RISO, LA STIMA ENTE RISI AL 21 LUGLIO: SUPERFICIE STABILE, MA LA GEOGRAFIA VARIETALE CAMBIA VOLTO
La fotografia scattata dall'Ente Risi al 21 luglio 2026, basata su 2.937 denunce di coltivazione che coprono il 79% della superficie 2025, restituisce un dato complessivo che a prima vista rassicura: 233.500 ettari coltivati a riso in Italia, appena 1.232 ettari in meno (-0,5%) rispetto ai 234.732 dell'anno precedente. Un'oscillazione minima, quasi fisiologica, se raffrontata alle variazioni a doppia cifra registrate negli anni scorsi. Dietro la sostanziale stabilità della superficie complessiva emerge infatti una marcata redistribuzione tra i gruppi varietali, che modifica in modo significativo la geografia della risicoltura italiana.
Va peraltro ricordato che il dato è parziale: la rilevazione copre il 79% della superficie 2025, e il restante 21% andrà verificato nelle prossime settimane. Non è un dettaglio puramente statistico: chi cessa la coltivazione del riso tende generalmente a non presentare più la denuncia di superficie. Per questo motivo una parte delle superfici ancora non rilevate potrebbe corrispondere a ettari effettivamente usciti dal comparto, anche se la quantificazione potrà essere definita solo con il completamento delle denunce. Il quadro finale potrebbe quindi risultare leggermente più severo di quanto il dato provvisorio lasci intendere.
Il quadro generale: stabilità apparente, redistribuzione reale
Il gruppo dei Tondi cresce complessivamente del 36,5%, passando da 56.820 a 77.550 ettari. Il gruppo Medio crolla del 47,5%, da 13.091 a 6.870 ettari. Il Lungo A arretra del 7,9% (da 118.542 a 109.230 ettari) e il Lungo B perde il 13,9% (da 46.278 a 39.850 ettari). Sono variazioni di intensità molto superiore allo scarto complessivo, segno che il 2026 non è una semplice replica della campagna precedente, ma un anno caratterizzato da una profonda riallocazione delle superfici tra i gruppi varietali. L'incremento dei Tondi assorbe infatti gran parte della contrazione registrata negli altri gruppi. In altre parole, la stima descrive soprattutto uno spostamento di superfici da un gruppo varietale all'altro, più che una modifica della dimensione complessiva della risicoltura italiana.
All'interno dei Tondi il traino più vistoso arriva dalla voce "Altri Tondi", che segna un +48,8% (da 38.067 a 56.650 ettari), mentre Selenio (+7,8%) e Centauro (+22,3%) confermano un trend positivo più contenuto ma comunque netto. Va detto che l'incremento complessivo del gruppo, pur restando molto ampio, risulta inferiore a quanto indicato dai sondaggi sulle intenzioni di semina condotti in primavera: un segnale che una parte della spinta verso i Tondi si sta ridimensionando strada facendo. Al polo opposto, il crollo dei Medi (Padano e similari -76,4%, Varie Medio -57,9%) fotografa il progressivo ridimensionamento di un segmento varietale che negli ultimi anni aveva già perso terreno.
Il quadro del Lungo A è il più eterogeneo e, dal punto di vista tecnico, il più interessante: mentre Roma-Baldo (-40,1%), S. Andrea (-19,6%), Varie Lungo A (-15,2%) e Ribe (-9,9%) arretrano in modo netto, le due varietà da risotto per eccellenza - Arborio (+14,8%) e Carnaroli (+18,1%) - guadagnano superficie in controtendenza rispetto al resto del gruppo.
