LATTE, IL CALDO ESTIVO RIDUCE LE RESE, MA LE AZIENDE ORGANIZZATE DIMOSTRANO CHE IL FENOMENO È GESTIBILE

Due allevatori piemontesi raccontano un'estate complicata tra stress termico, costi dei foraggi e prezzo spot che non decolla. Ma chi è attrezzato tiene la produzione


L'estate 2026 si conferma una stagione difficile per la zootecnia da latte italiana, ma il quadro che emerge dalle stalle piemontesi è meno critico di quanto certi dati di sintesi lascerebbero intendere. Il caldo ha ridotto le produzioni in modo selettivo: le perdite più consistenti si concentrano nelle aziende meno attrezzate, mentre gli allevamenti che hanno investito in sistemi di raffrescamento e in una gestione nutrizionale accurata riescono a contenere il calo entro limiti significativamente più contenuti. A pesare sull'andamento complessivo del settore sono anche la stagnazione del prezzo spot e i costi crescenti per l'approvvigionamento idrico delle colture foraggere.


Lo stress termico e i suoi effetti sulla produzione


La letteratura tecnica ha quantificato con precisione le soglie oltre le quali le bovine da latte iniziano a risentire del calore. Il parametro di riferimento è il THI (Temperature Humidity Index, indice temperatura-umidità): già con 22°C e il 50% di umidità relativa si raggiunge il valore di 68, considerato la soglia minima di stress termico. In assenza di misure di mitigazione, a 35°C la produzione può calare del 33% rispetto ai valori standard; a 40°C la riduzione può arrivare al 50%. Il meccanismo è diretto: lo stress da calore induce la bovina a ridurre l'ingestione di alimenti per limitare la produzione endogena di calore, con ricadute immediate sulle rese produttive. Guido Oitana, allevatore di Scalenghe, descrive una situazione che si discosta in modo sensibile da questi scenari peggiori. “Siamo ancora a 40 chili al giorno, non abbiamo calato più di tanto. Però in media in giro sì, anche l'autista che passa a ritirare il latte dice che è diminuita la raccolta” La forbice tra chi ha investito e chi non lo ha fatto emerge con chiarezza anche nel confronto con la media di zona.


Le stalle attrezzate tengono la produzione


La stessa lettura viene confermata da Tommaso Visca, allevatore di vacche da latte in regime biologico a Carmagnola e attento osservatore del mercato: “Le vacche, nonostante il caldo, hanno ancora una buona produzione. Le stalle moderne sono ventilate, e ce ne sono sempre di più, specialmente in Piemonte, dove la vocazione produttiva è alta. Gli allevatori si attrezzano, producono bene, le mandrie resistono meglio al caldo”. Visca segnala anche un fattore contingente che contribuisce a sostenere le produzioni in questo periodo: “Stiamo avendo parecchi parti in questa fase dell'anno, che aiutano comunque a tenere le produzioni sostenute”.


I sistemi di raffrescamento evaporativo integrati con ventilatori forzati rappresentano oggi uno standard nelle stalle più efficienti: impianti ben dimensionati possono abbattere la temperatura di oltre 10°C, contenendo il THI al di sotto della soglia critica anche nelle giornate di maggiore calore. Sul piano nutrizionale, Oitana evidenzia il ruolo della gestione degli insilati: “Quest'anno stiamo usando tanti insilati di erba fatta in primavera e l'ingestione c'è”. La componente umida della razione risulta più appetibile nelle giornate di caldo, ma richiede una sorveglianza costante: “D'estate gli insilati si degradano più facilmente. Devi avere una cura maniacale, perché sennò si scaldano e dopo è peggio che mai”, sottolinea l'allevatore. Una fermentazione incontrollata del foraggio può vanificare i benefici della razione umida, peggiorando ulteriormente l'ingestione.



Il mercato del latte spot non decolla


Sul versante commerciale la situazione è altrettanto complessa, per ragioni che si sovrappongono ma non coincidono con quelle climatiche. Nei primi cinque mesi del 2026 le consegne nazionali di latte bovino hanno registrato un incremento del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025, con il primo dato negativo emerso a maggio (-0,7% su base annua). Il prezzo medio nel secondo trimestre si è attestato intorno ai 454 euro per tonnellata, in flessione del 4,8% rispetto al primo trimestre e del 21,3% su base annua, riflettendo una situazione di eccesso di offerta a livello europeo. Anche il segmento spot, che in periodi di calo produttivo tende a reagire con maggiore sensibilità, non ha mostrato i movimenti attesi. “Dovrebbe esserci lo spot che viaggia a gonfie vele, invece è lì che galleggia”, osserva Visca. “C'è parecchio latte fuori dai circuiti DOP, che satura anche un po' la richiesta dello spot”. Il prezzo spot si attesta intorno ai 50 centesimi al litro, in una fase di sostanziale stabilità da circa due settimane. “La situazione è abbastanza stagnante. Poi magari tra due settimane si sblocca, partono i consumi, lo spot riprende a salire”, aggiunge.


La crisi idrica pesa sui foraggi


Un elemento di preoccupazione strutturale riguarda la disponibilità di acqua per le colture foraggere. Visca descrive una Pianura Padana profondamente divisa tra aree irrigue e aree in difficoltà, con conseguenze dirette sulla qualità e sui costi dei foraggi disponibili per l'autunno. Dove non c'è acqua in alcune zone gli agricoltori hanno optato per la trinciatura anticipata del mais, recuperando fibra ma rinunciando all'amido, con un bilancio economico fortemente negativo. Dove l'irrigazione è disponibile i costi sono comunque lievitati in modo significativo. “Un mais che devi irrigare da quando lo semini fino a quando lo trebbi diventa un prodotto costosissimo”, sottolinea Visca, che coltiva erba medica con irrigazione intensiva nella sua azienda biologica.


L'irrigatore a ruota acquistato tre anni fa è in funzione continua da quando è stato installato. “Da quando l'abbiamo preso lo usiamo tutta la campagna. Stiamo facendo attività straordinarie che stanno diventando la routine di tutti gli anni”, osserva.

Sul piano idrologico, la situazione rimane critica: i fiumi sono a livelli molto bassi, le falde faticano a ricaricarsi in assenza di precipitazioni significative e di accumuli nevosi invernali adeguati.


Le prospettive per l'autunno


Il quadro che emerge da questa estate 2026 indica che il comparto lattiero-caseario piemontese, e più in generale quello delle aree con una forte vocazione produttiva, è in grado di assorbire lo stress termico meglio di quanto i dati aggregati possano suggerire, grazie agli investimenti compiuti negli ultimi anni in infrastrutture di stalla e in gestione nutrizionale. Il problema principale non risiede tanto nella tenuta delle produzioni nel breve periodo quanto nei costi crescenti che le aziende devono sostenere per mantenere tali livelli: energia per la ventilazione, acqua per l'irrigazione dei foraggi, attenzione gestionale costante.


Per l'autunno le variabili principali saranno l'evoluzione del prezzo spot, la disponibilità e il costo dei foraggi di riserva e la condizione delle bovine dopo un periodo prolungato di stress termico. Oitana guarda al prossimo trimestre con un segnale di fiducia: il 30 ottobre prossimo la sua azienda ospiterà un'asta di bovine da latte, seconda edizione dopo quella del 2024, aperta anche ad acquirenti internazionali. Un appuntamento che presuppone una mandria in buona condizione e un'azienda orientata allo sviluppo anche in una stagione non semplice.