VITICOLTURA MONDIALE AL BIVIO: MENO VIGNETI, PIÙ SELEZIONE
di Ercole Zuccaro
La coltivazione della vite sta attraversando una delle fasi di trasformazione più profonde della sua storia recente. In Europa, come nei principali Paesi produttori extraeuropei, la riduzione dei consumi, l’instabilità dei mercati internazionali, l’aumento dei costi e l’impatto crescente del cambiamento climatico stanno mettendo in discussione un modello costruito su volumi elevati e su una domanda data per acquisita. Il segnale più evidente di questo passaggio è la riduzione delle superfici vitate, che da fenomeno episodico o emergenziale sta assumendo i contorni di una strategia strutturale di riequilibrio. Le politiche pubbliche, in particolare in Europa, non mirano più a sostenere la crescita, ma a gestire il ridimensionamento del potenziale produttivo. Una scelta che riflette un dato ormai acquisito: il vino non è più un prodotto di consumo di massa nei mercati storici.
Il calo dei consumi è un fattore strutturale
Secondo le Prospettive Agricole dell’Unione europea 2025–2035 elaborate dalla Direzione generale Agricoltura della Commissione europea, il consumo di vino nell’UE è destinato a diminuire in media dello 0,9% l’anno nel prossimo decennio. Entro il 2035 il consumo pro capite dovrebbe scendere a circa 19,3 litri annui, contro oltre 30 litri registrati nel 2010. Dal 2000 ad oggi, la domanda interna europea si è ridotta di oltre il 25%.
Il fenomeno non è circoscritto all’Europa. A livello mondiale, secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), i consumi globali nel 2025 si collocano intorno a 214 milioni di ettolitri, uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni. Dal 2000 la domanda mondiale si è contratta di circa il 35%, con una marcata accelerazione dopo la pandemia. I fattori alla base di questo trend sono noti: cambiamenti generazionali, maggiore attenzione agli aspetti sanitari, politiche pubbliche di moderazione del consumo di alcol, concorrenza di altre bevande e mutamento dei modelli alimentari. Si tratta di dinamiche strutturali, non reversibili nel breve periodo.
Europa: produzione e superfici in contrazione
In questo contesto l’Unione europea – che continua a concentrare circa il 60% della produzione mondiale di vino – si trova a gestire uno squilibrio persistente tra capacità produttiva e domanda. Le previsioni della Commissione indicano una contrazione della produzione di vino dell’UE pari allo 0,5% annuo fino al 2035, con volumi complessivi che potrebbero scendere a circa 138 milioni di ettolitri. Parallelamente, è attesa una riduzione delle superfici vitate pari allo 0,6% l’anno. I dati OIV relativi al 2024 confermano questa traiettoria: la superficie vitata dell’Unione europea si è ridotta dello 0,8% in un solo anno, con cali particolarmente marcati in Spagna (-1,5%) e Francia (-0,7%). L’Italia rappresenta una parziale eccezione, con una superficie complessivamente stabile e lievi incrementi in alcune denominazioni ad alto valore aggiunto.
Questa evoluzione non è più affidata alle sole decisioni aziendali. Il cosiddetto “pacchetto vino”, approvato nel 2025 da Parlamento e Consiglio UE, consente esplicitamente agli Stati membri di utilizzare fondi comunitari per programmi di estirpazione permanente dei vigneti, accanto a strumenti già noti come la distillazione di crisi e la vendemmia verde. È il riconoscimento formale di un eccesso strutturale di potenziale produttivo.
Francia: l’estirpazione è una politica di comparto
La Francia è il Paese che ha spinto più avanti questo approccio. Secondo i dati di FranceAgriMer, l’ente pubblico nazionale per il monitoraggio dei mercati agricoli, circa 34.400 ettari di vigneto risultano candidati all’estirpazione, di cui circa l’80% in forma parziale. Nel solo 2025 sono stati già estirpati circa 25.000 ettari. Il piano nazionale annunciato a fine 2025 prevede ulteriori interventi finanziati con 130 milioni di euro, con un’indennità di circa 4.000 euro per ettaro e un divieto di reimpianto fino al 2029 nelle aree interessate. L’obiettivo dichiarato è il ritiro dal mercato di circa 1,5 milioni di ettolitri di vino, pari a circa il 10% dell’eccedenza stimata per il 2025.
