tonnellate, circa 20 mila in più rispetto allo scorso anno, e un valore cresciuto da 119,1 a 133,6 milioni di euro.
Continua a crescere anche l'export di pasta alimentare. Tra gennaio e maggio sono state esportate 967 mila tonnellate, il 2,7% in più rispetto alle 942 mila tonnellate del 2025. Il valore scende tuttavia da 1,333 a 1,317 miliardi di euro, con una flessione dell'1,2%. Anche per uno dei principali prodotti simbolo dell'agroalimentare italiano emerge quindi una pressione sui valori medi di vendita: il volume aumenta, ma il fatturato generato dalle esportazioni diminuisce. Segno positivo, invece, per i mangimi a base di cereali, che crescono del 5,6% in quantità e del 5,8% in valore.
Il deficit commerciale si riduce di 238 milioni
Il risultato finale è un miglioramento della bilancia valutaria del settore. Nei primi cinque mesi del 2026 le importazioni hanno determinato un esborso di 3,514 miliardi di euro, mentre le esportazioni hanno generato introiti per 2,432 miliardi. Il saldo resta negativo per 1,082 miliardi di euro, contro un deficit di 1,320 miliardi nello stesso periodo del 2025. Il miglioramento è quindi pari a circa 238 milioni di euro, poco più del 18% rispetto al disavanzo registrato un anno prima. Deriva soprattutto dalla forte riduzione del valore delle importazioni, più rapida rispetto a quella dell'export.
La lettura del dato richiede tuttavia una distinzione tra miglioramento della bilancia commerciale e grado di autosufficienza produttiva. I quantitativi acquistati all'estero sono diminuiti appena dello 0,5% e restano superiori a 10 milioni di tonnellate in cinque mesi. Il minor deficit monetario è quindi legato in larga parte alla discesa dei valori unitari delle materie prime e non a una sostanziale riduzione della dipendenza dall'estero.
Il dato assume un peso ancora maggiore nell'attuale scenario internazionale. Le tensioni logistiche nel Mar Nero possono incidere soprattutto sulle filiere che presentano il maggiore fabbisogno di prodotto estero. Nel caso italiano, frumento tenero, mais e materie prime proteiche rimangono le aree più esposte a eventuali variazioni dei prezzi mondiali, dei noli e della disponibilità sui mercati internazionali. Anacer precisa inoltre che i dati gennaio-maggio sono costruiti sull'anno solare e servono alla lettura della bilancia commerciale. Per valutare correttamente i flussi cerealicoli dal punto di vista della campagna di commercializzazione, il riferimento più appropriato resta il periodo 1° luglio-30 giugno.