AMENDOLARA, QUATTRO MORTI NEI CAMPI. IL CAPORALATO NON È L'AGRICOLTURA, MA L'AGRICOLTURA NON PUÒ IGNORARLO


La strage dei braccianti di Amendolara, in provincia di Cosenza, è da giorni sulle prime pagine. Oggi torna sui giornali attraverso angolature diverse: Avvenire ricostruisce il contesto dello sfruttamento sistematico e propone una lettura della filiera dalla terra agli scaffali; il Sole 24 Ore e La Stampa riportano le dichiarazioni del ministro del Lavoro Marina Calderone, che ha annunciato una campagna di ispezioni aggiuntive in tutto il territorio nazionale a partire da metà giugno e per tutta l'estate; la Fp Cgil, citata sempre dal Sole 24 Ore, segnala che negli ultimi tre anni i lavoratori tutelati attraverso i controlli sul caporalato sono progressivamente diminuiti: 3.208 nel 2023, 1.226 nel 2024, 895 nel 2025.


Quattro uomini, tre afghani e un pakistano, il più anziano aveva 29 anni, bruciati vivi in un'auto in Calabria. I presunti responsabili sarebbero loro stessi migranti pakistani che agivano come intermediari illeciti, caporali dentro una rete di sfruttamento che sfruttava la vulnerabilità di chi, provenendo dagli stessi Paesi, era più facile controllare e ricattare. Una storia che racconta, prima di ogni altra cosa, il grado di imbarbarimento a cui può arrivare un sistema che tratta le persone come forza-lavoro usa e getta, senza nome, senza diritti, senza protezione.


Su questo non esistono equivoci: lo sfruttamento del lavoro è un reato, e quando sfocia nella violenza estrema diventa un crimine che chiama in causa la coscienza dell'intero Paese. La dignità di chi lavora, chiunque sia, da qualsiasi parte del mondo venga, non è negoziabile, non ha stagioni, non conosce eccezioni legate alla pressione sui costi o alla difficoltà di reperire manodopera.


Detto questo, è necessario tenere i piani separati con altrettanta chiarezza. Il caporalato non è l'agricoltura italiana. Confagricoltura lo precisa bene: “Lo sfruttamento colpisce prima di tutto le persone coinvolte, ma danneggia anche le migliaia di imprese che rispettano le regole”. Le aziende che sottoscrivono codici etici, garantiscono contratti regolari e accettano ispezioni, come raccontano oggi sia Avvenire, sia gli operatori della grande distribuzione organizzata,  sono la maggioranza silenziosa di un settore che non può essere criminalizzato in blocco ogni volta che la cronaca porta a galla, giustamente, i suoi angoli più bui.


Il punto critico, semmai, è strutturale. Il fenomeno prospera dove esiste una doppia vulnerabilità: quella dei lavoratori migranti, spesso privi di permesso di soggiorno regolare e quindi ricattabili, e quella di un mercato del lavoro agricolo stagionale che fatica a costruire percorsi di inserimento stabili. Riformare le politiche migratorie per rendere meno precaria la condizione giuridica di chi lavora nei campi non è un tema ideologico: è una condizione pratica per togliere ossigeno al caporalato. Così come lo è aumentare, davvero, la capacità ispettiva.


Controllare meglio, costruire percorsi di emersione e sostenere le imprese sane nella selezione dei fornitori lungo tutta la filiera, sono passi concreti. Non bastano, ma sono un inizio.