INAUGURATO IL LIGHTHOUSE AGRITECH DI CARMAGNOLA, IL CENTRO DOVE L’UNIVERSITÀ DI TORINO SPERIMENTA L’AGRICOLTURA DEL FUTURO

A prima vista sembra una grande azienda agricola sperimentale immersa nella pianura torinese. In realtà il nuovo Lighthouse Agritech inaugurato dall’Università di Torino a Carmagnola è qualcosa di più complesso: un’infrastruttura dove convivono agronomia, zootecnia, entomologia, acquacoltura, carbon farming, economia circolare e tecnologie digitali applicate all’agricoltura.


Nel Centro Sperimentale di Agro-zootecnia sulla strada che da Carignano porta a Carmagnola, a poche centinaia di metri dal fiume Po, il Disafa - Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino ha costruito il cuore operativo del Living Lab “Agricoltura Sostenibile e Innovazione”, parte dello Spoke 6 del Centro Nazionale Agritech finanziato dal PNRR.

 

La sensazione, durante la visita inaugurale di venerdì 22 maggio, è quella di entrare in un’agricoltura proiettata dieci anni avanti: campi monitorati da sistemi automatici, camere climatiche per insetti invasivi, impianti per trasformare scarti agroalimentari in farine proteiche, allevamenti sperimentali di trote, piattaforme mangimistiche avanzate e tecnologie per misurare il bilancio emissivo delle colture.

 

Un’infrastruttura pensata per trasferire innovazione alle imprese

 

Il Lighthouse non nasce come semplice spazio accademico. Il modello è quello del “Living Lab”, un ambiente operativo aperto a ricercatori, aziende, allevatori, tecnici e stakeholder territoriali. L’obiettivo è costruire modelli agricoli resilienti e sostenibili capaci di essere applicati direttamente nelle filiere produttive.

Il progetto si articola attorno a sei pilastri strategici: agricoltura rigenerativa, carbon farming, tecnologie digitali e precision farming, gestione sostenibile di acqua e nutrienti, economia circolare e produzioni animali sostenibili.

La struttura di Carmagnola diventa così un nodo territoriale della rete Agritech nazionale, finanziata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con il compito di accelerare il trasferimento tecnologico verso il settore agroalimentare.

 

A illustrare le novità del centro sono intervenuti la magnifica rettrice dell’Università di Torino Cristina Prandi, il direttore del DISAFA Andrea Schubert, il direttore del Dipartimento di Scienze Veterinarie Ezio Ferroglio, Paolo Aceto della Direzione Agricoltura e Cibo della Regione Piemonte, la professoressa Luisella Celi, referente scientifica dello Spoke 6 Agritech per UniTo e il professor Carlo Grignani, ordinario di agronomia e referente scientifico dell’infrastruttura europea ANAEE. Con loro altri docenti dell’ateneo torinese, tra i quali Amedeo Reyneri di LagnascoLaura Gasco, che ci hanno accompagnati nella visita.

 

 

Dai campi sperimentali ai sistemi di carbon farming

 

Gran parte delle attività si sviluppa direttamente in campo. Le parcelle sperimentali ospitano prove su cerealicoltura, sistemi foraggeri, gestione delle infestanti, agricoltura conservativa e monitoraggio ambientale. Durante la visita i ricercatori hanno mostrato i sistemi automatizzati installati nei campi per misurare le emissioni di gas serra provenienti dal suolo agricolo.  

 

Un filone di ricerca presentato dal professor Carlo Grignani durante la visita riguarda una domanda concreta: quanto metano e protossido di azoto emettono davvero i campi di mais del centro sperimentale, e in che misura questa emissione è compensata dall'assorbimento di CO2 attraverso la fotosintesi? I dati disponibili sono spesso stime modellistiche, ricavate da coefficienti medi applicati alle superfici coltivate e non con misure dirette in campo. La differenza può essere significativa e ha implicazioni dirette per le politiche agricole e per i sistemi di carbon farming che stanno emergendo in Europa.

 

Per rispondere con dati reali il centro ha installato nei campi sperimentali un sistema di misura in continuo, finanziato nell'ambito dell'infrastruttura ANAEE (Analysis and Experimentation on Ecosystems). L'infrastruttura è visibile nei campi: tre cilindri metallici con coperchio mobile, collegati a una centralina all'interno di una piccola cabina.

