MAIS: CON LA SICCITÀ LA PRODUZIONE È A RISCHIO, MA È LA QUALITÀ A PREOCCUPARE DI PIÙ
C’è un dato che nelle campagne maidicole del Nord Italia inizia a pesare più delle rese: non è quanto mais si raccoglierà, ma quanto di quel mais sarà davvero commerciabile. Le elevate temperature e le condizioni di stress idrico che hanno caratterizzato diverse aree maidicole nell’estate non minacciano soltanto i quintali per ettaro, ma riportano al centro dell’attenzione un rischio sanitario che negli ultimi anni si è fatto sempre meno occasionale: la contaminazione da aflatossine.
Un rischio che ha un nome preciso: aflatossine
Le aflatossine sono metaboliti tossici prodotti da funghi del genere Aspergillus, in particolare Aspergillus flavus, che colonizza la spiga in campo e può proseguire il proprio sviluppo durante la conservazione se le condizioni lo consentono. Sono sostanze genotossiche e cancerogene, che rappresentano un rischio per la salute umana e animale, motivo per cui l’Unione Europea impone limiti di tenore massimo differenziati a seconda della destinazione d’uso: più stringenti per il mais destinato all’alimentazione umana e per i mangimi delle bovine da latte, dove l’aflatossina B1 ingerita si trasforma parzialmente in aflatossina M1 nel latte, meno restrittivi per altri impieghi zootecnici.
A differenza delle fumonisine, la cui presenza ricorre con continuità nei monitoraggi della Rete Qualità Mais del Crea, le aflatossine mostrano una relazione particolarmente stretta con l’andamento meteorologico: si sviluppano quando stress idrico e temperature elevate si concentrano nelle fasi critiche di fioritura e riempimento della cariosside, indebolendo la pianta e rendendo la spiga (l’infiorescenza femminile del mais, comunemente ma impropriamente detta “pannocchia”) più vulnerabile alla colonizzazione fungina. Non è un automatismo - un’estate calda non produce necessariamente una contaminazione elevata - ma è un fattore predisponente che gli eventi meteorologici successivi, e in particolare le condizioni di raccolta e stoccaggio, possono aggravare o attenuare.
Un fenomeno sempre meno occasionale
Il monitoraggio pluriennale condotto dal Crea attraverso la Rete Qualità Mais restituisce un quadro che consiglia prudenza più che allarme, ma che non permette di derubricare il problema a episodio isolato: le annate più critiche per le aflatossine si sono concentrate proprio nelle estati più calde e siccitose. La forte variabilità tra campagne emerge anche dai dati del monitoraggio: nel 2022 il 26% dei campioni analizzati superava i 20 µg/kg di aflatossine, percentuale scesa al 7% nella campagna successiva. Sono condizioni che quest’anno stanno determinando un quadro di particolare attenzione, perché caldo e stress idrico possono aumentare il rischio di contaminazione da aflatossine.
Le strategie di contenimento: che cosa si può fare davvero
Il punto, per chi coltiva mais quest’anno, non è attendere passivamente l’esito della stagione, ma intervenire sui fattori di rischio che restano nella disponibilità dell’agricoltore. Le Linee guida per il controllo delle micotossine nella granella di mais, elaborate dal Crea in collaborazione con il Masaf e periodicamente aggiornate, individuano un percorso produttivo che agisce su più livelli, dalla semina allo stoccaggio, e che vale la pena richiamare senza banalizzarlo in una lista di buoni propositi.
In campo la scelta dell’ibrido conta: caratteristiche varietali e capacità di tollerare gli stress possono contribuire a ridurre le condizioni predisponenti alla contaminazione, ed è un elemento su cui orientarsi già in fase di acquisto del seme, non a raccolto compromesso.
La data di semina va calibrata per evitare che la fioritura cada nelle settimane statisticamente più calde e siccitose: anticipare, dove le condizioni pedoclimatiche lo consentono, riduce l’esposizione della pianta allo stress nella fase più delicata. L’irrigazione, quando disponibile, va concentrata proprio in corrispondenza di fioritura e prime fasi di riempimento della cariosside, i momenti in cui il deficit idrico pesa di più sulla suscettibilità della pianta. Va inoltre curato il controllo degli insetti fitofagi, piralide in testa: le ferite sulla spiga sono porte d’ingresso privilegiate per il fungo, e una difesa insufficiente vanifica in parte gli altri accorgimenti agronomici. A questo si affianca, con risultati crescenti anche in areali italiani, il biocontrollo tramite ceppi atossigeni di Aspergillus flavus, distribuiti in campo per competere con i ceppi produttori di tossina e ridurne la prevalenza.
Alla raccolta, ritardare la trebbiatura oltre la maturazione fisiologica, magari nella speranza di un’essiccazione naturale in campo, aumenta il rischio: più il mais resta sulla pianta in condizioni favorevoli allo sviluppo fungino, più si allunga la finestra nella quale può verificarsi la contaminazione. La raccolta tempestiva rappresenta quindi una delle misure più importanti a disposizione dell’agricoltore per contenere il rischio.
Nello stoccaggio, l’essiccazione rapida fino a un’umidità di sicurezza, il controllo della temperatura nei silos e la separazione dei lotti sospetti sono passaggi che non eliminano un rischio già presente in campo, ma impediscono che si aggravi durante la conservazione. Il ricorso a test rapidi, come i kit Elisa, in fase di conferimento consente di individuare tempestivamente le partite critiche, separarle dagli altri lotti e gestirle nel rispetto dei limiti previsti per le diverse destinazioni d’uso.
Uno sguardo avanti, senza scorciatoie
Sul fronte della ricerca, anche le Tecniche di evoluzione assistita (Tea) aprono prospettive per ottenere piante più resilienti agli stress e alle avversità che favoriscono le contaminazioni. È una direzione che si somma alle buone pratiche già disponibili: strumenti come l’applicativo Masaf-Crea per la valutazione del rischio micotossine, aggiornato periodicamente sulla base dei dati di campo, offrono già oggi un supporto decisionale che permette di calibrare gli interventi sulla base delle condizioni reali di ciascuna annata, azienda per azienda.
La stagionechiede quindi agli operatori un approccio tecnico più che emotivo: monitorare, intervenire dove è ancora possibile farlo e arrivare al raccolto con la consapevolezza che, in un clima sempre più instabile, la qualità del mais si costruisce molto prima della raccolta, a partire dalle scelte agronomiche compiute durante l’intero ciclo colturale.