GRANO, NUOVI EQUILIBRI GEOPOLITICI
Quattro anni di guerra hanno ridisegnato la geografia mondiale del grano. Il conflitto tra Russia e Ucraina non ha ridotto il peso strategico del Mar Nero nel commercio cerealicolo globale: lo ha ristrutturato. Mosca ha consolidato la propria leadership arrivando a detenere il 16% dell’export mondiale di grano, mentre Kiev ha evitato il collasso grazie alla riorganizzazione delle rotte commerciali verso l’Unione europea.
Secondo le elaborazioni del Centro Studi Divulga l’Ucraina ha incrementato del 386% le esportazioni verso l’UE rispetto al periodo prebellico, passando da meno di un milione di tonnellate annue a oltre 4,4 milioni nel quadriennio di guerra. L’Europa non è più soltanto area di transito: è diventata mercato di assorbimento strutturale.
La Russia ha rafforzato la propria presenza in Africa e Asia, consolidando i flussi verso mercati quali Arabia Saudita, Brasile, Pakistan e Kazakistan. Le analisi Divulga evidenziano inoltre il ruolo di Paesi quali Turchia e Kazakistan come snodi logistici che hanno consentito la riallocazione delle partite di grano russo verso nuovi mercati, attenuando l’impatto delle restrizioni dirette.
In questo scenario l’Italia occupa una posizione delicata. I dati ISTAT sul commercio estero confermano una dipendenza strutturale dall’importazione di frumento, sia duro, sia tenero. L’autosufficienza nazionale si colloca mediamente intorno al 60–65% per il grano duro e tra il 35–40% per il frumento tenero, con una quota rilevante di materia prima destinata all’industria molitoria e pastaria che proviene dall’estero.
I principali fornitori restano Canada e partner europei, ma la composizione dei flussi si è modificata. Secondo Ismea nel 2023 le importazioni italiane di grano duro dalla Russia hanno raggiunto circa 445 mila tonnellate, pari al 14% dell’import complessivo nazionale di duro, contro una quota marginale nel periodo precedente alla guerra. Si tratta di un incremento significativo, favorito da condizioni di prezzo competitive e da tensioni sull’offerta di altre origini tradizionali.
Sul versante ucraino le elaborazioni su dati Istat mostrano un recupero delle forniture nel 2023 e nel 2024 rispetto al crollo immediatamente successivo all’invasione. In alcune fasi recenti l’Ucraina è salita ai primi posti tra i primi fornitori dell’Italia, collocandosi immediatamente dopo il Canada per determinate categorie merceologiche.
Il riflesso sul mercato interno è evidente. Le quotazioni del grano duro fino nazionale alla Borsa Merci di Foggia si attestano intorno ai 287 euro per tonnellata, livello che segnala una fase di riassorbimento delle tensioni rispetto ai picchi del 2022. L’ingresso di prodotto estero competitivo ha contribuito a contenere i costi della materia prima per l’industria di trasformazione, attenuando la pressione inflattiva sui prodotti derivati. La maggiore pressione concorrenziale ha inciso sulla formazione dei prezzi all’origine, comprimendo i margini dei cerealicoltori italiani in una fase caratterizzata da costi energetici e dei mezzi tecnici ancora elevati.
Il nodo centrale non è la provenienza geografica del grano, ma la volatilità sistemica. Il conflitto ha trasformato una commodity agricola in una variabile geopolitica. Rotte logistiche, scorte, decisioni tariffarie e restrizioni commerciali incidono oggi direttamente sulla sicurezza alimentare e sulla stabilità dei prezzi.
Per un Paese come l’Italia, grande trasformatore ma produttore insufficiente rispetto al fabbisogno interno, la sicurezza di filiera richiede una strategia articolata: diversificazione delle origini, strumenti di gestione del rischio, contratti di filiera più stabili, investimenti in stoccaggio e rafforzamento della produttività nazionale.
Il mercato del grano post-2022 dimostra che la dipendenza dall’estero non è un’anomalia in un’economia aperta. Diventa vulnerabilità quando si concentra su aree instabili e quando manca una politica di gestione del rischio coerente con il nuovo contesto geopolitico. In un mondo in cui il cibo è tornato ad essere leva di influenza strategica, l’Italia deve affiancare alla propria leadership industriale una visione agricola di lungo periodo.