Funzionano così : i coperchi si chiudono per alcuni minuti a intervalli regolari. Durante la chiusura i gas emessi dal suolo e dalla vegetazione si accumulano all'interno del cilindro.

 

La centralina aspira campioni d'aria dalla camera, li analizza con spettrometria di assorbimento in tempo reale e misura le concentrazioni di metano, CO2 e protossido di azoto. Poi il coperchio si riapre e la camera si riequilibra con l'atmosfera circostante.

Il tempo di chiusura è un parametro critico e va calibrato con cura. Se si mantiene il coperchio chiuso troppo a lungo, l'accumulo di gas all'interno rallenta l'emissione dal suolo  e si crea un effetto feedback che altera la misura. La calibrazione si fa empiricamente, osservando le curve di accumulo nelle prime sessioni di misura.

 

Il sistema non si limita a misurare le emissioni. Integrando le misure di emissione con quelle di assorbimento di CO2 da parte della vegetazione (misurabile con la stessa tecnica), è possibile costruire un bilancio del carbonio a livello di parcella: quanto gas serra entra nell'atmosfera, quanto ne viene riassorbito e qual è il saldo netto per quella coltura in quel campo in quella stagione.

È un dato che nessun modello può produrre con la stessa granularità. E diventa estremamente rilevante nel momento in cui si vogliono costruire sistemi di incentivazione per le pratiche agricole a bassa emissione, il cosiddetto carbon farming, perché permette di verificare direttamente se una tecnica agronomica (gestione dell'acqua, rotazione, varietà) produce davvero i benefici climatici attesi, campo per campo.

 

La connessione all'infrastruttura ANAEE porta un vantaggio ulteriore: i dati raccolti a Carmagnola entrano in una rete europea di siti di misura, e ricercatori da altri paesi possono accedere ai dataset per analisi comparative. Come ha chiarito il professor Grignani l’impianto ha già attirato ricercatori internazionali che vengono a Carmagnola a rilevare le proprie misure e ad utilizzare i dati prodotti dal centro.

 

 

Precision farming, droni e trattori elettrici

 

La digitalizzazione è uno degli assi centrali del progetto. I ricercatori stanno integrando dati satellitari, sensoristica di campo, droni e macchine agricole di nuova generazione.

Nel corso della visita il professor Amedeo Reyneri di Lagnasco ha spiegato il funzionamento dei trattori elettrici e a idrogeno utilizzati per sperimentazioni legate alla riduzione delle emissioni e all’agricoltura di precisione. Le tecnologie vengono collegate a sistemi di remote sensing capaci di mappare le colture e distribuire input agricoli in modo mirato, con l’obiettivo di ridurre sprechi idrici, fertilizzanti e costi produttivi. Le decisioni agronomiche vengono così supportate da dati raccolti in tempo reale e da modelli predittivi capaci di ottimizzare input, consumi ed emissioni.

 

Reyneri ha anche illustrato i sistemi di telerilevamento da drone applicati alla gestione variabile delle dosi in campo: un drone equipaggiato con sensori multispettrali mappa le variazioni di vigore vegetativo all'interno di una singola parcella, producendo una carta di prescrizione che indica dove e quanto applicare concimi, fitofarmaci o acqua.

 

La tecnologia funziona, è testata, produce risultati. Ma il quadro normativo sull'uso operativo dei droni in agricoltura è ancora in fase di definizione, e le aziende che vogliono adottare questi sistemi si trovano in una zona grigia che frenano gli investimenti. Il Lighthouse Agritech si trova in una posizione interessante rispetto a questo problema: può testare le tecnologie in un contesto di ricerca, raccogliere i dati che serviranno poi ad alimentare le discussioni normative e formare i tecnici che le useranno quando le regole saranno finalmente definite.

 

 

L’economia circolare passa dagli insetti

 

Uno degli ambiti più avanzati e innovativi del Lighthouse Agritech riguarda l’allevamento di insetti per la valorizzazione degli scarti agroalimentari e la produzione di nuove fonti proteiche destinate alla zootecnia.

