CONFRONTO A TORINO SULLA PAC POST 2027: PIÙ SELETTIVA E TERRITORIALE

La PAC post 2027 è entrata in una fase di confronto più concreto. Il convegno che si è tenuto ieri a Torino nel grattacielo della Regione Piemonte, organizzato da Rete Pac, Crea, Regione Lombardia, Regione Piemonte, Regione Liguria e Regione Autonoma Valle d’Aosta, ha contribuito a mettere a fuoco alcune priorità operative. L’incontro “Futura PAC. La PAC post 2027 alla prova dei fatti” ha riunito istituzioni europee, nazionali e regionali, mondo della ricerca e rappresentanze agricole, offrendo un quadro articolato: la nuova Politica Agricola Comune dovrà confrontarsi con scelte più selettive, una maggiore attenzione ai territori e la necessità di mantenere una propria identità.

 

A introdurre il confronto è stato Paolo Bongioanni, assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, che ha posto con chiarezza il tema della governance, sottolineando il rischio di una marginalizzazione del ruolo delle Regioni in un’architettura sempre più centralizzata. Un rischio che si intreccia con quello, più ampio, della perdita di identità della Pac all’interno del fondo unico europeo. In videocollegamento il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha ribadito la posizione italiana nel negoziato, ricordando come il Governo abbia contrastato ipotesi di riduzione superiori al 20% del budget agricolo e rivendicando un incremento di circa un miliardo di euro. Lo stesso ministro ha collegato la tenuta della Pac alla sicurezza alimentare e agli investimenti strategici, quali l’agrivoltaico,  il cui finanziamento è passato da 3,6 a 8,1 miliardi di euro, con un risparmio stimato di circa 210 milioni l’anno e un impatto economico complessivo che potrebbe arrivare fino a 11 miliardi.

 

Il quadro europeo è stato delineato da Roberto De Giorgi, funzionario della Direzione Generale Agricoltura della Commissione europea, che ha illustrato una proposta di bilancio da circa 2.000 miliardi di euro, pari all’1,26% del Pil dell’Unione, con una dotazione Pac di circa 300 miliardi. Per l’Italia si parla di 81,2 miliardi complessivi, di cui circa 31 miliardi per i pagamenti diretti e oltre 47 miliardi di risorse non vincolate, con un vincolo del 10% per le aree rurali e una quota del 43% destinata agli obiettivi climatici. Philip Busch, della stessa Direzione Generale Agricoltura, e Andrea Tivoli, della Rappresentanza permanente italiana presso l’Unione europea, hanno insistito sulla continuità del modello di governance e sulla maggiore flessibilità concessa agli Stati membri, pur in un quadro regolatorio in evoluzione.

 

A riportare il dibattito sulla dimensione nazionale è stato Paolo Ammassari, direttore dello sviluppo rurale del Masaf, che ha evidenziato la complessità crescente degli strumenti programmatori, ricordando come il Piano Strategico Nazionale italiano superi le 4.600 pagine. Un dato che fotografa bene il rischio di iper-regolazione, a fronte di una capacità di spesa comunque elevata, attestata attorno al 99%.

 

Il cuore del confronto si è concentrato sulle differenze territoriali, tema introdotto da Patrizia Borsotto del Crea, che ha sottolineato come nel Nord-Ovest convivano modelli agricoli profondamente diversi e non riconducibili a una lettura unitaria. Un concetto sviluppato dagli interventi regionali, a partire da quello di Rita Cristina De Ponti, dirigente della Direzione Agricoltura della Regione Lombardia. La Lombardia rappresenta quasi il 12% del valore aggiunto agricolo nazionale, con aziende di dimensione media doppia rispetto alla media italiana, 78 produzioni DOP e IGP e 6 prodotti tra i primi 15 per valore economico secondo il rapporto ISMEA-Qualivita 2025. Nel PSR 2014-2022 ha mobilitato circa 1,5 miliardi di euro, destinando il 46% alle misure agroambientali e climatiche, il 35% all’innovazione, con 4.000 ettari di nuovi boschi in pianura e 237 interventi sui fontanili. La nuova programmazione, con 827 milioni di euro e una riduzione del 30% delle risorse, mantiene però una forte impronta ambientale, con il 54% degli interventi legati a questi obiettivi.

