VERSO LA VENDEMMIA. LA GUERRA DEL MOSCATO È LA CARTINA DI TORNASOLE DI UNA CRISI GLOBALE

Tremila viticoltori da una parte, le grandi case spumantiere dall’altra. La contesa che in questi giorni sta agitando le colline di Cuneo, Asti e Alessandria, nel cuore dei 10.000 ettari del Moscato d’Asti e dell’Asti Spumante, non è una disputa locale, né una questione di soli numeri. È la replica, in miniatura e con la precisione di un caso di studio, di ciò che sta accadendo al comparto vitivinicolo mondiale: un sistema di filiera in cui la parte agricola, quella che presidia il territorio e produce la materia prima, quando il mercato rallenta è sistematicamente l’ultima a incassare e la prima a pagare.

 

I dati della crisi in corso sono ormai consolidati. L’OIV, Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, ha certificato che nel 2025 i consumi globali si sono attestati a 208 milioni di ettolitri, il minimo storico, con una flessione del 2,7% rispetto al 2024. La superficie vitata mondiale è in calo per il sesto anno consecutivo. Il divario tra produzione e consumo è stimato in circa 18,7 milioni di ettolitri, un’eccedenza enorme che preme sui prezzi lungo tutta la filiera, ma che si scarica con forza sproporzionata sull’uva e sul vino sfuso. In Italia le cantine hanno chiuso aprile con 52,5 milioni di ettolitri in giacenza, ancora superiori del 5,6% rispetto allo stesso mese del 2025, nonostante un lieve calo stagionale. I prezzi dei vini sfusi delle principali Dop-Igp hanno perso mediamente il 7% in un anno.

 

Nel territorio del Moscato questi numeri si traducono in una realtà che il presidente del Consorzio dell’Asti Docg Stefano Ricagno ieri ha descritto con franchezza su La Stampa nell’edizione di Cuneo: nel solo comparto del Moscato d’Asti e dell’Asti Spumante si stima di arrivare all’avvio della prossima vendemmia con circa 300.000 ettolitri ancora in cantina, 50.000 in più rispetto alla soglia di equilibrio considerata fisiologica, quella quantità di scorte necessaria a garantire la continuità commerciale tra una raccolta e l’altra senza deprimere ulteriormente i prezzi dell’uva all’origine. E l’industria propone di ridurre le rese a 75-80 quintali per ettaro a un prezzo tra 1,1 e 1,2 euro al chilo. I viticoltori rispondono che già l’anno scorso hanno perso oltre 1.500 euro a ettaro. Non si può chiedere loro di lavorare sotto il costo di produzione.

 

Questa meccanica, con l’industria a valle che ridefinisce i termini del rapporto con l’agricoltura a monte quando il mercato si contrae, non è una peculiarità italiana, né piemontese. A Bordeaux, dove le quotazioni dei vigneti sono crollate di oltre il 20% nelle aree meno vocate, le autorità regionali stanno costituendo un fondo fondiario pubblico per acquistare i terreni non più redditizi e favorirne la riconversione. In Francia il governo nazionale ha stanziato 130 milioni di euro per gli estirpi volontari, con contributi di 4.000 euro per ettaro. Anche in California si estirpano i vigneti. La Francia, ha ricordato Ricagno, mette in campo misure drastiche da tre anni. L’Italia, per ora, non decide.

 

Ma tergiversare ha un costo. Il rapporto Mediobanca 2026 sul comparto vinicolo italiano - 255 grandi società analizzate, 12 miliardi di euro di ricavi aggregati - mostra che l’80% dei produttori ha rilevato un calo delle vendite negli ultimi cinque anni e due terzi si aspettano che il trend prosegua. I consumi pro capite in Italia sono scesi da 38 litri annui nel 2022 a 35,6 litri nel 2025, con una flessione del 9,4% nel triennio. L’export verso gli Stati Uniti, primo mercato extra-Ue, ha ceduto il 6,3% nel 2025; la Cina, che sembrava il mercato del futuro, ha visto le proprie importazioni di vino scendere dell’11% e oggi vale circa la metà del picco del 2018. Il mercato russo sembra perduto per l’Asti Spumante: da 17 milioni di bottiglie nel 2022 a meno di 10 milioni.

 

La crisi non era imprevedibile. Il punto è che si sapeva. E si è aspettato. L’UIV - Unione Italiana Vini ha appena proposto lo stop ai nuovi impianti e la riduzione delle rese, chiedendo al tempo stesso un Piano Strategico Nazionale del vino con un orizzonte di 5-10 anni. È una mossa giusta, ma richiede la partecipazione di tutta la filiera, imbottigliatori compresi, che finora è mancata. Perché il Moscato d’Asti è un gioiello del Made in Italy che nessuno vuole davvero perdere. Il comparto è in transizione e i cambiamenti costano: l’importante è che a pagare il conto non siano soltanto i viticoltori, perché se così fosse il sistema potrebbe saltare.