IL LAVORO NEI VIGNETI E LA RESPONSABILITÀ DELLA FILIERA
L’inchiesta di Roberto Fiori su La Stampa riporta al centro una questione che riguarda l’intera viticoltura italiana: il lavoro stagionale e le condizioni per renderlo regolare, sicuro, adeguatamente remunerato e meno gravoso attraverso organizzazione, meccanizzazione e innovazione.
La vendemmia nelle Langhe e nel Roero porta ogni anno nei vigneti migliaia di lavoratori provenienti da molti Paesi. È una realtà strutturale dell’economia vitivinicola piemontese e nazionale, non un dettaglio marginale della filiera. L’inchiesta pubblicata oggi da La Stampa, firmata da Roberto Fiori, ha il merito di riportare il tema in evidenza con dati, testimonianze e interrogativi che il comparto non può eludere. Il lavoro non si presta né a letture sbrigative né alla rincorsa della notizia sensazionale, ma offre l’occasione per affrontare con equilibrio un problema reale: il lavoro agricolo nelle aree vitivinicole di pregio, la sua indispensabilità e le condizioni che devono renderlo regolare, sicuro, dignitoso e adeguatamente remunerato.
I numeri richiamati dall’inchiesta
L’articolo, dal titolo “La nuova Malora delle vigne. Quell’esercito di invisibili tra i filari delle Langhe”, cita i dati 2023 dell’Agenzia Piemonte Lavoro relativi alle attività manuali della viticoltura nell’area di Langa e Roero. I lavoratori impegnati nelle operazioni colturali, dalla potatura alla vendemmia, sarebbero circa 4.500; le aziende coinvolte 589; i contratti attivati 5.456, con una prevalenza molto elevata di rapporti a tempo determinato, pari al 97,4%. Un altro elemento merita attenzione: cooperative e società di servizi rappresenterebbero circa l’11% delle realtà coinvolte, ma avrebbero attivato quasi la metà dei contratti. Il dato descrive la centralità dell’intermediazione organizzata in un comparto dove la domanda di lavoro è concentrata nei periodi di maggiore intensità colturale e dove molte imprese viticole non dispongono, da sole, di una struttura amministrativa, logistica e organizzativa adatta a reperire, assumere, formare, trasportare e ospitare gruppi di lavoratori stagionali. Il lavoro agricolo è, per sua natura, scandito dalle stagioni. La raccolta dell’uva, la potatura, la legatura, la gestione della chioma, il diradamento e le altre lavorazioni manuali richiedono competenze, tempi e presenza fisica. In territori come le Langhe, caratterizzati da vigne collinari, appezzamenti frammentati e produzioni ad alto valore aggiunto, molte operazioni restano affidate alle persone anche quando l’impresa dispone di macchine e tecnologie avanzate. Occorre inoltre leggere correttamente il numero dei contratti: 5.456 avviamenti non corrispondono automaticamente a 5.456 persone diverse, poiché uno stesso lavoratore può avere più rapporti nel corso dell’annata. I dati amministrativi devono quindi essere interpretati distinguendo tra lavoratori, contratti, giornate dichiarate, durata dei rapporti e soggetti datoriali.
Lavoro necessario, diritti inderogabili
La prima considerazione parte da un dato di realtà: il lavoro c’è e qualcuno deve svolgerlo. La viticoltura non può fare a meno del lavoro umano, soprattutto dove la qualità dipende anche da interventi manuali mirati, dal controllo dei grappoli e dall’esperienza maturata tra i filari. Riconoscere questa evidenza non significa accettare condizioni inferiori agli standard contrattuali e civili. Ogni lavoro, dal più gravoso al più leggero, deve essere svolto nel rispetto della persona: contratto regolare, corretta retribuzione, orari trasparenti, formazione e sicurezza, oltre a condizioni adeguate di trasporto e alloggio quando necessarie. Esistono lavori agricoli più pesanti di altri. La potatura invernale comporta esposizione al freddo, posture faticose e movimenti ripetuti. La vendemmia richiede velocità, movimentazione dei carichi, camminamenti su terreni talvolta difficili, lavoro in pendenza e gestione dello stress termico. Sono differenze che devono essere riconosciute nella valutazione del rischio e nell’organizzazione del lavoro. Il punto decisivo è che la fatica non può essere una moneta di scambio. Non può giustificare retribuzioni insufficienti, lavoro sottodichiarato o condizioni inadeguate. La stagionalità non giustifica l’irregolarità. Al contrario, proprio perché i rapporti sono brevi e la presenza dei lavoratori è mobile, aumentano il dovere di controllo delle imprese, la responsabilità degli intermediari e il ruolo delle istituzioni.
La filiera deve assumersi responsabilità
L’inchiesta richiama anche una stima sul lavoro nero nei vigneti del territorio, attribuita a un approfondimento di Altreconomia e riferita al biennio 2023-2024. È una valutazione che va citata con precisione, distinguendola dai dati amministrativi ufficiali: non è infatti una rilevazione dell’Agenzia Piemonte Lavoro, ma una stima giornalistico-investigativa sulla possibile dimensione economica dell’irregolarità. Proprio per questo richiede verifiche, confronto con le organizzazioni datoriali e sindacali, attività ispettiva e disponibilità delle imprese a rendere tracciabili i percorsi di reclutamento e gestione della manodopera. La strada più efficace non consiste nell’attribuire indistintamente responsabilità a un intero territorio o a una denominazione. Nelle Langhe, nel Roero e nel resto del Piemonte operano numerose aziende che assumono regolarmente, investono nella sicurezza, costruiscono rapporti continuativi con gli operai e considerano la qualità del lavoro parte integrante della qualità del vino. Allo stesso tempo chi viola le norme deve essere individuato e sanzionato in modo tempestivo. Il contrasto al caporalato e al lavoro irregolare non danneggia le aziende sane: le protegge dalla concorrenza sleale e rafforza la credibilità delle denominazioni sui mercati nazionali e internazionali. Il committente non può limitarsi a trasferire il problema all’appaltatore o alla cooperativa. La filiera deve conoscere i soggetti che operano nei vigneti, verificare la regolarità contributiva e contrattuale e presidiare le condizioni di lavoro. Nei territori dove il vino costituisce una leva identitaria ed economica la reputazione collettiva dipende anche da questi aspetti.