Si tratta di un intervento rilevante ma non risolutivo sul piano quantitativo. Il suo significato è soprattutto politico e strutturale: la riduzione permanente del vigneto entra a pieno titolo tra gli strumenti ordinari di gestione del settore vitivinicolo.
Germania, Spagna e Italia: riduzione selettiva
Anche la Germania, alle prese con scorte elevate e una domanda interna in calo, ha chiesto a Bruxelles di ampliare il ricorso a piani di estirpazione finanziati a livello UE, sostenendo che la sola distillazione di crisi non sia più sufficiente a riequilibrare il mercato.
Spagna e Italia adottano un approccio più selettivo. In Spagna, la riduzione delle superfici è già in atto, soprattutto nelle aree meno competitive. In Italia la maggiore resilienza del vigneto è legata, al momento, alla presenza di denominazioni forti e a una migliore capacità di collocamento sui mercati esteri dei vini di fascia medio-alta. Restano tuttavia esposte le aree orientate a produzioni standardizzate, dove la pressione sui prezzi e sui costi sta erodendo la redditività.
Il quadro globale: riduzione dell’offerta nei grandi Paesi produttori
Il riassetto europeo si inserisce in una dinamica globale analoga. Negli Stati Uniti la crisi colpisce in particolare la California. Tra il 2024 e il 2025 risultano estirpati o abbandonati tra 35.000 e 40.000 acri di vigneto all’anno, equivalenti a circa 14.000–16.000 ettari annui. Nell’area di Lodi, nella contea di San Joaquin, nella Central Valley californiana a sud di Sacramento, la perdita di superficie ha raggiunto il 15–20%, e una parte significativa dei vigneti estirpati non verrà reimpiantata.
In Australia piani di riduzione riguardano circa 30.000 acri (oltre 12.000 ettari), come risposta a surplus produttivo e difficoltà di export. In Cile e Sudafrica estirpazioni e abbandoni interessano in alcune regioni fino al 20% delle superfici locali, spesso in concomitanza con siccità prolungate e marginalità economica negativa.
Nel complesso la superficie vitata mondiale è in lenta ma costante diminuzione, con poche aree in controtendenza.
Le eccezioni: nuove geografie e segmenti premium
I nuovi impianti si concentrano in nicchie ben definite. Il Regno Unito rappresenta il caso più emblematico: la superficie vitata supera i 9.300 acri, con ulteriori 1.000 acri in entrata nei prossimi anni, trainati dagli spumanti metodo classico e da un contesto climatico sempre più favorevole. In Europa continentale gli incrementi sono limitati a denominazioni ad alta redditività, ma si tratta di espansioni mirate, non di un’inversione di tendenza.
Costi, clima e lavoro: i nuovi vincoli della coltivazione
Alla pressione del mercato si sommano i fattori produttivi. I costi energetici, dei fertilizzanti e dei prodotti per la difesa restano strutturalmente elevati, anche per effetto di dazi, politiche ambientali e nuovi meccanismi di regolazione climatica. Il cambiamento climatico aumenta la variabilità delle rese e incide sulla qualità delle uve, rendendo più complessa la gestione agronomica. La carenza di manodopera accelera la meccanizzazione e favorisce il passaggio da modelli familiari a strutture più capitalizzate e organizzate. Secondo le valutazioni dei tecnici l’aumento del valore aggiunto per addetto nel settore vitivinicolo è legato più alla riduzione della forza lavoro che a un reale miglioramento della redditività complessiva.
Una viticoltura meno estesa, più selettiva
Il quadro che emerge è netto: la vite non è più una coltura in espansione nei Paesi storici. La viticoltura è un’attività agricola che entra in una fase di selezione, nella quale resistono – o crescono – solo i sistemi produttivi capaci di sostenere valore, identità e mercato.
Le estirpazioni non sono la strategia, ma il sintomo di un cambiamento più profondo. Il futuro della viticoltura europea e mondiale dipenderà dalla capacità di governare questa transizione, trasformando la riduzione quantitativa in un rafforzamento strutturale del sistema produttivo. In un mercato che premia sempre meno la quantità e sempre più la coerenza tra prodotto, territorio e valore, la viticoltura mantiene la sua centralità. Ma non potrà più esserlo ovunque, né a qualsiasi costo.