NATALIA BOBBA (ENTE RISI): “PRODUZIONE A RISCHIO NELLE AREE PIÙ COLPITE DALLA CRISI IDRICA”

La presidente dell'Ente Nazionale Risi, Natalia Bobba, fa il punto sulla crisi idrica che sta colpendo la risicoltura del Nord-Ovest e spiega i meccanismi, spesso poco conosciuti fuori dal comparto, che a inizio anno hanno già orientato buona parte delle scelte varietali per la campagna 2026, mesi prima che la siccità si manifestasse in tutta la sua gravità.

Presidente, qual è oggi la situazione sul territorio risicolo del Nord-Ovest?

È un quadro molto differenziato. Per la zona di Vercelli, tutto sommato, si riesce a resistere: non dico che vada tutto bene, ma in qualche modo si tiene. Il problema serio riguarda Novara e, con Novara, la Lomellina, il Milanese e tutto l'areale dell'Est Sesia: la Baraggia è in una situazione di forte criticità.

Le previsioni meteo lasciano sperare in un miglioramento?

Le previsioni non sono buone. Persistono temperature molto elevate, nell'ordine dei 38-39 gradi, che aumentano ulteriormente l'evaporazione. Il Lago Maggiore ormai non dà più un contributo significativo. Qualche giorno fa speravamo in piogge più consistenti nella notte tra sabato e domenica, ma l'afflusso al lago è aumentato solo marginalmente. Servirebbero precipitazioni ben più abbondanti e, al momento, non sono previste.

Nella stima Ente Risi pubblicata il 21 luglio colpisce la forte crescita delle superfici a riso Tondo. È un effetto della siccità?

Meno di quanto si potrebbe pensare, e qui c'è un meccanismo che fuori dal comparto si conosce poco. Per quanto riguarda le tecnologie varietali, le case sementiere cominciano già a novembre a raccogliere, attraverso la rete dei commercianti, una sorta di preordini. Entro il 31 gennaio le aziende vogliono avere ordini e tecnologie definiti, e questo riguarda già circa il 70% della superficie nazionale. In quel momento l'ago della bilancia è soprattutto la situazione di mercato: gli agricoltori guardano innanzitutto a quella, più che alla pianificazione delle semine in senso stretto. E in quella fase la domanda delle varietà Tondo era particolarmente sostenuta, perché erano le uniche a non aver sofferto sul fronte dei prezzi. Da lì l'aumento della loro superficie.

Quindi è più il mercato del meteo a determinare le scelte varietali?

Sì, perché a gennaio e febbraio nessuno si aspettava una situazione come quella che poi si è verificata. A marzo era piovuto parecchio, e anche a metà aprile; non c'era una particolare disponibilità di neve, ma il quadro lasciava una certa tranquillità. Nessuno immaginava una crisi delle piogge così marcata, né le temperature molto elevate di maggio. Maggio e giugno hanno portato ondate di calore che hanno anticipato la fusione di nevai e ghiacciai che, a detta dei tecnici, normalmente si esauriscono solo a metà luglio.

Quindi il fattore economico resta l'elemento decisivo nella scelta delle varietà?

Direi che è l'elemento che pesa di più, anche se non l'unico. Le aziende con una certa dimensione si organizzano comunque diversificando tra varietà a ciclo breve, medio e lungo, in base alle proprie esigenze. Ma il fattore economico ha sempre un peso rilevante, proprio perché nessuno può sapere in anticipo che cosa riserverà il clima nei mesi successivi.

Nonostante un mercato pesante per tutto l'inverno, la superficie complessiva a riso è rimasta sostanzialmente stabile. Come lo spiega?

Questo dimostra quanto sia forte l'attaccamento del mondo agricolo risicolo al proprio prodotto. Ecco perché, alla fine, registriamo un calo minimo rispetto all'anno scorso: nonostante un mercato non favorevole per tutto l'inverno, l'interesse verso la coltivazione del riso resta elevato. Ma proprio per questo serve oggi molta responsabilità, soprattutto sul fronte delle condizioni climatiche.