La sicurezza è parte del prodotto
La tutela della salute non è una sovrastruttura burocratica. È una condizione di efficienza aziendale, continuità produttiva e qualità sociale della filiera. Nel 2024 l’Inail ha registrato nella gestione Agricoltura 26.128 denunce di infortunio complessive, incluse quelle in itinere, e 143 denunce con esito mortale. Le denunce relative agli infortuni avvenuti in occasione di lavoro sono state 24.403. Il quinquennio 2020-2024 mostra un calo rispetto ai livelli precedenti, ma il numero degli eventi resta elevato. In vigneto i rischi riguardano in particolare movimentazione dei carichi, posture e movimenti ripetuti, lavoro in pendenza, esposizione al caldo e utilizzo di macchine e attrezzature. La prevenzione deve quindi essere programmata prima delle campagne di lavoro, attraverso formazione, organizzazione dei turni, attrezzature adeguate e procedure comprensibili anche ai lavoratori stranieri.
Meccanizzazione, automazione e organizzazione
La risposta alla carenza di manodopera e alla gravosità del lavoro non può essere soltanto l’aumento dell’offerta di lavoratori stagionali. La viticoltura deve accelerare gli investimenti nella meccanizzazione appropriata, nell’innovazione digitale e nell’automazione delle attività più ripetitive, pesanti o rischiose. In collina non esistono soluzioni universali. La conformazione dei versanti, i sesti d’impianto storici, la dimensione degli appezzamenti e i vincoli paesaggistici limitano l’impiego delle macchine tradizionali. Proprio per questo occorre puntare su tecnologie pensate per i vigneti di pregio e per le aree difficili: piattaforme semoventi, piccoli trasportatori cingolati, sistemi di movimentazione delle cassette, attrezzature ergonomiche per la potatura, macchine leggere a guida assistita, sensori per la gestione delle operazioni e robot per il monitoraggio del vigneto o il diserbo meccanico.
L’innovazione ha un obiettivo preciso: non eliminare il lavoro, ma eliminare la fatica inutile, ridurre i rischi e qualificare le mansioni. La persona resta centrale nelle lavorazioni che richiedono esperienza agronomica, capacità di scelta e cura della pianta. La tecnologia deve togliere peso, ripetitività e pericolo alle fasi che non aggiungono valore qualitativo. Vale anche il principio opposto: ciò che la tecnologia non riesce a sostituire deve acquistare maggiore valore. Se una mansione rimane indispensabile, gravosa e difficilmente automatizzabile, anche la sua remunerazione deve rifletterne il valore. La transizione tecnologica richiede naturalmente investimenti, assistenza tecnica, formazione, credito accessibile e misure pubbliche calibrate sulle piccole e medie imprese viticole.
La fatica non è un valore da esibire
Per generazioni la durezza del lavoro agricolo è stata accettata come una normalità. La schiena piegata, le mani segnate, il caldo, il freddo e le lunghe giornate erano considerati parte inevitabile del mestiere. Oggi quella concezione è cambiata, ed è un progresso. La fatica fisica non deve essere romanticizzata, ma neppure rimossa dal discorso pubblico. L’agricoltura produce cibo, paesaggio, reddito e presidio territoriale attraverso un lavoro che rimane in larga misura materiale. Rendere quel lavoro più attrattivo non significa raccontarlo come facile; significa renderlo professionalmente riconosciuto, economicamente sostenibile, tecnicamente assistito e socialmente rispettato. È singolare che una società sempre meno disposta ad accettare la fatica fisica nel lavoro attribuisca contemporaneamente un valore positivo alla fatica ricercata nello sport e nel tempo libero. Corsa, ciclismo, trekking, arrampicata e altre attività impegnative vengono associate al benessere, alla sfida e alla realizzazione personale.
Non è una vera contraddizione. Chi pratica uno sport sceglie, almeno in linea generale, quando iniziare, quando fermarsi e quanto spingersi oltre. Chi lavora vende il proprio tempo, la propria competenza e la propria capacità fisica: per questo il datore di lavoro e la collettività hanno il dovere di garantirgli sicurezza e una remunerazione adeguata. Ma questa differenza non deve portarci a confondere automaticamente un lavoro fisicamente impegnativo con un lavoro indegno. Le Langhe sono un simbolo internazionale della viticoltura italiana. La forza di questo territorio non risiede soltanto nei vitigni, nei disciplinari, nei paesaggi Unesco o nelle quotazioni delle bottiglie. Risiede anche nelle persone che potano, legano, sfogliano, vendemmiano e lavorano nelle cantine. L’inchiesta di Roberto Fiori solleva dunque una questione che merita attenzione concreta: la qualità di una grande filiera vitivinicola deve comprendere il lavoro regolare, sicuro e giustamente retribuito. La risposta non può essere la rimozione del problema, né la generalizzazione accusatoria.
Occorre una responsabilità condivisa lungo l’intera filiera, capace di tenere insieme legalità, competitività e innovazione. La tecnologia deve eliminare progressivamente la fatica inutile e i rischi evitabili; il lavoro umano che rimane necessario deve essere sicuro, professionalmente riconosciuto e adeguatamente remunerato.
Anche da questo dipende il futuro della viticoltura italiana.