Decreto Bollette: una bozza accende l’incertezza per il biogas agricolo

Negli ambienti dell’agricoltura e della bioeconomia circola da alcuni giorni una bozza del cosiddetto Decreto Bollette che contiene una revisione significativa dei meccanismi di sostegno alle energie rinnovabili. È bene chiarirlo subito: si tratta di una bozza, non ancora approvata né formalmente presentata, che circola tra gli addetti ai lavori. Tuttavia, il livello di dettaglio del testo è tale da aver generato una forte apprensione nel comparto del biogas agricolo, già segnato in passato da interventi normativi improvvisi.

Il punto più delicato riguarda la revisione dei Prezzi Minimi Garantiti (PMG) per biogas, biomasse e bioliquidi, introdotti come strumento transitorio per garantire la continuità produttiva agli impianti usciti dai regimi incentivanti storici.

 

Il ruolo dei PMG e la situazione attuale degli impianti agricoli

 

I Prezzi Minimi Garantiti sono stati concepiti come uno strumento di integrazione dei ricavi per impianti che, una volta terminati i meccanismi incentivanti originari, non riescono a sostenere i costi di esercizio affidandosi esclusivamente al mercato elettrico. ARERA e RSE hanno più volte evidenziato che i PMG sono stati calibrati sulla soglia minima di copertura dei costi, senza generare extraprofitti. Nella situazione attuale molte aziende agricole gestiscono impianti di biogas strettamente integrati con l’attività zootecnica e agricola: digestione anaerobica dei reflui, produzione di energia elettrica, utilizzo del digestato come fertilizzante. Per questi impianti la continuità operativa non è una scelta opzionale, ma un elemento strutturale dell’organizzazione aziendale.

 

 

“Phase-out” e “Décalage” applicati al biogas

 

Nel linguaggio della bozza di decreto compaiono due termini che meritano una spiegazione.

 

Con phase-out si intende un’uscita programmata e graduale da un meccanismo di sostegno, pensata per consentire agli operatori di adattarsi progressivamente a nuove condizioni di mercato o tecnologiche. In teoria, il phase-out presuppone tempi congrui, alternative praticabili e stabilità delle regole durante il periodo di transizione.

 

Il termine décalage indica invece una riduzione progressiva nel tempo di un livello di sostegno, in questo caso dei PMG, attraverso tagli annuali predeterminati. Nella bozza del Decreto Bollette il décalage dei PMG è previsto dal 2026 al 2030, con azzeramento dal 1° gennaio 2031.

 

Il punto critico, segnalato dagli operatori, è che un décalage troppo rapido equivale di fatto a un phase-out anticipato, soprattutto per quegli impianti agricoli che non dispongono di alternative tecniche o industriali per riconvertirsi, per esempio, alla produzione di biometano. Il nodo centrale riguarda la revisione del meccanismo dei Prezzi Minimi Garantiti (PMG) per biogas, biomasse e bioliquidi, introdotti come misura transitoria negli ultimi anni per accompagnare gli impianti fuori dagli incentivi storici. La bozza prevede un decalage progressivo dei PMG dal 2026 al 2030, fino al loro azzeramento dal 2031, oltre a limitazioni all’accesso per gli impianti che non abbiano già presentato formale richiesta.

 

 

Che cosa cambierebbe con il Decreto Bollette: un esempio concreto

 

Per comprendere l’impatto potenziale è utile un esempio semplificato. Un impianto agricolo di piccola o media taglia, uscito dagli incentivi e oggi sostenuto dai PMG, riesce a coprire costi operativi, manutenzione, gestione dei reflui e servizio del debito. Con la riduzione progressiva dei PMG prevista dalla bozza, già nei primi anni del periodo 2026–2030 il margine operativo diventerebbe insufficiente, fino a rendere economicamente inevitabile lo spegnimento dell’impianto. Per molti di questi impianti la conversione a biometano non è tecnicamente o economicamente praticabile. Il risultato non sarebbe una transizione ordinata, ma la dismissione anticipata di infrastrutture ancora funzionali, con effetti a cascata sull’organizzazione aziendale e sull’indotto.

