LATTE, ECCEDENZE E PREZZI IN CADUTA

Nel comparto lattiero-caseario europeo l’offerta corre più veloce della domanda e il prezzo torna a scaricare la tensione sugli allevatori. Si lamentano anche gli allevatori della Svizzera, dove il dibattito politico si è acceso sulla necessità di limitare le importazioni di latte in polvere a fronte di eccedenze interne, evidenziando una dinamica che attraversa l’intero continente.

 

Secondo l’Interprofessione Latte (IP Lait) elvetica, a inizio anno le consegne hanno registrato un incremento significativo, favorito da condizioni foraggere particolarmente favorevoli nel 2025. L’aumento dei volumi ha generato un surplus stimato in oltre 100 mila tonnellate, inducendo il comparto a intervenire sui meccanismi di remunerazione e a introdurre correttivi per i volumi eccedenti le quantità di riferimento. La Confederazione si trova così a gestire uno squilibrio tra produzione e capacità di valorizzazione industriale, in un mercato già esposto alla concorrenza estera.

 

La dinamica svizzera si inserisce in un contesto europeo caratterizzato, nella seconda parte del 2025, da una produzione sostenuta nei principali Paesi membri e da un progressivo indebolimento delle quotazioni di burro e latte scremato in polvere. I dati del Milk Market Observatory della Commissione europea mostrano come il prezzo medio del latte alla stalla nell’UE, dopo i livelli elevati raggiunti nel 2022-2023, abbia avviato una fase di ridimensionamento nel corso del 2025, con valori attorno ai 47 euro per 100 chilogrammi a inizio 2026. La correlazione tra andamento delle commodity e prezzo del latte resta diretta: quando si riduce il valore industriale di burro e SMP, si comprime lo spazio di riconoscimento alla materia prima.

 

Un quadro analogo, pur con intensità diverse, emerge anche in Germania e in Francia, i due principali produttori dell’Unione. In Germania il prezzo medio del latte alla stalla, dopo i livelli sostenuti del biennio 2022-2023, ha mostrato nel 2025 un progressivo ridimensionamento, attestandosi su valori poco superiori ai 40-45 euro per 100 chilogrammi nelle ultime rilevazioni, mentre le consegne restano su volumi elevati. Le organizzazioni dei produttori tedeschi richiamano da settimane il divario tra prezzo riconosciuto e costi effettivi di produzione, sollecitando strumenti europei più efficaci di gestione dell’offerta e formule contrattuali che garantiscano copertura dei costi e maggiore prevedibilità.

In Francia il livello medio dei prezzi si mantiene leggermente più alto, intorno ai 48-49 euro per 100 chilogrammi nel 2025, grazie a un sistema contrattuale strutturato e a un forte radicamento cooperativo; tuttavia anche le associazioni francesi degli allevatori segnalano tensioni nelle trattative di quest’anno e insistono sulla necessità di indicizzazioni trasparenti legate ai costi e agli obiettivi ambientali. In entrambi i Paesi il messaggio che arriva dalle stalle è inequivocabile: senza meccanismi di stabilizzazione e una governance più attenta dei volumi, la ciclicità del mercato rischia di trasformarsi in una progressiva erosione della base produttiva europea.

 

In questo quadro il segmento più sensibile agli squilibri è il mercato spot. In Italia il prezzo del latte crudo spot nazionale, rilevato dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi ed elaborato da Clal, ha registrato in dodici mesi una contrazione superiore al 50%. Dai picchi prossimi ai 70 euro per 100 litri nell’estate 2025 si è scesi, tra gennaio e febbraio 2026, su valori medi attorno ai 27-28 euro per 100 litri, con punte inferiori nelle ultime rilevazioni settimanali. Il differenziale tendenziale supera i 30 euro per 100 litri, segnalando uno squilibrio marcato tra volumi prodotti e capacità di assorbimento industriale.

 

Per gli allevatori del Nord Italia la fase è apertamente critica. In Lombardia, che concentra circa il 45-50% delle consegne nazionali secondo i dati Agea e Istat, le organizzazioni agricole hanno segnalato al tavolo latte convocato al Masaf la forte volatilità dei prezzi e la preoccupazione per i rinnovi contrattuali 2026. Il timore diffuso è che il livello depresso dello spot diventi riferimento implicito anche per il latte conferito a contratto, con effetti diretti sulla redditività aziendale.

 

In Piemonte, regione che rappresenta circa il 9% della produzione italiana, le aziende – in particolare nell’area cuneese ad alta vocazione lattiera – evidenziano margini fortemente compressi e difficoltà a coprire costi che non hanno seguito la stessa traiettoria ribassista del prezzo di vendita. Energia, alimentazione zootecnica, manodopera e investimenti per benessere animale e sostenibilità ambientale restano su livelli strutturalmente elevati.

 

Nel confronto istituzionale avviato a livello regionale dall’assessore all’Agricoltura del Piemonte Paolo Bongioanni, il mondo produttivo ha richiamato l’esigenza di interventi in grado di attenuare la volatilità e di definire – come evidenzia Enrico Allasia, presidente di Confagricoltura Piemonte, “riferimenti più trasparenti nella formazione del prezzo alla stalla, ancorati a parametri oggettivi e condivisi lungo la filiera”. Gli allevatori sollecitano inoltre una gestione più efficace delle eccedenze, anche attraverso strumenti straordinari di sostegno e valorizzazione del latte nazionale, oltre a iniziative promozionali mirate a rafforzare il consumo di prodotti lattiero-caseari regionali e italiani, con particolare attenzione alla remunerazione equa della materia prima.

Il problema è strutturale e riguarda la governance dell’offerta in un mercato europeo integrato. Dopo la fine del regime delle quote latte, la regolazione avviene attraverso strumenti contrattuali e organizzazioni di produttori, mentre l’OCM unica prevede meccanismi di ammasso per burro e latte scremato in polvere nei momenti di crisi. Tuttavia, quando le consegne crescono simultaneamente in più Paesi e la domanda internazionale rallenta, l’aggiustamento si trasferisce rapidamente sul prezzo alla stalla.

 

La fase attuale non presenta ancora i tratti di una crisi sistemica, ma evidenzia una vulnerabilità ricorrente del modello produttivo europeo: elevata efficienza, forte integrazione dei mercati, limitata capacità di modulare tempestivamente i volumi. Dalla Svizzera al bacino padano il segnale è convergente. La tenuta del comparto nei prossimi mesi dipenderà dalla capacità di rafforzare il coordinamento di filiera e di attivare strumenti efficaci di stabilizzazione, evitando che una fisiologica correzione ciclica si traduca in una perdita strutturale di aziende e capacità produttiva.