La professoressa Laura Gasco, che ci ha guidati alla visita nelle strutture entomologiche del centro, ha spiegato che l’attività si concentra principalmente su due specie: Hermetia illucens, nota come mosca soldato nera, e Tenebrio molitor, il verme della farina. Il principio alla base della ricerca è quello della bio-conversione: sottoprodotti agroalimentari e residui vegetali vengono trasformati dagli insetti in biomassa ad alto valore nutrizionale, successivamente utilizzata per la produzione di farine proteiche e oli destinati alla mangimistica.  

Il reparto entomologico è una delle sezioni più recenti del centro di Carmagnola e rappresenta un caso quasi unico nel panorama universitario europeo perché integra nello stesso sito tutte le fasi della filiera: formulazione dei substrati, allevamento massale, trasformazione industriale, produzione di mangimi sperimentali e prove nutrizionali sugli animali.

 

 

Come funziona l’allevamento della mosca soldato nera

 

La Hermetia illucens è considerata una delle specie più efficienti nella conversione di matrici organiche umide e residui vegetali eterogenei. La riproduzione avviene in ambienti controllati, dove speciali lampade a spettro solare simulano l’andamento della luce naturale dall’alba al tramonto. L’aumento graduale della luminosità rappresenta infatti il segnale biologico che induce gli adulti ad accoppiarsi e deporre le uova.  

Le femmine depositano le uova in piccoli supporti collocati all’interno delle voliere. Le uova vengono raccolte periodicamente e dalle schiuse si ottengono larve di poche ore che vengono immediatamente trasferite nei substrati di crescita.

L’intero ciclo è organizzato per settimane e per cassette di allevamento. Le larve crescono nutrendosi degli scarti organici formulati dai ricercatori e, una volta raggiunto lo stadio ottimale, vengono sottoposte a trattamento termico per interrompere lo sviluppo biologico e successivamente essiccate. Le larve essiccate possono essere impiegate direttamente come ingrediente nei mangimi oppure macinate per produrre farine proteiche e pressate per l’estrazione della componente lipidica.  

La capacità produttiva attuale raggiunge i 500 – 600 chilogrammi di larve fresche ogni settimana e potrà aumentare ulteriormente grazie alle nuove celle climatiche acquistate con i fondi del PNRR.  

 

 

Il tenebrio e la valorizzazione degli scarti secchi

 

Accanto alla mosca soldato viene allevato Tenebrio molitor, il verme della farina, specie particolarmente adatta alla trasformazione di matrici organiche secche quali granaglie, residui di molitura e matrici vegetali a basso contenuto idrico.

Il ciclo biologico del tenebrio è più lungo rispetto a quello della mosca soldato: dalla deposizione dell’uovo alla larva pronta per la trasformazione possono trascorrere otto-dieci settimane. Gli adulti, piccoli coleotteri non volatori, vengono mantenuti in riproduzione per periodi programmati, mentre le larve crescono progressivamente fino allo stadio ottimale per la raccolta. Se il ciclo non viene interrotto le larve si trasformano in pupe e poi in nuovi adulti, chiudendo l’intero processo biologico.  

Secondo i ricercatori il tenebrio garantisce un’elevata efficienza di conversione soprattutto su matrici più omogenee e asciutte, mentre la mosca soldato risulta più versatile su substrati organici umidi e misti.

 

 

Dagli scarti del pomodoro alle farine per pesci e polli

 

Uno dei filoni di ricerca più interessanti riguarda la formulazione dei substrati di crescita. Il centro lavora su diverse tipologie di scarti di lavorazione agroalimentari con l’obiettivo di individuare le combinazioni più efficaci per migliorare crescita larvale e qualità nutrizionale finale.

Durante la visita è stato illustrato un progetto dedicato agli scarti della lavorazione del pomodoro. I residui della salsa, ancora ricchi di composti fenolici e sostanze antiossidanti, vengono incorporati nelle diete delle larve in diverse concentrazioni per valutarne gli effetti produttivi e nutrizionali.  

Le larve allevate su questi substrati vengono poi trasformate in farine e oli destinati a prove sperimentali su trote, polli e suini, mentre la frazione lipidica viene testata anche per possibili applicazioni nella cosmetica.  