 

 

La situazione degli impianti agricoli a biogas

 

Oggi il biogas agricolo elettrico italiano conta circa 1.800 impianti da filiera agroalimentare, distribuiti prevalentemente nelle principali aree zootecniche e cerealicole del Paese. Si tratta in larga maggioranza di impianti integrati nelle aziende agricole, con una forte connessione funzionale alla gestione dei reflui zootecnici, alla produzione di energia elettrica e all’utilizzo agronomico del digestato.

 

Secondo i dati GSE al 30 giugno 2020, 1.639 impianti risultano incentivati, per una potenza complessiva installata di poco superiore a 1.020 MW elettrici. Il parco impiantistico presenta una struttura articolata: circa il 42% degli impianti ha una potenza inferiore a 300 kW, mentre poco meno del 50% supera i 600 kW, concentrando però circa l’80% della potenza complessiva. Questo dato evidenzia la coesistenza di una diffusa base di impianti agricoli di piccola e media taglia e di un numero più limitato di installazioni di dimensione maggiore, spesso a carattere consortile.

 

Un elemento centrale del quadro attuale riguarda la fase post-incentivi. Secondo le stime del Consorzio Monviso Agroenergia, 1.178 impianti incentivati dal DM 2008 hanno già cessato o cesseranno nei prossimi anni il regime di Tariffa Omnicomprensiva o Certificati Verdi, entrando nella fase di mercato o nel regime dei Prezzi Minimi Garantiti. È proprio questa fascia di impianti che risulta maggiormente esposta agli effetti della revisione normativa ipotizzata nella bozza del Decreto Bollette.

 

I Prezzi Minimi Garantiti, definiti da ARERA sulla base delle analisi tecniche di RSE, non rappresentano un incentivo in senso classico, ma un meccanismo di integrazione dei ricavi finalizzato a garantire la copertura dei costi minimi di esercizio. In altre parole, consentono la prosecuzione dell’attività senza generare extraprofitti, assicurando la continuità operativa di impianti che svolgono una funzione strutturale all’interno delle aziende agricole.

 

Secondo il Consorzio Monviso Agroenergia, circa 200 impianti agricoli entreranno nel regime dei Prezzi Minimi Garantiti entro pochi mesi, mentre altri oltre 680 impianti vi accederanno entro la fine del 2027, per un totale di oltre 880 impianti direttamente interessati dal sistema PMG nel prossimo triennio. Si tratta di una quota significativa del parco biogas agricolo nazionale, che rende evidente come le eventuali modifiche al meccanismo dei PMG non colpirebbero una componente marginale del settore, ma una parte strutturale e territorialmente radicata della filiera.

 

Le ricadute potenziali non riguardano esclusivamente la produzione elettrica. Il Consorzio stima che siano coinvolti circa 30.000 addetti, tra occupazione diretta e indotto, e circa 3.500 aziende agricole della filiera di approvvigionamento, in particolare nei comparti latte, carne e cereali. Il biogas elettrico rappresenta infatti un fattore di stabilizzazione economica e gestionale per molte aziende, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla resilienza dei sistemi agricoli locali.

 

 

Il precedente del “decreto spalma-incentivi”: che cosa accadde

 

Le preoccupazioni del settore sono fortemente influenzate da quanto avvenne con il decreto-legge n. 91 del 24 giugno 2014, noto come “spalma-incentivi”, convertito nella legge n. 116 dell’11 agosto 2014.

 

Quel provvedimento intervenne sugli impianti fotovoltaici già in esercizio, imponendo una rimodulazione retroattiva degli incentivi attraverso tre opzioni alternative:

  • allungamento del periodo di incentivazione con riduzione della tariffa annua;
  • taglio secco dell’incentivo per un periodo definito;
  • rimodulazione decrescente dei flussi nel tempo.