Perché i Tondi avanzano: mercato, ciclo colturale e disponibilità idrica
Le indicazioni raccolte direttamente da Ente Risi restituiscono un quadro più preciso, e in parte diverso, rispetto alla sola lettura idrologica. Le scelte varietali per la campagna 2026 si sono infatti definite in gran parte già tra novembre e gennaio, quando le case sementiere raccolgono attraverso la rete commerciale i preordini di tecnologia varietale che orientano, per le tecnologie oggi più diffuse, circa il 70% della superficie nazionale ben prima della semina vera e propria. In quella finestra temporale i Tondi erano, come sottolinea la presidente dell'Ente Risi, Natalia Bobba, “gli unici che non hanno mai sofferto” sul fronte dei prezzi: un elemento di mercato che, più della prospettiva di scarsità idrica allora non ancora delineata, spiega il grosso dell'aumento di superficie del gruppo. Solo più avanti, tra maggio e giugno, l'ondata di caldo che ha anticipato lo scioglimento di nevai e ghiacciai ha trasformato in emergenza una stagione che a inizio anno si presentava, nelle parole di Bobba, all'insegna di “una certa tranquillità”. Il minor fabbisogno irriguo dei Tondi, in questo senso, più che aver orientato le scelte di semina si sarebbe rivelato a posteriori coerente con esse.
Il paradosso di Arborio e Carnaroli
Il dato più controintuitivo della stima è la crescita di superficie di Arborio e Carnaroli, proprio nell'annata in cui le quotazioni di queste due varietà simbolo del risotto italiano hanno subito le flessioni più severe dell'intero paniere varietale, con cali di prezzo che nella scorsa campagna hanno superato il 25-30% su base annua. Come si spiega, allora, l'aumento di superficie?
Oltre al fisiologico sfasamento temporale tra le decisioni di semina e l'andamento delle quotazioni, possono aver contribuito anche le buone performance produttive e qualitative registrate nella campagna 2025. Nella scelta varietale del risicoltore, infatti, rese e qualità alla lavorazione pesano quanto, e talvolta più, del solo prezzo di mercato. Inoltre, il gruppo comprende numerose varietà tolleranti agli erbicidi imidazolinonici, particolarmente apprezzate nelle aziende dove la presenza di riso crodo rappresenta un fattore determinante nelle scelte colturali. Va inoltre considerato che Arborio e Carnaroli restano le varietà maggiormente orientate al mercato interno e alla ristorazione, risultando meno esposte rispetto al Lungo B alla concorrenza diretta del riso lavorato importato.
Lungo A e Lungo B: la pressione della concorrenza internazionale
Il ridimensionamento di Roma-Baldo (-40,1%), delle varietà classificate come "Varie Lungo A" e soprattutto del Lungo B (-13,9%, dopo un calo di prezzo su base annua che nella scorsa campagna ha superato il 40%) conferma una tendenza strutturale ormai difficile da invertire: le varietà maggiormente esposte alla concorrenza del riso lavorato importato vedono progressivamente ridursi la propria attrattività economica per il risicoltore, man mano che il differenziale di prezzo si erode. A questo si aggiunge l'incognita dell'accordo UE-Mercosur, la cui eventuale entrata in vigore resta un elemento di attenzione per il comparto anche in funzione delle condizioni tariffarie che saranno definitivamente applicate.
Uno sguardo di medio periodo
Collocata nella serie storica, la superficie 2026 resta comunque superiore ai valori del 2023 (circa 210.000 ettari) e del 2024 (circa 226.000 ettari), confermando che il comparto, dopo la forte espansione registrata nel 2025 (+ 9.300 ettari, + 4,1%), sta attraversando una fase di assestamento più che di ridimensionamento, fermo restando il margine di revisione al ribasso legato alla natura ancora parziale del dato. La sostanziale tenuta del totale nazionale, unita alla profonda ricomposizione varietale in atto, descrive un comparto che continua ad adattarsi a un contesto fatto di variabilità climatica, gestione della risorsa idrica e forte competizione sui mercati internazionali. Per il risicoltore la stima di fine luglio conferma un messaggio già emerso nelle ultime campagne: la scelta varietale risponde sempre meno alla sola prospettiva di prezzo e sempre più alla gestione integrata del rischio agronomico, commerciale e meteo-climatico.