PESTE SUINA AFRICANA: DUE NUOVE ORDINANZE, CONFERMATE LE MISURE NAZIONALI FINO AL MARZO 2027

Il Ministero della Salute ha firmato due nuovi provvedimenti che aggiornano la strategia italiana di contrasto alla peste suina africana (PSA): l'Ordinanza n. 4/2026, che proroga fino al 28 marzo 2027 le misure di eradicazione e sorveglianza su tutto il territorio nazionale, e l'Ordinanza n. 5/2026, dedicata al piano di cattura, abbattimento e gestione delle carcasse di cinghiale nelle zone ancora indenni dal virus. I dati aggiornati al 13 luglio, diffusi dall'Istituto Zooprofilattico Sperimentale, fotografano una situazione di 4.142 cinghiali positivi e 55 focolai negli allevamenti domestici sul territorio nazionale dal gennaio 2022 a oggi, con un aumento dei casi registrato nel mese di giugno che rende ancora più rilevante il contenuto delle nuove disposizioni.


Il Piemonte, con 726 cinghiali positivi in provincia di Alessandria, 64 a Novara, 25 ad Asti e 9 a Cuneo, resta una delle regioni più esposte a livello nazionale, seconda solo alla Liguria (1.023 casi a Genova) e davanti a Emilia-Romagna (404 a Parma) e Toscana (402 a Lucca); sul fronte degli allevamenti domestici la provincia di Novara conta 7 focolai e quella di Vercelli 1, a fronte di una concentrazione nazionale più marcata in Lombardia, dove la provincia di Pavia da sola totalizza 22 dei 55 focolai complessivi.

 

Confermati i quattro pilastri della strategia

 

L'Ordinanza n. 4 non modifica l'impianto della lotta alla PSA definito negli ultimi due anni, ma lo consolida attorno a quattro linee d'azione: il contenimento della diffusione dei cinghiali attraverso barriere fisiche, il depopolamento della fauna selvatica, la sorveglianza epidemiologica e il rafforzamento della biosicurezza negli allevamenti. Viene inoltre confermata la Zona di Controllo dell'Espansione Virale (Zona CEV), l'area nella quale la ricerca delle carcasse positive e il contenimento della malattia restano prioritari.

 

Le novità operative: sorveglianza passiva estesa a tutto il Paese

 

La novità più significativa riguarda la sorveglianza passiva: da ora tutti i cinghiali trovati morti o moribondi dovranno essere segnalati su tutto il territorio nazionale, non solo nelle zone di restrizione, e sottoposti a controllo virologico. Nelle aree già soggette a restrizione la ricerca attiva delle carcasse viene invece intensificata, con il coinvolgimento di personale dedicato, volontari, associazioni venatorie, unità cinofile e, ove necessario, delle Forze Armate.

 

Per gli allevamenti situati nelle zone di restrizione l'ordinanza rafforza i controlli di biosicurezza: le Autorità competenti dovranno verificare tempestivamente il rispetto dei requisiti strutturali e gestionali, registrando gli esiti delle ispezioni nel sistema ClassyFarm. Restano confermate le limitazioni alle movimentazioni dei suini in caso di focolaio, oltre a disposizioni specifiche per gli allevamenti semibradi e per quelli di piccole dimensioni situati in prossimità di carcasse positive.

 

Un secondo pacchetto di misure, valido su tutto il territorio nazionale e non solo nelle aree colpite, prevede la verifica della biosicurezza in tutti gli allevamenti, con priorità per quelli semibradi, l'aggiornamento delle informazioni nella Banca Dati Nazionale e campagne di sensibilizzazione volte a ridurre la presenza dei cinghiali nei centri abitati, limitandone l'accesso ai rifiuti e ad altre fonti alimentari.

 

L'Ordinanza n. 5: proroga del piano di abbattimento nelle zone indenni

 

Accanto all'Ordinanza n. 4 è stata pubblicata anche l'Ordinanza n. 5, che introduce il "Piano di azione nazionale per la cattura, l'abbattimento e il destino delle carcasse di cinghiale nelle zone indenni da peste suina africana". Il provvedimento proroga il piano di abbattimento selettivo anche nelle aree del Paese finora non interessate dalla malattia, in un'ottica di prevenzione che punta a ridurre la densità della popolazione di cinghiali prima dell'eventuale introduzione del virus.

 

L'andamento dei casi: giugno in crescita

 

Secondo i dati più recenti, aggiornati al 13 luglio, il mese di giugno 2026 ha fatto registrare un aumento dei casi rispetto al mese precedente, un'inversione di tendenza rispetto al quadro complessivamente favorevole descritto a inizio anno, quando la sorveglianza epidemiologica indicava una progressiva riduzione delle aree soggette a restrizione e l'assenza di nuovi focolai negli allevamenti. È proprio questo andamento altalenante -miglioramento in alcune aree e nuovi segnali di crescita in altre - a giustificare la scelta ministeriale di mantenere in vigore l'impianto delle misure fino al marzo 2027, anziché procedere a un loro graduale allentamento.

