Terreni agricoli, l'analisi del Crea evidenzia un mercato stabile e selettivo
Il mercato fondiario italiano mostra un equilibrio solido, capace di resistere alle turbolenze internazionali e alla pressione dell’inflazione. È quanto emerge dalla 75ª “Indagine sul mercato fondiario e degli affitti agricoli” del CREA – Politiche e Bioeconomia, presentata ieri a Roma, che analizza l’andamento dei prezzi della terra e la dinamica degli affitti nel 2024.
Secondo il rapporto il valore medio dei terreni agricoli è aumentato di circa l’1%, attestandosi intorno ai 22.400 euro per ettaro. Un incremento modesto, ma significativo in un anno di inflazione quasi nulla e di costi produttivi ancora elevati. Il dato conferma la stabilità strutturale del capitale fondiario italiano che continua a rappresentare un punto di forza del sistema agricolo nazionale.
Dietro questa apparente calma si cela però un panorama disomogeneo. Il Nord-Est resta la macroarea con i valori più alti, con oltre 47.000 euro/ha di media, seguito dal Nord-Ovest, dove il prezzo medio è di 35.200 euro/ha (+2,3% sul 2023). Centro, Sud e Isole restano più distanti, con valori medi inferiori ai 16.000 euro/ha e minimi di 9.000 euro nelle aree interne e montane. Le differenze riflettono fattori strutturali: fertilità, accesso all’acqua, infrastrutture e vocazione produttiva.
La terra irrigua si conferma la più contesa e ricercata, con una domanda crescente e una disponibilità limitata. È ormai la variabile chiave nella formazione del prezzo. Nei comprensori fertili del Nord, un ettaro irrigabile può valere anche tre volte rispetto a un terreno asciutto. Allo stesso tempo cresce la pressione delle energie rinnovabili: fotovoltaico, biogas e agrivoltaico sottraggono superficie agricola e spingono le quotazioni delle aree pianeggianti.
Il CREA evidenzia anche la stabilità degli scambi: gli agricoltori restano i principali acquirenti, ma aumenta la presenza di investitori extra-agricoli, attratti dal valore patrimoniale e dalla sicurezza della terra. Le compravendite di piccola entità (valore inferiore ai 10.000 euro) rappresentano oltre la metà delle operazioni, segno di un mercato frammentato ma ancora vitale.
In molte regioni la domanda supera leggermente l’offerta, soprattutto nelle aree ad agricoltura intensiva e a produzioni di qualità. Al contrario, nei territori marginali continua la dismissione fondiaria legata all’età avanzata degli agricoltori e alla redditività ridotta.
Per il presidente del CREA Andrea Rocchi, “i risultati dell’indagine confermano la solidità e la capacità di adattamento dell’agricoltura italiana. Valorizzare il suolo agricolo come risorsa strategica significa sostenere la redditività delle imprese e promuovere un uso sostenibile e innovativo del territorio. Investire nella terra e in chi la coltiva è investire nel futuro del Paese”.
Il mercato fondiario italiano del 2024 si presenta quindi stabile, maturo e selettivo: premia la qualità e penalizza la marginalità, conservando un equilibrio raro in un’economia ancora esposta a forti oscillazioni. Nei prossimi giorni con ulteriori approfondimenti del Rapporto CREA analizzeremo in dettaglio le tendenze strutturali che stanno ridisegnando il valore della terra in Italia.