LO ZUCCHERO CHE NON FA PIÙ FESTA
Un tempo, nelle case di campagna, quando si andava a far visita a qualcuno non si arrivava mai a mani vuote.
Si portava qualcosa che avesse valore: il caffè, prima di tutto; e quando il caffè era troppo caro, almeno lo zucchero.
Un piccolo pacchetto di carta che, sulla tavola, valeva più di molte parole.
Lo zucchero non era una cosa qualsiasi. Era un bene prezioso. Si comprava con attenzione, si teneva da parte, si usava con parsimonia. Nelle famiglie contadine compariva poco e valeva molto.
Gli studi sui consumi alimentari ricordano che tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra lo zucchero era ancora relativamente raro nelle case popolari. Nelle città cominciava a diffondersi, ma nelle campagne restava un piccolo lusso. Perfino la zolletta data a un bambino, in certe occasioni, aveva il valore di una ricompensa. Un gesto semplice, ma capace di restare nella memoria.
Oggi quello stesso zucchero non è più raro, non è più costoso nel senso simbolico del termine e, soprattutto, non è più innocente. Da anni le raccomandazioni nutrizionali invitano a limitarne il consumo. Gli zuccheri liberi dovrebbero rappresentare meno del 10% dell’energia quotidiana, con benefici ulteriori se si scende sotto il 5%.
Anche il linguaggio dell’alimentazione è cambiato. Un tempo si cercava il dolce. Oggi si cerca di evitarlo. Sugli scaffali compaiono prodotti che promettono meno zuccheri, oppure l’assenza di zuccheri aggiunti. Nella comunicazione alimentare contemporanea il dolce non è più una promessa, ma qualcosa da contenere.
Tra la zolletta della domenica e l’etichetta nutrizionale di oggi c’è la storia di una filiera agricola e industriale che in Italia si è progressivamente ridotta fino quasi a scomparire. La barbabietola da zucchero entra nell’economia italiana nella seconda metà dell’Ottocento. Il primo zuccherificio nasce a Rieti nel 1875. La coltura trova presto il suo ambiente naturale nella Pianura Padana: terreni fertili, irrigazione disponibile, aziende agricole organizzate e una rete industriale che si sviluppa rapidamente.
Per decenni lo zucchero non è soltanto un prodotto alimentare. È una presenza concreta nel paesaggio agricolo del Nord.
Gli zuccherifici segnano il territorio con le loro ciminiere; la campagna bieticola muove camion, trattori, prima ancora carri agricoli. Nei mesi di lavorazione l’aria intorno agli stabilimenti si riempie di un odore dolciastro che arriva fino ai paesi vicini. Chi viveva in quelle zone lo riconosceva subito. Era un calendario agricolo preciso: la semina, la raccolta, le file di mezzi davanti agli stabilimenti.
Il ridimensionamento comincia molto prima degli anni recenti. Il passaggio decisivo arriva con la riforma europea del mercato dello zucchero del 2006, che avvia una drastica ristrutturazione del comparto per ridurre la capacità produttiva considerata meno competitiva. In tutta Europa chiudono circa ottanta zuccherifici. In Italia l’impatto è particolarmente duro. Nel giro di pochi anni la rete industriale si contrae drasticamente. Gli stabilimenti si riducono fino a lasciare in attività una sola realtà produttiva nazionale, la cooperativa Coprob, con gli impianti di Minerbio in Emilia-Romagna e Pontelongo in Veneto.
Nel 2017 arriva un secondo passaggio: la fine delle quote europee di produzione dello zucchero. Il mercato diventa più aperto e più esposto alla concorrenza internazionale. Negli anni successivi si sommano altri fattori: la volatilità dei prezzi, l’aumento dei costi energetici, gli effetti delle condizioni climatiche sulle rese agricole, la pressione di zucchero prodotto in paesi con costi più bassi.
Il caso dello stabilimento di Pontelongo si inserisce in questo quadro. Coprob ha annunciato la sospensione della lavorazione delle barbabietole nello stabilimento per la campagna 2026, con il trasferimento della trasformazione a Minerbio. Nel sito veneto resteranno le attività di confezionamento. La cooperativa segnala anche una forte riduzione delle superfici coltivate a barbabietola nel bacino di approvvigionamento. Una contrazione che rende più difficile sostenere economicamente un impianto di trasformazione.
Il dato economico è semplice. Lo zucchero continua a essere consumato. Ma produrlo in Italia è diventato sempre meno conveniente.
La barbabietola da zucchero è una coltura esigente: richiede tecnica agronomica, difesa fitosanitaria, organizzazione logistica e soprattutto un’industria di trasformazione vicina e stabile. Tutto questo funziona solo se i volumi e i prezzi permettono di sostenere l’intera filiera. Quando i margini si assottigliano, l’equilibrio si rompe. L’impresa agricola vede crescere il rischio, l’industria riduce le lavorazioni e il prodotto finisce per essere trattato dal mercato come una materia prima indistinta.
Accanto alle ragioni economiche ce n’è anche una culturale.
Per secoli lo zucchero ha rappresentato un segno di progresso materiale. È passato dal lusso delle corti europee alla diffusione nelle case popolari, accompagnando l’aumento del benessere e la trasformazione dell’alimentazione.
Oggi il suo significato simbolico si è rovesciato. Non perché sia diventato raro, ma perché è diventato sospetto.
Non rappresenta più un miglioramento delle condizioni di vita. È associato piuttosto agli eccessi alimentari e ai problemi di salute. Per questo l’industria alimentare tende a ridurlo, sostituirlo o attenuarlo.
Il risultato è curioso. La filiera dello zucchero ha perso forza economica proprio mentre il prodotto perdeva prestigio culturale.
Un tempo si regalava zucchero perché indicava abbondanza. Oggi lo si evita perché ricorda eccesso.
Così, nella bassa padovana, la sospensione della lavorazione in uno zuccherificio non racconta soltanto una difficoltà industriale. Racconta anche la fine lenta di un mondo in cui il dolce era ancora una piccola festa portata in un sacchetto di carta.
e.z.