UN ETTARO ALL’ORA: IL CONSUMO DI SUOLO CONTINUA A ERODERE LE SUPERFICI AGRICOLE

Da dieci anni a questa parte il suolo italiano si sta consumando a una velocità che non ha precedenti. Secondo il Rapporto ISPRA 2025 sul Consumo di Suolo, Dinamiche Territoriali e Servizi Ecosistemici,  presentato il 23 ottobre 2025, nel corso del 2024 sono stati impermeabilizzati 83,7 km² di territorio nazionale, con un incremento del 16% rispetto all'anno precedente e un consumo netto — al netto delle minime restituzioni alla natura, pari a poco più di 5 km² — di 78 km², il valore più elevato dell'intero decennio. La velocità di perdita, tradotta in termini comprensibili, equivale a 2,7 metri quadrati al secondo, ovvero un ettaro ogni ora: un ritmo che l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale definisce incompatibile con gli obiettivi europei di azzeramento del consumo netto entro il 2050.

Il quadro complessivo è altrettanto preoccupante: a oggi l'Italia conta 21.500 km² di suolo ricoperti da cemento e asfalto, pari al 7,17% della superficie nazionale. Un dato che colloca il Paese ben al di sopra della media europea, ferma al 4,4%, con uno scarto di quasi tre punti percentuali che testimonia decenni di urbanizzazione diffusa, infrastrutturazione del territorio e insediamenti produttivi spesso localizzati su terreni agricoli, anche di pregio.


La geografia del cemento: Lombardia, Veneto e Campania al vertice della classifica


La distribuzione territoriale del consumo non è uniforme. In termini di percentuale del territorio già compromessa la Lombardia si conferma prima con il 12,22% della propria superficie consumata, seguita dal Veneto con l'11,86% e dalla Campania con il 10,61%. Tre regioni che, non a caso, combinano alta densità abitativa, intensa attività industriale e logistica e,  nel caso veneto e lombardo, la pressione insediativa sulla Pianura Padana, l'area più impermeabilizzata del Paese assieme alle fasce costiere. Ben 15 regioni su 20 superano già la soglia del 5% di territorio consumato, una situazione che ISPRA considera strutturalmente critica. Sul fronte degli incrementi 2024 la classifica si modifica parzialmente. L'Emilia-Romagna guida la graduatoria con 1.013 ettari di nuovo suolo consumato nell'anno, seguita dalla Lombardia con 834 ettari, dalla Puglia con 818 ettari, dalla Sicilia con 799 ettari e dal Lazio con 785 ettari. In questo caso, la fotografia è influenzata anche dalla corsa al fotovoltaico a terra: il Rapporto ISPRA registra un'espansione degli impianti solari da 420 ettari del 2023 a oltre 1.700 ettari nel 2024, con l'80% delle installazioni localizzate su terreni a vocazione agricola, una tendenza che amplifica ulteriormente la tensione sulla superficie coltivabile. All'opposto dello spettro la Valle d'Aosta ha consumato appena 3 ettari nel corso del 2024, un valore che l'avvicina all'obiettivo europeo di consumo netto zero. Liguria, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Basilicata e Calabria si attestano tutte al di sotto dei 100 ettari annui, grazie a una combinazione di morfologia del territorio, pressione demografica contenuta e, in alcuni casi, politiche territoriali più restrittive.


Il costo per l'agricoltura: 2,7 milioni di ettari persi in vent'anni


Per il settore primario le implicazioni sono dirette e misurabili. Coldiretti ha quantificato in 1,2 miliardi di euro la produzione alimentare cancellata ogni anno a causa della cementificazione e del degrado del suolo, una stima che si traduce in capacità produttiva perduta in modo permanente. Nel periodo 2000-2020 la superficie agricola utilizzata italiana si è ridotta da 18,8 a 16,1 milioni di ettari, con una perdita netta di 2,7 milioni di ettari in due decenni. Secondo le elaborazioni ISPRA la maggior parte del suolo consumato in Italia proviene direttamente da terreni agricoli: a essere erose sono le superfici più pianeggianti, più fertili e più irrigabili, quelle a maggiore produttività agronomica. L'organizzazione agricola ricorda che il settore primario è responsabile soltanto dell'8,4% delle emissioni totali di gas serra, con un calo del 15,6% rispetto al 1990, e contribuisce per il 6% alle emissioni di PM10 e per appena l'1% agli ossidi di azoto. In questo contesto, il consumo di suolo agricolo appare ancora più contraddittorio: si sacrifica un comparto che ha sistematicamente ridotto il proprio impatto ambientale, privando il Paese di una risorsa non rinnovabile che il 78% degli italiani identifica come il principale presidio contro il dissesto idrogeologico.


Un quadro che richiede una risposta normativa strutturale


Il Rapporto ISPRA 2025 giunge in un momento in cui il dibattito sulla legge nazionale sul consumo di suolo, attesa da oltre un decennio, è ancora irrisolto. I dati presentati rendono sempre più urgente un intervento legislativo che fissi limiti quantitativi vincolanti all'impermeabilizzazione, promuova il riuso del patrimonio edilizio esistente e tuteli in modo esplicito i suoli agricoli di alta qualità dalla pressione insediativa e da quella energetica. Il confronto con la media europea è, da questo punto di vista, il segnale più eloquente: mentre l'Italia impermeabilizza il 7,17% del proprio territorio, i Paesi dell'Unione si fermano in media al 4,4%, con punte virtuose che dimostrano come lo sviluppo economico e la tutela del suolo non siano obiettivi incompatibili.