VINO: LE GIACENZE AUMENTANO ANCORA

Tra quattro mesi inizierà la vendemmia e le cantine sono ancora piene di vino. Al 31 marzo 2026, secondo il report Cantina Italia dell’ICQRF-Masaf, le giacenze ammontavano a 55,9 milioni di ettolitri di vino, in aumento del 5,7% rispetto ai 52,8 milioni dello stesso periodo del 2025. A questi volumi si aggiungono 5,3 milioni di ettolitri di mosti, in crescita del 32,4%, e 165.263 ettolitri di vino nuovo ancora in fermentazione (+8,3%).

Il confronto su base annua indica un incremento di oltre 3 milioni di ettolitri di vino in dodici mesi. Una parte di queste giacenze rientra nella normale fisiologia di cantina, legata ai tempi di affinamento e alla commercializzazione delle diverse tipologie di vini, ma livelli prossimi ai 56 milioni di ettolitri indicano una disponibilità complessiva che supera le esigenze tecniche ordinarie della filiera.

La composizione delle scorte mostra che il fenomeno riguarda l’intero comparto. Il 53,9% del vino è a denominazione di origine protetta, il 26,5% a indicazione geografica protetta, il 18% rientra nella categoria degli altri vini e l’1,6% nei varietali. La distribuzione territoriale resta concentrata nel Nord, che detiene il 56,5% delle giacenze nazionali, con il Veneto al 25,7%. Tra le denominazioni, il Prosecco supera i 5 milioni di ettolitri, pari all’11,3% del totale Dop-Igp.

Il dato di marzo segnala uno squilibrio che non dipende soltanto dall’andamento produttivo dell’ultima campagna. Il sistema mostra difficoltà crescenti nell’assorbire i volumi disponibili, in un contesto di consumi interni stagnanti e di domanda internazionale più selettiva. In questo quadro la crescita delle scorte non riguarda soltanto i segmenti a minore valore aggiunto, ma coinvolge anche una parte delle produzioni a denominazione.

Il punto critico non è più solo la gestione delle eccedenze, ma la dimensione del potenziale produttivo. Le rese, le deroghe, le autorizzazioni per i nuovi impianti e l’aggiornamento dei disciplinari incidono direttamente sulla quantità di vino che entra ogni anno nel sistema. Senza un coordinamento più rigoroso tra questi strumenti, l’aggiustamento ricade a valle, con effetti sui prezzi e sulla remunerazione delle uve. Le conseguenze sono già visibili lungo la filiera: tensione sullo sfuso, margini sempre più compressi per le cantine, difficoltà nella valorizzazione delle uve e minore capacità di investimento per le imprese agricole. Il rischio è che l’aumento delle giacenze si traduca in un ulteriore indebolimento dei valori di mercato alla vigilia della prossima vendemmia.

In Francia, seppur in un quadro diverso dal nostro, hanno deciso di passare all’azione. Parigi ha attivato un intervento di crisi con 40 milioni di euro per la distillazione di surplus di vini rossi e rosati, finalizzato a ritirare dal mercato fino a 1,2 milioni di ettolitri e a sostenere un settore sotto pressione per il calo dei prezzi e della domanda. Accanto a questo strumento emergenziale, il pacchetto francese comprende anche misure strutturali di contenimento del potenziale produttivo, tra cui programmi di espianto volontario, che interessano una superficie di circa 28.000 ettari.

In Italia il confronto è in corso e riguarda interventi puntuali, quali riduzione delle rese, revisione delle deroghe, gestione delle autorizzazioni agli impianti,  ma non si è ancora tradotto in un piano nazionale di riduzione dei volumi. Il sistema continua quindi a intervenire prevalentemente sulle conseguenze dell’eccesso di offerta, più che sulle cause. La differenza è sostanziale: la Francia agisce sul livello di produzione potenziale, mentre l’Italia si trova ancora in una fase di adattamento, in cui il riequilibrio è affidato in larga parte al mercato.

L’Italia dispone di strumenti di monitoraggio avanzati, di una rete consolidata di denominazioni e di una forte presenza sui mercati esteri. La questione aperta riguarda l’uso di questi strumenti per governare il rapporto tra superfici, rese e produzione complessiva. Le giacenze di marzo indicano che la sola gestione commerciale non basta più e che il passaggio decisivo deve andare nella direzione di una politica esplicita di riequilibrio produttivo. Questo non significa avviare piani generalizzati di estirpazione, ma intervenire in modo selettivo e coordinato su più leve: dalla vendemmia verde nei segmenti più esposti alla revisione delle rese e delle deroghe, fino a una gestione più rigorosa delle autorizzazioni agli impianti e all’allineamento dei disciplinari alla domanda reale. A queste azioni si possono affiancare strumenti temporanei di gestione delle eccedenze, da utilizzare in modo mirato. Il punto è riportare i volumi entro una soglia coerente con il mercato, evitando che gli squilibri si trasferiscano sui prezzi delle uve, soprattutto nelle aree più vulnerabili,  preservando la tenuta economica della filiera con interventi tempestivi e strutturati.