 

 

La filiera completa: pressa, mangimificio sperimentale

 

L'elemento che rende il centro di Carmagnola particolarmente avanzato è la presenza dell'intera filiera di trasformazione all'interno della stessa infrastruttura.

Il reparto dispone di presse in grado di separare la componente lipidica da quella proteica delle larve essiccate, sistemi di macinazione per ottenere differenti granulometrie e un vero e proprio mangimificio sperimentale dotato di silos, mulini, miscelatori, pellettatrici ed estrusori.

 

Questa configurazione permette ai ricercatori di formulare e produrre internamente mangimi sperimentali destinati a differenti specie animali, mantenendo il pieno controllo delle prove nutrizionali. L'obiettivo è sviluppare nuove formulazioni più sostenibili, riducendo la dipendenza dalle materie prime proteiche importate e valorizzando gli scarti agroalimentari locali all'interno di modelli produttivi pienamente circolari.

 

Acquacoltura: misurare la digeribilità per non sprecare proteine

A pochi metri dalle celle degli insetti si trova l'impianto di acquacoltura, uno dei più attrezzati in Italia per la ricerca sulla nutrizione dei pesci d'acqua dolce. L'impianto è alimentato da un pozzo a 15 metri di profondità. L'acqua viene ossigenata in una colonna di gasificazione prima di essere distribuita alle vasche, e mantiene una temperatura costante di 13-14 °C tutto l'anno nelle vasche interne. Questa stabilità termica è un vantaggio produttivo concreto: le trote nei corsi d'acqua naturali rallentano l'alimentazione nei mesi freddi, mentre in un impianto a temperatura controllata il ritmo di crescita è uniforme. Una trotella da 10-15 grammi raggiunge i 350-400 grammi in circa un anno, un accrescimento considerato ottimale per la specie.

 

Le vasche metaboliche e il calcolo della digeribilità

Il cuore scientifico dell'impianto sono le vasche metaboliche e di digeribilità. Sono vasche in cui i pesci vengono alimentati con un mangime che contiene, oltre alle materie prime da testare, un marcatore indigeribile, una sostanza che attraversa il tratto digestivo senza essere assorbita e che si ritrova intatta nelle feci. Il fondo delle vasche è progettato con una parete inclinata che convoglia le feci verso una raccolta separata: l'acqua scorre dal basso verso l'alto e trascina con sé le feci, che vengono prelevate due volte al giorno.

Analizzando la concentrazione del marcatore e delle proteine sia nel mangime in entrata, sia nelle feci in uscita, e applicando la formula standard per il calcolo dell'apparente coefficiente di digeribilità, si ottiene una misura precisa di quanta proteina (o altro nutriente) viene effettivamente assorbita dall'animale rispetto a quella somministrata.

Il dato è fondamentale per due ragioni. La prima è nutrizionale: un mangime formulato senza conoscere la digeribilità degli ingredienti può risultare carente anche se l'analisi chimica dice che la proteina c'è. La seconda è ambientale: la proteina non digerita si trasforma in azoto nelle feci, che finisce nell'acqua di scarico. Ridurre la quota di proteina indigerita significa ridurre l'impatto ambientale dell'acquacoltura.

Con una materia prima nuova quale la farina di insetti, per cui i dati di digeribilità nei pesci sono ancora limitati e spesso variabili a seconda della specie di insetto, del substrato usato per l'allevamento e del processo di essiccazione, la misura diretta in vasca è essenziale. Il centro ha condotto prove specifiche sulle farine di mosca soldato nera e tenebrio prodotte internamente, ottenuto i coefficienti di digeribilità e li ha usati per formulare mangimi bilanciati.

 

Le celle climatiche per gli insetti invasivi

 

Tra le strutture più innovative del centro figurano le nuove celle di contenimento per insetti esotici invasivi, finanziate con fondi PNRR, costruite rispettando il regolamento europeo 2031 del 2016. Una è classificata a basso rischio, adatta per specie già presenti nel territorio; l'altra è ad alto rischio, destinata a specie non ancora presenti in Italia. Quest'ultima ha una struttura a tre stanze: anticamera, corridoio pressurizzato e stanza di allevamento vera e propria, con porte a lame d'aria e barriere fisiche multiple per impedire qualsiasi fuga accidentale.

