OLTRE LA MARCIA DI ALBA: CONTRO IL CAPORALATO NESSUNA TREGUA. E DIFENDIAMO LA DIGNITÀ DI TUTTI COLORO CHE LAVORANO LA TERRA
La marcia anticaporalato che si è svolta sabato scorso per le vie di Alba ha acceso un faro necessario su una questione che non ammette zone grigie. Lo sfruttamento del lavoro e il sistema del caporalato sono un cancro sociale ed economico da estirpare senza esitazioni, senza attenuanti e senza tentennamenti. Quando la fatica umana viene degradata a merce al ribasso, calpestando i diritti fondamentali e la sicurezza delle persone, non siamo più di fronte a una distorsione del mercato, ma a un crimine intollerabile che ferisce l’intera comunità e infanga la reputazione della stragrande maggioranza delle imprese agricole sane. Chi sfrutta va isolato, perseguito e fermato con controlli rigorosi e sanzioni esemplari.
Fissato questo principio non negoziabile, bisogna fare un passo in più. È necessario allargare l’inquadratura e accendere i riflettori anche su un altro fenomeno, meno visibile, meno raccontato, ma altrettanto pericoloso per la tenuta del nostro sistema agroalimentare: la progressiva erosione della dignità del lavoro autonomo in agricoltura.
Preoccuparsi della sopravvivenza economica degli agricoltori non significa in alcun modo cercare una scusante o un alibi per chi ricorre al lavoro nero o ai caporali. Nessuna difficoltà di bilancio può giustificare lo sfruttamento di un essere umano. Significa, al contrario, riconoscere che accanto alla sacrosanta battaglia per i diritti dei braccianti esiste un’altra emergenza parallela che merita la stessa attenzione politica, sindacale e mediatica: lo sfruttamento silenzioso di chi la terra la coltiva in proprio, assumendosi ogni giorno il rischio d’impresa.
Il territorio piemontese e italiano più in generale, proprio partendo dal quadrante che ha ospitato la manifestazione di sabato, offre una fotografia nitida di questa profonda spaccatura. Da un lato abbiamo le Langhe, colline patrimonio dell’umanità vocate alle grandi denominazioni quali il Nebbiolo da Barolo e da Barbaresco. Qui una filiera forte, strutturata e capace di imporsi sui mercati internazionali genera una redditività elevata. È una ricchezza reale che, grazie all'impegno congiunto di lavoratori, agricoltori e trasformatori, ricade sul territorio e permette di compensare adeguatamente gli sforzi di chi produce, garantendo marginalità e investimenti.
Ma basta spostarsi di pochi chilometri, uscendo dal perimetro delle denominazioni più blasonate e patinate, per imbattersi in un’agricoltura completamente diversa, che vive nell’ombra perché priva dello stesso appeal mediatico e commerciale. In molte di queste aree, durante l’ultima vendemmia, le uve sono state liquidate in diversi casi a non più di 30 o 35 euro al quintale. Parliamo di cifre drammaticamente al di sotto dei costi vivi di produzione, che non ripagano nemmeno il gasolio, i trattamenti, la manutenzione e le ore passate tra i filari.
Quando per anni, e non per una singola annata sfortunata, i costi per produrre superano sistematicamente i prezzi che si riescono a realizzare all’origine, il meccanismo si inceppa. L’agricoltore onesto, il piccolo proprietario, il lavoratore autonomo che suda in campagna dall’alba al tramonto finisce stritolato in una morsa che gli toglie ossigeno e prospettive. Anche questa è una forma di sfruttamento: è lo sfruttamento di chi lavora senza vedere riconosciuto il giusto valore al proprio prodotto, schiacciato da dinamiche di filiera e di mercato sbilanciate.
Non si tratta di mettere in contrapposizione categorie diverse o di stabilire chi abbia ragione e chi torto, ma di pretendere equilibrio nei rapporti economici. Un’agricoltura a due velocità, dove a pochi chilometri di distanza si passa dall’eccellenza riconosciuta alla lotta per la pura sopravvivenza, è un sistema fragile. E quando un sistema è fragile, rischia di far saltare il banco, lasciando macerie sociali ed economiche.
La vera etica del cibo e del vino poggia su due pilastri inscindibili: la tutela inflessibile dei lavoratori dipendenti contro ogni forma di caporalato e il riconoscimento di una giusta remunerazione per gli agricoltori. Entrambi faticano, entrambi sudano, entrambi mandano avanti una filiera fondamentale per il Paese. Ed entrambi, senza distinzioni tra vigne da copertina e campagne dimenticate, hanno diritto allo stesso identico rispetto e alla stessa inviolabile dignità.