RISO, L’EUROPARLAMENTO RESPINGE LA REVISIONE DELLA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA

Il voto del Parlamento europeo di ieri ha escluso la revisione della clausola di salvaguardia sul riso, mantenendo al 45% la soglia di attivazione rispetto alla media decennale delle importazioni. La decisione arriva in una fase di forte tensione del mercato e riduce, nei fatti, la capacità dell’Unione europea di reagire tempestivamente agli squilibri generati dai flussi a dazio zero provenienti dai Paesi Meno Avanzati (PMA), in particolare Cambogia e Myanmar.

 

Nella campagna commerciale più recente l’UE ha importato circa 1,7 milioni di tonnellate di riso lavorato, con una quota prossima al 60% in esenzione daziaria (regime EBA – Everything But Arms). Volumi che superano ampiamente la soglia teorica di attivazione della clausola, fissata attorno alle 552.000 tonnellate (media storica di 387.000 tonnellate + 45%). In termini tecnici il meccanismo appare disallineato rispetto alla dinamica reale del mercato, perdendo efficacia come strumento di gestione delle crisi.

 

In questo scenario l’Italia mantiene una posizione centrale, ma al tempo stesso esposta. Secondo ISMEA ed Ente Nazionale Risi, nel 2024 la produzione nazionale ha raggiunto circa 1,4 milioni di tonnellate su 226.000 ettari, oltre il 50% del totale UE. Nel 2025 le superfici sono salite a 235.000 ettari (+ 4%), con rese medie di 6,41 t/ha. Un sistema produttivo altamente specializzato, ma gravato da costi superiori rispetto ai competitor asiatici, in particolare per manodopera, input tecnici e standard ambientali.

 

Il prezzo medio all’origine non compensa la pressione esercitata dalle importazioni. Il differenziale competitivo resta marcato e incide direttamente sulla redditività delle aziende. La mancata revisione della soglia assume rilievo strategico anche alla luce della struttura dei consumi europei: circa il 50% del riso consumato nell’UE è importato e due terzi di questi volumi entrano a dazio zero (Commissione europea). In assenza di correttivi, il sistema tariffario continua a favorire produzioni estere non soggette agli stessi standard ambientali e sociali.

 

Sul piano istituzionale la presidente dell’Ente Nazionale Risi Natalia Bobba ha espresso delusione per il mancato accoglimento degli emendamenti, ritenuti necessari per prevenire danni economici strutturali. La filiera rivendica tuttavia il risultato ottenuto con l’introduzione della clausola automatica nel regolamento SPG, considerata un presidio utile, seppur con limiti evidenti. La fase che si apre sarà centrata sul monitoraggio continuo dei flussi di importazione, dei prezzi e dei volumi per singolo Paese, per garantire un utilizzo tempestivo degli strumenti disponibili.

 

Critiche analoghe arrivano dalle organizzazioni agricole. Confagricoltura aveva proposto di ridurre la soglia al 20%, evidenziando la necessità di rafforzare un meccanismo oggi solo formale. Cia-Agricoltori Italiani ha definito la clausola “di fatto irraggiungibile”, sottolineando come l’aumento strutturale dei flussi renda inefficace l’attivazione oltre il 45%. Coldiretti ha invece richiamato l’attenzione sugli aspetti operativi, evidenziando che procedure lente e incerte impediscono alle imprese di pianificare e di difendersi da fenomeni di dumping.

 

Il quadro normativo resta quello del Sistema di Preferenze Generalizzate (SPG), attivo dal 1971 e rafforzato dal regime EBA che persegue obiettivi di sviluppo ma, nel caso del riso, genera effetti distorsivi su un mercato globalizzato. La coesistenza tra sostegni della Pac e apertura commerciale asimmetrica evidenzia una criticità strutturale per la sostenibilità economica delle imprese europee. Le prospettive indicano un ulteriore incremento delle importazioni, stimato in circa 50.000 tonnellate nella prossima campagna. La domanda interna italiana è dinamica: nel 2025 gli acquisti domestici hanno raggiunto 164.300 tonnellate per 447,6 milioni di euro (+ 6,9% in frequenza di consumo, fonte ISMEA). Una crescita che, tuttavia, non basta a riequilibrare il mercato.

 

Per il comparto risicolo europeo è perciò necessario rivedere il principio di reciprocità commerciale. L’allineamento degli standard produttivi e una ricalibrazione degli strumenti di salvaguardia restano condizioni essenziali per preservare competitività e sostenibilità della filiera.