MAIS ITALIANO IN CRISI STRUTTURALE: COSTI ALTI, SUPERFICI IN CALO E ALLEVAMENTI PIÙ DIPENDENTI DALL’ESTERO

La relazione di Marco Aurelio Pasti all'Accademia dei Georgofili presenta un comparto in crisi strutturale. Nel 2026 si semina già prevedendo una perdita media di 220 euro per ettaro.

 

La maidicoltura italiana è a un bivio. Da una parte la pressione inesorabile dei costi di produzione, dall'altra un mercato che non remunera a sufficienza il lavoro degli agricoltori. In mezzo, un cambiamento climatico che aggrava tutto. A fare il punto sulla situazione del comparto è stato Marco Aurelio Pasti, agronomo, imprenditore agricolo, già presidente di Confagricoltura Venezia e dell'Associazione Italiana Maiscoltori (AMI), in una relazione presentata di recente all'Accademia dei Georgofili di Firenze.

Pasti conduce nel Basso Piave, in provincia di Venezia, un'azienda di circa 600 ettari a indirizzo cerealicolo-zootecnico. La sua analisi, documentata da dati ISTAT, FAOSTAT e rilevazioni di mercato, ha offerto uno spaccato impietoso ma rigoroso di un comparto che ha perso centralità economica pur restando strategico per l'intero sistema agroalimentare nazionale.

 

I numeri della crisi: si semina in perdita

Il dato che colpisce di più è quello economico. Nel conto colturale 2026 elaborato da Pasti per una coltivazione in affitto con contoterzisti, i costi totali ammontano a 3.010,60 euro per ettaro a fronte di ricavi stimati in 2.787 euro per ettaro, con una perdita netta di 223,60 euro per ettaroLe spese vive si attestano a 2.152,60 €/ha: di queste, le lavorazioni pesano per 1.120,90 €/ha (tra cui irrigazione 160 €, raccolta 140 €, stoccaggio 321 €) e i mezzi tecnici per 1.031,70 €/ha, con l'urea da sola a 494 €. A queste si aggiungono le spese generali - affitto del terreno e titolo PAC a 600 €, assicurazioni a 150 €, canone d'irrigazione a 70 € - per un totale di 858 €/ha. I ricavi derivano dalla vendita della granella (10,7 tonnellate a 240 €/ton = 2.568 €/ha), dal premio PAC (170 €/ha) e dall'ecoschema 4 (49 €/ha). Non basta.

“Con l'impennata dei costi, molto maggiore dell'aumento del valore della produzione, abbiamo seminato con la previsione di perdere mediamente 220 euro per ettaro” ha spiegato Pasti. “I costi di produzione si aggirano attorno ai 280 euro per tonnellata e ai prezzi attuali il pareggio lo si raggiunge a 12,6 tonnellate per ettaro”, un livello irraggiungibile in molte aree produttive italiane.

 

Superfici dimezzate, importazioni in crescita

I dati storici confermano un declino strutturale di lungo periodo. Dal 2016 al 2025 si è perso il 39% della superficie coltivata a mais e il 33% della produzione di granella, con il quinto anno consecutivo sotto la soglia dei 600.000 ettari (541.000 nel 2025). La conseguenza diretta è l’aumento delle importazioni. Nel solo 2024 l'Italia ha dovuto importare 7,3 milioni di tonnellate di granella, con un esborso superiore a 1,6 miliardi di euro, mentre il fabbisogno nazionale si aggira intorno agli 11 milioni di tonnellate annue. Il tasso di autoapprovvigionamento si è progressivamente ridotto, attestandosi su livelli tra i più bassi degli ultimi decenni.

 

L'illusione dell'aumento delle rese

Uno degli aspetti più insidiosi della crisi, analizzato con cura da Pasti ai Georgofili, riguarda le rese medie italiane che statisticamente sembrerebbero in crescita. Si tratta di un aumento apparente: il progressivo abbandono della coltura nelle zone meno fertili e meno irrigue lascia in produzione solo le aziende migliori nelle pianure più vocate, il che fa salire la media senza che vi sia un reale miglioramento della produttività. Confrontando i trend di Italia, Francia e USA tra il 1997 e il 2025, la curva italiana è sostanzialmente piatta, mentre Francia e soprattutto USA mostrano progressi reali e costanti.