Il mercato è imprevedibile, ma il meteo lo è sempre di più. Cosa può dire a chi coltiva riso in condizioni pedoclimatiche difficili?

Il mercato è legato a fattori geopolitici internazionali che, nell'ultimo anno, abbiamo imparato a conoscere sulla nostra pelle. Il clima, invece, sfugge alla nostra possibilità di intervento. Dobbiamo avere tutti questa consapevolezza: se la superficie coltivata aumenta, o resta comunque elevata, di fronte ad annate critiche la disponibilità della risorsa idrica rimane un fattore limitante. A mio avviso, le aziende con terreni dalle tessiture leggere, lontani dalle bocche primarie o inseriti in aree dove la rete irrigua presenta maggiori criticità, devono valutare con attenzione questi limiti. È un rischio d'impresa, come tanti altri, ma va affrontato con piena consapevolezza.

E sul fronte delle infrastrutture, invasi, laghetti collinari, vasche di accumulo: a che punto siamo?

Se aspettiamo le nuove infrastrutture, o il potenziamento di quelle esistenti, nel breve periodo difficilmente riusciremo a risolvere il problema. Pesano tempi autorizzativi lunghi, costi elevati di progettazione e realizzazione e, spesso, anche le opposizioni dei territori interessati. Dal 2022 a oggi gli interventi realizzati sono stati limitati. Per questo ritengo che una parte della risposta debba arrivare anche da una gestione sempre più consapevole della risorsa idrica a livello aziendale.

Che consiglio agronomico dà, in concreto, ai risicoltori per la gestione dell'acqua?

Faccio un esempio: qualcuno mi dice che ad aprile l'acqua c'era, e ha ragione, c'era ancora fino a metà maggio. Perché allora non è stata presa? Perché si preferiva prima seminare, fare il primo passaggio di diserbo e la prima concimazione con le gomme: è più comodo. Ma in annate come questa quella comodità può avere un costo. A mio parere, nelle aziende che dispongono della risorsa idrica, una bagnatura entro la prima decade di maggio può fare una differenza importante. Vale anche per chi sceglie la semina a file interrate: una bagnatura anticipata consente poi di rientrare in campo quando il terreno lo permette e può favorire anche pratiche come la falsa semina.

C'è quindi un problema di percezione economica tra semina in acqua e semina a file interrate?

Sì, ed è un punto sul quale inviterei gli agricoltori a fare una valutazione economica complessiva, perché il quadro non è così scontato come può sembrare. La semina a file interrate richiede meno lavoro nelle fasi iniziali, questo è vero. Tuttavia, a mio giudizio, occorre considerare anche altri aspetti, come il maggiore fabbisogno di fertilizzazione e la diversa gestione delle infestanti. È opportuno mettere tutti questi elementi sulla bilancia prima di valutare quale tecnica risulti realmente più conveniente.

Che tipo di produzione possiamo aspettarci quest'anno?

È presto per dirlo con precisione, ma è difficile immaginare una produzione abbondante. Non credo che si possa raggiungere un livello produttivo coerente con i 233.500 ettari stimati, perché dalle denunce ricevute emerge già una perdita effettiva di superficie. Se le condizioni climatiche dovessero rimanere quelle attuali, il dato potrebbe ulteriormente peggiorare.

Ci sono anche territori in controtendenza?

Sì. In Sardegna, per esempio, la situazione è positiva: lo confermano sia gli agricoltori sia i nostri tecnici che erano sul posto la scorsa settimana. La disponibilità d'acqua garantita dalla diga sul Tirso sta sostenendo bene la coltura e lo stato vegetativo del riso è molto soddisfacente. Diverso il discorso per Ferrara, colpita da una grandinata che ha interessato circa 1.000 ettari, con danni ancora da quantificare perché finché la pianta non arriva alla spigatura è difficile effettuare una stima attendibile. Anche Mantova e Verona hanno registrato danni da grandine. Nel Nord-Ovest, invece, la principale criticità resta la disponibilità idrica e, se la situazione dovesse protrarsi, la superficie effettivamente produttiva potrebbe risultare inferiore a quella teoricamente coltivata.