 

In tutti i casi le condizioni economiche originariamente garantite vennero modificate a posteriori, incidendo su investimenti già realizzati e finanziati. Molte aziende si trovarono a dover rivedere i piani finanziari, rinegoziare i debiti bancari o affrontare situazioni di squilibrio economico.

 

Il punto centrale non fu solo il taglio economico, ma la rottura del patto regolatorio: investimenti effettuati sulla base di un quadro normativo definito furono penalizzati da una decisione successiva. È questo precedente che pesa come un’ombra sul dibattito attuale.

 

 

Affidabilità delle regole e certezza del diritto

 

Il tema sollevato dalla bozza del Decreto Bollette va quindi oltre il singolo meccanismo dei PMG. Riguarda l’affidabilità complessiva delle politiche pubbliche in settori ad alta intensità di capitale. Il biogas agricolo richiede investimenti pluriennali, spesso sostenuti da mutui bancari, contributi regionali, bandi nazionali e risorse PNRR, percorsi di certificazione ambientale e di sostenibilità.

Modificare in corsa le condizioni economiche, anche se con una gradualità formale, aumenta il rischio percepito, riduce la bancabilità dei progetti futuri e disincentiva nuovi investimenti, anche in altri segmenti della transizione energetica.

 

 

Le posizioni del Consorzio Monviso Agroenergia e delle categorie

 

Il CMA - Consorzio Monviso Agroenergia, insieme alle principali associazioni di categoria, ha chiesto un confronto immediato con il Governo. Il CMA sottolinea come negli ultimi anni lo Stato abbia spinto le aziende agricole a investire in sostenibilità, anche attraverso bandi regionali e PNRR, creando una legittima aspettativa di continuità.

 

Il 20 dicembre scorso il presidente del CMA Sebastiano Villosio ha incontrato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Secondo quanto riferito dal Consorzio il ministro avrebbe compreso le esigenze della filiera e fornito ampie rassicurazioni sul mantenimento del sistema dei PMG per il biogas agricolo, chiedendo al contempo proposte per rafforzarne l’efficacia. Un segnale politico importante, che tuttavia, secondo gli operatori, dovrà essere confermato da una revisione formale del testo, perché finché la bozza rimane invariata, l’incertezza resta.

 

“Questa scelta, se confermata, rischia di innescare un vero e proprio effetto domino – dichiara il presidente di Confagricoltura Piemonte Enrico Allasia – molte realtà agricole hanno investito pesantemente negli ultimi quindici anni per integrare la produzione energetica nelle loro attività. Tagliare i prezzi minimi garantiti significa, per molte di esse, affrontare il rischio concreto del fallimento”.

 

 

PNRR, PNIEC e coerenza delle politiche pubbliche

 

Un ultimo elemento critico riguarda la coerenza strategica. Il biogas agricolo è esplicitamente richiamato negli obiettivi del PNIEC quale tecnologia di supporto alla transizione energetica e alla gestione sostenibile dei reflui. Parallelamente, il PNRR finanzia nuovi impianti o riconversioni.

Smantellare centinaia di impianti esistenti mentre se ne finanziano di nuovi rischia di produrre un paradosso economico e ambientale, oltre a una perdita di competenze e di capitale industriale difficilmente recuperabile.

 

 

Una bozza, ma un passaggio decisivo

 

Torniamo a ribadirlo: nulla è ancora deciso. Ma proprio per questo il confronto in corso è decisivo. Il settore non chiede rendite permanenti, ma regole chiare, tempi realistici e rispetto degli investimenti già effettuatiIl modo in cui verrà gestita questa transizione dirà molto non solo sul futuro del biogas agricolo, ma sulla credibilità complessiva delle politiche energetiche e agricole italiane nei prossimi anni.