 

Clima, piralide e aflatossine: una triplice minaccia

Sul fronte fitosanitario e climatico lo scenario è preoccupante. I dati ECMWF ERA5 mostrati da Pasti indicano che le temperature estive nelle pianure padane tendono ormai a superare di circa 3 gradi la media storica, avvicinandosi con sempre maggiore frequenza alla soglia critica per la formazione di aflatossine. Il legame è diretto: la piralide crea le ferite su culmi e spighe attraverso cui penetra l’Aspergillus flavus. Le contaminazioni da aflatossine non sono solo un problema sanitario ma anche economico, con partite declassate o rifiutate dagli acquirenti. Pasti ha citato uno studio pubblicato su Scientific Reports che negli USA, tra il 2001 e il 2016, ha rilevato una correlazione inversa significativa tra l'impiego di mais Bt e i sinistri assicurativi legati alle aflatossine, stimando un beneficio economico di 120-167 milioni di dollari annui, un dato che alimenta il dibattito europeo sull'innovazione genetica.

 

Gli OGM e le Nuove Tecniche Genomiche

La relazione ha affrontato di petto il tema dell'innovazione varietale. A livello globale esistono oggi 590 eventi di mais geneticamente modificato, di cui 209 approvati in vari Paesi e 101 autorizzati per importazione e consumo in Europa. Solo 1 è approvato per la coltivazione nel Vecchio Continente, e l'Italia ha richiesto la deroga per escludersi anche da quella possibilità. Il mais Bt è al centro di una corsa evolutiva continua: gli insetti sviluppano resistenza, richiedendo nuove strategie (zone rifugio, accumulo di diversi tipi di proteine Bt, iRNA). Insieme alle NGT -Nuove Tecniche Genomiche - questi strumenti vengono indicati da Pasti come potenzialmente decisivi per migliorare resistenza agli insetti, tolleranza agli stress idrici e contenimento delle micotossine. Il divario normativo con i competitor extraeuropei resta però un freno strutturale alla competitività.

 

La zootecnia paga il conto

Il declino maidicolo non è un problema circoscritto ai cerealicoltori: si ripercuote sull'intera filiera zootecnica. Il mais è la principale base energetica dell'alimentazione animale e ogni deficit produttivo interno si traduce in maggiori costi per i mangimi e minore competitività degli allevamenti bovini, suinicoli e avicoli. Per le stalle da latte il problema è particolarmente acuto: quando il costo delle razioni sale ma il prezzo del latte non segue, i margini si assottigliano fino a compromettere la sopravvivenza aziendale. C'è poi un risvolto spesso trascurato: molti disciplinari di produzione delle filiere DOP impongono che almeno il 50% della sostanza secca destinata all'alimentazione animale provenga obbligatoriamente dal territorio di riferimento. La contrazione persistente della produzione nazionale di mais rischia di mettere in difficoltà il rispetto di questi parametri, mettendo a rischio eccellenze quali Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Prosciutto di Parma.

 

L’urgenza di una strategia

Sul fronte agronomico l'agricoltura conservativa e rigenerativa viene indicata quale leva per ridurre i costi energetici, migliorare la struttura dei suoli e aumentare la resilienza aziendale. Ma nessuna soluzione tecnica è sufficiente da sola. Un ulteriore elemento di preoccupazione è normativo: dal 2028, se non interverranno proroghe, non si potrà più utilizzare l'urea in Pianura Padana, un fertilizzante che nel conto colturale 2026 incide da solo per 494 €/ha. In uno scenario di totale assenza di urea il valore totale della produzione in Pianura Padana crollerebbe del 45%, con una perdita di 1,18 miliardi di euro. Il quadro che emerge dai Georgofili è quello di un comparto che ha bisogno di una strategia di filiera integrata: innovazione varietale, gestione efficiente della risorsa idrica, ricerca agronomica, contratti di coltivazione pluriennali e politiche agricole coerenti con la realtà competitiva del settore. Senza di essa, il rischio è un ulteriore indebolimento di un sistema agroalimentare che sul mais, direttamente o indirettamente,  costruisce buona parte della propria identità produttiva.