Si tratta del terzo polo in Italia per questo tipo di infrastrutture, utilizzate nell'ambito del controllo biologico classico propagativo: si importa un insetto dal paese d'origine di una specie invasiva, lo si studia in condizioni di contenimento per verificare che la sua azione sia specifica e non crei impatti sull'ecosistema, e solo dopo si procede all'eventuale rilascio.

Al momento della visita le celle erano vuote e si attendono le autorizzazioni del servizio fitosanitario per introdurre le prime specie.

 

 

Un centro che si è dovuto ricostruire

 

Vale la pena ricordare, guardando oggi le celle climatiche nuove, le vasche rinnovate e il feed mill funzionante, che questo centro ha attraversato un periodo in cui sembrava prossima la chiusura.

La ristrutturazione degli edifici, necessaria per ragioni strutturali, era stata annunciata come un intervento di tre-quattro mesi, ma per una serie di problemi, soprattutto burocratici, si è estesa per due anni. Nel frattempo, per motivi di sicurezza e logistica, tutti gli animali sono stati venduti o ceduti: suini, bovini piemontesi, fattrici, conigli da ingrasso.

Ricominciare da zero, vale a dire reimpostare i cicli di allevamento, ricostruire le colonie di insetti, riformulare le diete sperimentali, riallacciare i rapporti con i partner industriali, ha richiesto anni di lavoro. Il Lighthouse Agritech che si è  inaugurato il 22 maggio è il risultato di una ricostruzione paziente, in larga parte avvenuta prima che arrivassero i finanziamenti PNRR.

 

 

Il convegno mondiale sugli insetti per food and feed a Torino

 

Tra un paio di settimane Torino ospiterà uno dei principali eventi mondiali dedicati agli insetti per alimentazione umana e animale: il congresso internazionale “Insects to Feed the World” (IFW 2026). L’evento si terrà dal 9 al 12 giugno 2026 al Centro Congressi Lingotto.  

Si tratta della più importante conferenza scientifica e industriale internazionale sul settore degli insetti allevati per food e feed. La prima edizione si era svolta nel 2014 nei Paesi Bassi, promossa da Wageningen University e FAO, e nel tempo IFW è diventato il riferimento globale per ricerca, industria e policymaker del comparto. Le prime autorizzazioni europee per l'uso di specie di insetti negli alimenti e nei mangimi sono arrivate negli ultimi anni (mosca soldato nera e tenebrio sono tra le specie autorizzate), ma il mercato industriale è ancora in cerca di modelli produttivi scalabili, di dati zootecnici affidabili e di strumenti normativi chiari.

Il centro di Carmagnola si presenta all'appuntamento con il suo profilo: non è una biofactory industriale (le produzioni industriali lavorano su scale di decine di migliaia di tonnellate l'anno) ma è una delle strutture universitarie europee più complete per la ricerca applicata lungo tutta la filiera. Dalla selezione e ottimizzazione dei substrati all'allevamento larvale, dalla trasformazione in farina e olio alla formulazione dei mangimi, dalle prove di digeribilità sui pesci alle sperimentazioni su polli e suini: ogni passaggio è misurabile, replicabile e documentabile in condizioni scientificamente controllate.

 

  

Dove si misura l’agricoltura del futuro

 

Il Lighthouse Agritech di Carmagnola non lavora sui grandi volumi industriali. Le produzioni sono sperimentali, costruite per generare dati affidabili, replicabili e trasferibili alle filiere agricole e zootecniche. È proprio questa la funzione strategica della struttura: testare tecnologie, misurare risultati e validare modelli produttivi prima che arrivino nelle aziende agricole.

Dalla gestione delle emissioni nei campi alle farine di insetti, dalla sensoristica ai mangimi sperimentali, il centro piemontese si candida a diventare uno dei principali laboratori europei di ricerca applicata sull’agricoltura sostenibile. E l’appuntamento internazionale di giugno con “Insects to Feed the World”, il congresso mondiale sugli insetti per food e feed ospitato a Torino, conferma che il lavoro sviluppato a Carmagnola sta già entrando nelle reti scientifiche e industriali internazionali.