POMODORO DA INDUSTRIA: OCCUPAZIONE, PREZZI E INNOVAZIONE AL CENTRO DELLA NUOVA CAMPAGNA

La campagna 2026 del pomodoro da industria si apre con un segnale netto dal lato industriale e un’incognita ancora aperta su quello agricolo. Mutti Spa ha avviato il reclutamento di 1.300 lavoratori stagionali tra Emilia-Romagna e Campania, mentre nel Centro-Sud le trattative sul prezzo non sono ancora concluse. Al Nord, invece, l’Accordo Quadro ha già fissato un riferimento di 137 euro alla tonnellata.

 

La dinamica riflette una filiera che ha raggiunto volumi elevati e richiede un forte coordinamento tra produzione e trasformazione. Secondo ISMEA e ANICAV nel 2025 l’Italia ha registrato una crescita dell’11%, consolidando il secondo posto mondiale dopo gli Stati Uniti e la leadership europea. Questo livello produttivo si innesta su una superficie stabile oltre i 68.000 ettari, distribuita tra il bacino settentrionale — circa 38.000 ettari — e quello centro-meridionale, che ne conta circa 30.000, con la Puglia in posizione dominante.

 

In questo contesto il prezzo alla produzione diventa il principale punto di equilibrio della filiera. Il valore definito al Nord incorpora il progressivo rientro dei costi dopo i picchi del biennio 2022-2023. Le stime CREA collocano i costi medi tra 110 e 125 euro per tonnellata, con forti incidenze di irrigazione ed energia. Ne deriva una marginalità agricola ancora presente ma compressa, che rende particolarmente sensibile la definizione degli accordi nel Centro-Sud proprio nella fase dei trapianti, quando le aziende devono assumere decisioni operative senza un quadro economico definitivo.

 

La pressione sui margini agricoli si riflette direttamente sull’organizzazione industriale. La trasformazione deve gestire grandi volumi in un arco temporale limitato, concentrato tra luglio e settembre, e questo spiega il fabbisogno crescente di manodopera stagionale. L’industria investe in soluzioni per aumentare efficienza e qualità. Tecnologie come l’InstaFactory, che consente la lavorazione direttamente in campo, riducono i tempi tra raccolta e trasformazione, con effetti sia sulla qualità della materia prima sia sui costi logistici, oltre a un contenimento delle emissioni.

 

Questa evoluzione tecnologica è strettamente legata alla competizione sui mercati esteri. La capacità di mantenere standard qualitativi elevati e garantire tracciabilità e sostenibilità rappresenta un fattore decisivo. Il comparto mantiene inoltre un ruolo centrale sul piano occupazionale. ANICAV - Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali riferisce di oltre 30.000 addetti lungo la filiera, con un impatto significativo nelle aree del Mezzogiorno; solo in Campania si stimano circa 12.000 occupati. La difficoltà nel reperire manodopera stagionale resta tuttavia un elemento critico, legato alla disponibilità di lavoratori e alla gestione dei flussi migratori.

 

A incidere sul quadro infine c’è la variabile climatica. Secondo Eurostat negli ultimi anni si registra una crescente instabilità produttiva nei principali Paesi europei, dovuta a stress idrici e anomalie termiche, con effetti diretti su rese e qualità. In questo scenario, la campagna di quest’anno assume un valore strategico per l’intera filiera: la chiusura degli accordi al Centro-Sud, la tenuta dei costi agricoli e l’efficienza della trasformazione determineranno il mantenimento della competitività italiana in un mercato sempre più esigente.