 

Di segno opposto, ma altrettanto emblematico, il caso ligure illustrato da Luigi Campomenosi, dirigente della Regione Liguria. Un territorio di 5.400 chilometri quadrati, di cui il 74% coperto da boschi, con una SAU estremamente ridotta e una popolazione concentrata per l’80% lungo la costa. In questo contesto la piana di Albenga, con soli 2.000 ettari, produce il 14% dell’ortoflorovivaismo italiano, esportando 100 milioni di vasi e generando circa mezzo miliardo di euro di valore. La Regione ha destinato l’80% delle risorse agli investimenti e ha finanziato mezzo milione di metri quadrati di muretti a secco, mentre nelle Cinque Terre l’agricoltura rappresenta il presupposto stesso del turismo, che supera i 2 milioni di presenze annue.

 

La dimensione montana è stata invece rappresentata da Speranza Giraud, assessore all’Agricoltura della Regione Valle d’Aosta, e da Alessandro Rota, presidente dell’Institut Agricole Régional, che hanno posto al centro il tema della multifunzionalità e della resilienza. Rota ha parlato di “staffetta generazionale” più che di ricambio, ricordando l’esistenza di oltre 400 consorzi e 173 consorzi di miglioramento fondiario, oltre al progetto Agri28 che coinvolge più di 40 soggetti. Il messaggio è chiaro: senza reddito adeguato, servizi e riconoscimento del ruolo ambientale dell’agricoltura, la montagna rischia di perdere la sua funzione produttiva e sociale.

 

Il focus piemontese sul ricambio generazionale - presentato da Anna Valsania, vice direttore dell’Agricoltura della Regione Piemonte, e da Paolo Balocco, direttore della Direzione Agricoltura e Cibo della Regione Piemonte -  ha fornito alcuni dei dati significativi. In Italia il rapporto tra giovani e anziani è pari al 53% contro il 71% europeo, mentre lo spopolamento delle aree rurali raggiunge il 6% per i giovani. In Piemonte l’età media degli agricoltori è di 58 anni e il 25% delle aziende è condotto da over 68, mentre i giovani rappresentano il 14,6%. Tuttavia, mostrano livelli di istruzione più elevati: il 47% possiede un diploma e il 17% è laureato. Tra il 2014 e il 2022 si sono insediati 2.310 giovani, con un tasso di abbandono inferiore al 2%. Il CSR regionale, dopo gli adeguamenti, raggiunge gli 818 milioni di euro, ma il dato politico è un altro: senza servizi, accesso alla terra e al credito, nessuna politica per i giovani sarà sufficiente.

 

Le tavole rotonde del pomeriggio hanno consolidato questi elementi. Il mondo agricolo, rappresentato tra gli altri da Enrico Allasia, presidente di Confagricoltura Piemonte,  Giovanni Cardone direttore della CIA ed Enrico Rinaldi vice direttore di Coldiretti, ha ribadito la centralità del reddito e della figura dell’agricoltore. Il sistema cooperativo, con Enrico Del Corso di Confcooperative, ha sottolineato il ruolo delle filiere e della dimensione regionale. Dal lato tecnico Andrea Ferla, in rappresentanza dell’Associazione Regionale Allevatori della Lombardia, ha richiamato la centralità della zootecnia e della formazione.

 

Nella seconda tavola rotonda, coordinata da Valentina Porcellana, docente di antropologia all’Università della Valle d’Aosta, il confronto si è spostato sul ruolo della conoscenza. Annalisa Cevasco, per ANCI Liguria, ha evidenziato il legame tra agricoltura e servizi locali, mentre Camillo Zaccarini di ISMEA ha portato dati sul credito, con un fabbisogno insoddisfatto cresciuto da 1,3 a 9 miliardi tra il 2017 e il 2022, e ha rilanciato il tema fondiario. Luca Grimaldi di ERSAF Lombardia ha sottolineato le difficoltà di tenuta delle aziende di montagna, mentre Stefano Aimone dell’IRES Piemonte ha indicato in coerenza e governance le chiavi per integrare le politiche. Federico Tinivella del CERSAA ha richiamato il ruolo dell’innovazione tecnologica, dalla sensoristica ai dati, mentre Serena Tarangioli del CREA ha chiuso i lavori sottolineando la necessità di aggiornare la conoscenza dei territori e riportare al centro il ruolo economico e sociale degli agricoltori.

 

Il confronto torinese restituisce una fotografia chiara della PAC post 2027: una politica chiamata a scegliere, a differenziare, a integrare. Non più una somma di misure, ma una strategia capace di tenere insieme competitività, sostenibilità e coesione territoriale. La prova dei fatti, come emerso con forza, sarà tutta nella capacità di tradurre queste priorità in strumenti concreti e coerenti.