 

Il quadro europeo: focolai in aumento, ma con andamenti opposti tra Paesi

 

Le nuove ordinanze italiane si inseriscono in un contesto comunitario che, nel complesso, non è più quello favorevole descritto a inizio anno. L'ultima relazione annuale dell'EFSA, pubblicata a maggio 2026, ha evidenziato che nel 2025 i focolai di PSA nell'Unione europea sono tornati a crescere rispetto al 2024, sia nei suini domestici sia nei cinghiali selvatici, invertendo il trend di netto miglioramento registrato l'anno precedente. Il primo semestre 2026 conferma un quadro epidemiologico ancora molto dinamico: 5.905 casi complessivi notificati tra gennaio e giugno, di cui 5.589 nei cinghiali selvatici, distribuiti in 15 Paesi, e 316 focolai negli allevamenti domestici, in 11 Paesi.

 

Dietro il dato aggregato si nascondono però dinamiche molto diverse da Stato a Stato, ed è qui che emerge un dato che riguarda direttamente l'Italia. Sul fronte della fauna selvatica i casi nei cinghiali sono complessivamente diminuiti del 15,6% rispetto allo stesso periodo del 2025 (da 6.621 a 5.589), con la Polonia che resta il Paese più colpito a livello europeo (1.425 casi), seguita dalla Lituania (832) e, al terzo posto, dall'Italia, con 823. Il dato italiano è tutt'altro che rassicurante: nel primo semestre 2026 i casi nei cinghiali sono praticamente raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 430 a 823 (+91%), un incremento che colloca il nostro Paese tra le situazioni in più marcato peggioramento in Europa, insieme alla Lituania (+78%). Diversa la traiettoria di altri grandi Paesi produttori: la Germania ha ridotto i casi da 1.612 a 621 (-61%) e la Polonia da 2.374 a 1.425 (-40%), mentre diminuzioni si registrano anche in Ungheria, Lettonia e Grecia.

 

Sul fronte degli allevamenti domestici il quadro europeo è invece nel complesso migliorato, con 316 focolai nel semestre contro i 418 dello stesso periodo del 2025 (-24%). Anche qui, però, alcuni Paesi hanno registrato un netto peggioramento: la Serbia è passata da 20 focolai nel secondo trimestre 2025 a 152 nello stesso periodo del 2026, diventando il Paese europeo con il maggior numero di focolai negli allevamenti nel periodo considerato, mentre la Croazia è salita da 1 a 26. In controtendenza la Romania, che pur restando tra i Paesi più colpiti ha visto i focolai scendere da 176 a 110. In Ungheria, inoltre, è stata rilevata nel corso dell'anno la prima positività in assoluto in un allevamento domestico.

 

Sul piano normativo, la Commissione europea aggiorna con cadenza pressoché mensile gli allegati del regolamento di esecuzione (UE) 2023/594, che definisce le zone di restrizione a livello comunitario. Nella primavera del 2026 l'Unione ha allentato le misure in Lombardia e Piemonte: il regolamento del 26 marzo ha declassato o rimosso alcune zone di restrizione II e I nelle province di Milano, Lodi, Varese e Vercelli. Il più recente regolamento di esecuzione (UE) 2026/1409, pubblicato il 19 giugno, ha invece ampliato le zone di restrizione II in provincia di Cuneo e, di conseguenza, le zone di restrizione I nel resto del Piemonte, a seguito dei nuovi casi rilevati nel territorio, accompagnando tuttavia questa revisione con un miglioramento della classificazione in altre quattro province, comprese porzioni dei territori di Asti, Alessandria, Pavia e Lodi. Parallelamente, la Regione Lombardia ha stanziato oltre 4,7 milioni di euro a sostegno degli interventi di biosicurezza negli allevamenti suinicoli.

 

Il quadro europeo contribuisce quindi a spiegare, e per certi aspetti a rendere ancora più comprensibile, la scelta ministeriale di prorogare fino al marzo 2027 l'impianto delle misure nazionali: l'Italia non rappresenta un'eccezione positiva in un contesto europeo difficile, ma figura tra i Paesi nei quali la pressione della malattia nella fauna selvatica è tornata a crescere in modo significativo nel primo semestre del 2026. In questo scenario, l'aumento dei casi registrato nel mese di giugno a livello nazionale non costituisce un'anomalia isolata, ma si inserisce in una tendenza già evidente anche su scala europea ed è coerente con la decisione di non allentare la sorveglianza.