PIEMONTE, ALLEVAMENTI ALLA SFIDA DELL’AGGREGAZIONE
Intervista a Simone Mellano, direttore Asprocarne e Consorzio Carni Qualità Piemonte
Dopo due anni di crescita dei prezzi il mercato dei bovini da carne mostra un’inversione di tendenza. Dall’inizio del 2026 le quotazioni si sono fermate e nelle ultime settimane hanno iniziato a scendere, mentre aumenta la competitività dall’estero. Il rallentamento si inserisce in un contesto di domanda debole e di crescente concorrenza da parte di altre proteine animali. In Piemonte, una delle principali regioni italiane per la produzione di carne bovina, la fase è delicata per gli allevatori e l’intera filiera. Lo conferma Simone Mellano, direttore di Asprocarne Piemonte, organizzazione di produttori (OP) che rappresenta oltre 500 allevatori e coordina una quota rilevante della produzione regionale. Asprocarne, fondata nel 1985 e riconosciuta dalla Regione Piemonte, opera nella commercializzazione, assistenza tecnica e valorizzazione della carne bovina. Accanto all’OP opera il Consorzio Carni Qualità Piemonte, costituito nel 2001 da organizzazioni agricole e associazioni di produttori, anch’esso diretto da Simone Mellano, con oltre 300 soci tra allevatori, macelli e operatori commerciali, con l’obiettivo di garantire qualità, tracciabilità e promozione della carne piemontese.
Direttore Mellano, qual è oggi l’andamento del mercato bovino?
Le linee generali sono quelle già evidenziate a livello internazionale: calo della produzione e aumento dei prezzi negli ultimi anni. Tuttavia, dall’inizio del 2026 le quotazioni dei bovini da macello si sono fermate e, tra fine marzo e inizio aprile, hanno iniziato a diminuire. È un’inversione che non si verificava da circa due anni.
Quali sono le cause principali di questa fase?
Una è l’aumento dell’offerta estera, in particolare dalla Francia. Nel 2025 abbiamo importato meno ristalli, sia per i prezzi elevati, sia per alcune limitazioni sanitarie. Questi animali sono rimasti sul mercato francese e oggi vengono offerti ai nostri macelli a prezzi inferiori rispetto al prodotto nazionale, influenzando le quotazioni italiane. A questo si aggiunge un elemento importante: il calo dei consumi. L’aumento dei prezzi al banco della carne bovina indirizza in parte i consumatori verso proteine più accessibili, quali uova, carne suina, avicola e pesce, riducendo la domanda di carne bovina.
Qual è l’impatto ha sugli allevamenti piemontesi?
Oggi vendiamo animali acquistati nell’autunno 2025 a prezzi molto elevati, ma a quotazioni più basse. Questo genera tensioni economiche. Il tema principale è il costo di produzione: circa il 70% dipende dall’acquisto dei ristalli francesi.
Il sistema produttivo regionale è omogeneo?
No, ci sono differenze. Gli allevamenti che lavorano ristalli francesi sono più strutturati e hanno già affrontato un processo di selezione. Oggi riescono a gestire meglio le difficoltà, anche per dimensione economica e accesso al credito.
Diversa la situazione della razza piemontese, dove prevalgono aziende più piccole e a conduzione familiare, con redditività più fragile.
Qual è la situazione della razza piemontese?
Nel 2025 si è registrato un forte calo produttivo: per la prima volta negli ultimi trent’anni siamo scesi sotto i 300.000 capi allevati, intorno ai 290.000. Il prezzo è aumentato, ma perché diminuisce l’offerta. Il problema è che gli allevamenti chiudono, anche per difficoltà economiche e mancanza di ricambio generazionale.
Quali sono i numeri della filiera bovina piemontese?
Parliamo di circa 250-300 mila vitelloni macellati ogni anno. Il valore medio è tra 3.500 e 4.500 euro a capo, quindi il fatturato supera il miliardo di euro. Il Piemonte è la prima regione italiana per consistenza della mandria da carne con oltre 500.000 capi complessivi e insieme a Veneto e Lombardia rappresenta circa il 60% della produzione nazionale.
Qual è il ruolo di Asprocarne e del Consorzio nella filiera?
Come organizzazione di produttori lavoriamo soprattutto sull’aggregazione dell’offerta. Gli allevamenti, presi singolarmente, hanno poca forza contrattuale rispetto all’industria e alla distribuzione. Aggregare significa migliorare il potere commerciale. Il Consorzio Carni Qualità Piemonte opera sulla certificazione, sulla qualità di filiera e sulla promozione verso il consumatore, con disciplinari e sistemi di tracciabilità riconosciuti.
Quanto pesa il prodotto estero sul mercato?
Secondo gli ultimi dati disponibili l’autoproduzione nazionale si attesta intorno al 38%. Questo significa che una quota rilevante di carne consumata in Italia è importata, e quindi la concorrenza è molto forte.
Quali leve state utilizzando per valorizzare la produzione piemontese?
Stiamo investendo su certificazione e comunicazione. Negli ultimi tre anni abbiamo destinato oltre 5 milioni di euro a queste attività, con l’obiettivo di rendere riconoscibile il prodotto e differenziarlo rispetto alle importazioni.
Quali prospettive si aprono per la seconda metà del 2026?
La situazione è incerta. Molto dipenderà dal mercato francese e dalle dinamiche delle importazioni. In questa fase, aggregazione dell’offerta e valorizzazione del prodotto sono le leve principali per sostenere la redditività degli allevamenti.