MENO LETTERE, PIÙ TELEFONATE


Negli ultimi vent’anni il sistema postale italiano è cambiato profondamente, soprattutto nelle aree rurali. La rete è ancora molto capillare, con circa 12.700–12.800 uffici postali, ma il ridimensionamento è reale: nel 2006 le sedi erano quasi 13.900. La riduzione è stata contenuta, poco più dell’8 per cento, ma accompagnata da una trasformazione molto più significativa delle modalità di servizio.

Il cambiamento riguarda prima di tutto la funzione degli uffici. Il calo strutturale della corrispondenza tradizionale ha spinto Poste Italiane a spostare il baricentro verso servizi finanziari, assicurativi e di pagamento, fino a includere attività tipicamente pubbliche. Nei piccoli comuni questa evoluzione è evidente: con il progetto Polis circa 7.000 uffici vengono progressivamente trasformati in sportelli di prossimità, dove è possibile ottenere certificati anagrafici, accedere a servizi previdenziali e, in un numero crescente di sedi – oltre 6.000 nel 2026 – richiedere o rinnovare il passaporto.


Nelle aree rurali il tema non è più tanto la sopravvivenza degli uffici, quanto la qualità della loro presenza: giorni di apertura ridotti, personale limitato, servizi concentrati. L’ufficio postale resta, ma cambia natura. E insieme a lui cambia il modo in cui le comunità locali si tengono in contatto.

Qualche decennio fa, prima dell’avvento dei telefoni cellulari, i giornali locali riproponevano ciclicamente uno dei loro articoli sempreverdi: il ritardo della posta nelle aree rurali.

Era uno di quei pezzi che non scadono mai, perfetti per riempire uno spazio o chiudere una pagina.

Il tema era sempre lo stesso: la lentezza con cui la corrispondenza arrivava nelle campagne, tra cascine isolate e piccoli paesi.

 

Oggi, in realtà, non scrive quasi più nessuno. Anche la pubblica amministrazione, se conosce il nostro indirizzo di posta elettronica certificata, preferisce intimarci il pagamento di una contravvenzione via etere.

Le poche comunicazioni che finiscono ancora nella buca delle lettere – pubblicità, peraltro in diminuzione – riguardano soprattutto le forniture di acqua, gas, energia o la tassa rifiuti.

Al limite qualche avviso di mancato recapito lasciato dal postino, che non sempre ha la pazienza di aspettare dopo aver suonato il campanello. Così infila il biglietto nella cassetta e riparte rapidamente verso una delle (poche) consegne che ancora deve effettuare.

 

Eppure, anche se il recapito della posta nelle aree rurali non rappresenta più un problema, siamo comunque perennemente connessi. Con un buon collegamento satellitare o con un ponte radio che distribuisce il segnale Wi-Fi possiamo vivere in luoghi isolati restando sempre – almeno virtualmente – raggiungibili.

Questa comodità, però, ha un prezzo.

Fa perdere quel contatto umano che un tempo passava attraverso luoghi semplici e quotidiani: la bocciofila, il circolo del paese, il piccolo emporio dove si trovava un po’ di tutto, il bar che era insieme alimentari, tabaccheria e trattoria.

Quando incontro ancora uno di questi esercizi mi capita di commuovermi.

C’erano poi le messe del mattino, frequentate da chi voleva iniziare la giornata con un momento di raccoglimento. Oggi si fanno sempre più rare, come le foglie che cadono all’inizio della primavera.

 

Ci resta, in compenso, una libertà nuova.

Possiamo decidere se andare a trovare qualcuno senza più il timore di disturbare, oppure organizzare un incontro con gli amici attraverso un gruppo WhatsApp.

E se preferiamo coltivare la nostra solitudine, possiamo farlo in assoluta libertà.

 

Telefonate a parte.

Perché il telefono, ormai, è diventato uno “strumento di marketing”. Non so quanto produca in termini di risultati – personalmente sospetto pochissimo – ma resta comunque uno dei canali più utilizzati per tentare di venderci le cose più improbabili.

 

Lo so bene: la settimana è passata e ho perso una serie di opportunità incredibili che ben difficilmente si ripresenteranno.

 

Ho rinunciato alla linea fissa telefonica abbinata alla rete internet di un noto operatore che mi proponeva un’offerta mirabolante, comprensiva di una serie di agevolazioni che, a dire il vero, non riesco neppure a ricordare.

Ho declinato.

 

Ho rifiutato anche la proposta di cambiare operatore telefonico. Un’offerta talmente conveniente che, a sentir loro, avrebbero dovuto pagare me pur di convincermi a lasciare la mia compagnia. Tante erano le agevolazioni, tante le promesse.

Ma ho lasciato cadere l’opportunità.

 

Poi è arrivata la promozione della fibra ottica. Un collegamento ultrarapido che, secondo l’interlocutore, sarebbe stato attivato senza alcun problema nella mia abitazione. Peccato che il punto più vicino dove passa la fibra disti almeno cinquecento metri. Evidentemente, nella notte, qualcuno deve aver scavato e posato il collegamento. A mia insaputa.

Ho rifiutato anche quella.

 

Subito dopo mi hanno suggerito l’occasione di un depuratore d’acqua capace di risolvere per sempre il problema dell’approvvigionamento idrico domestico. Il prezzo era irrisorio, perché – a detta del proponente – il dispositivo mi sarebbe stato praticamente regalato. Bastava accettare tre anni di manutenzione con un piccolo contributo che, facendo bene i conti, mi avrebbe consentito di pasteggiare a Barolo per almeno un mese.

Anche in questo caso ho detto di no.

 

Infine ho respinto la formula di un investimento mirabolante in criptovalute. Un’operazione che avrebbe sistemato definitivamente la mia situazione finanziaria, consentendomi di vivere felice di rendita per il resto dei miei giorni. Senza neppure dover rispondere al telefono ai seccatori.

E la settimana è appena iniziata.

 

D’ora in poi starò più attento. Perché certe offerte, pensandoci a mente fredda, non si possono rifiutare così su due piedi.

Occorre riflettere. Dare ascolto a chi, pazientemente, ogni giorno – di persona o con un disco registrato – ci propone le favolose opportunità che il mondo moderno mette a nostra disposizione.

O forse soltanto a mia disposizione.