GRANO DURO, RACCOLTO IN RIPRESA MA PREZZI IN CADUTA: AGRICOLTORI IN PIAZZA CONTRO LA CRISI DEL REDDITO
Produzione nazionale attesa a 3,8 milioni di tonnellate (+ 5%). Ma il surplus mondiale, il crollo delle quotazioni e l'aumento dei costi di produzione comprimono i margini delle aziende cerealicole. Nelle isole la situazione appare particolarmente critica.
La trebbiatura del grano duro entra nel vivo lungo tutta la Penisola con prospettive produttive migliori rispetto agli ultimi due anni. Dalle regioni meridionali e insulari, dove la raccolta è ormai avanzata, le mietitrebbie stanno progressivamente risalendo verso il Centro Italia, mentre le prime valutazioni confermano un recupero delle rese rispetto alla campagna precedente. Sul mercato, però, il clima è completamente diverso: le quotazioni continuano a scendere, la redditività si riduce e cresce la mobilitazione delle organizzazioni agricole.
Le stime presentate il 19 maggio ai Durum Days di Foggia indicano per il raccolto 2026 una produzione nazionale di grano duro intorno a 3,8 milioni di tonnellate, circa il 5% in più rispetto ai 3,6 milioni della scorsa annata. Un recupero favorito dal miglioramento delle condizioni climatiche e dal superamento delle carenze idriche che avevano penalizzato negli ultimi anni diverse aree cerealicole del Mezzogiorno.
Produzione in crescita, ma il problema resta il reddito
L'aumento della produzione non cancella le criticità strutturali del comparto. La riduzione degli investimenti agronomici, le difficoltà fitosanitarie e le incertezze sulla qualità della granella continuano a pesare sulle prospettive della filiera.
Il caso della Maremma toscana è emblematico. Secondo Coldiretti Grosseto, negli ultimi vent'anni la produzione provinciale di grano duro si è ridotta di oltre il 30%, una contrazione che riflette la progressiva perdita di redditività della coltura.
Anche a livello nazionale il trend appare consolidato. Cia ricorda che negli ultimi trent'anni le superfici investite a grano duro si sono ridotte di circa il 40%, una dinamica che le organizzazioni agricole attribuiscono alla crescente difficoltà di coprire i costi di produzione.
Dai 50 euro del 2023 ai prezzi attuali: la crisi delle quotazioni
La questione centrale resta quella del prezzo. Secondo il presidente di Cia Puglia, Gennaro Sicolo, il grano duro che nel 2023 aveva raggiunto quotazioni prossime ai 50 euro al quintale viene oggi commercializzato poco sopra i 20 euro al quintale, con valori che in molte aree produttive non consentono più di remunerare adeguatamente il lavoro degli agricoltori.
Le situazioni più critiche si registrano nelle regioni insulari. In Sicilia, Coldiretti denuncia quotazioni attorno a 19 euro al quintale. In Sardegna, dove le trebbiatrici stanno entrando nei campi proprio in questi giorni, Confagricoltura Sardegna segnala prezzi scesi a circa 27 euro al quintale e parla del rischio di una delle peggiori campagne cerealicole degli ultimi anni.
“In ambito nazionale sono proprio le Isole a registrare la condizione più critica”, afferma il presidente di Confagricoltura Sardegna, Stefano Taras. Secondo l'organizzazione il comparto si trova oggi stretto tra il crollo del valore del grano duro e l'aumento dei costi produttivi, aggravati negli ultimi mesi dalle tensioni sui mercati energetici e delle materie prime.
L'impatto economico emerge anche dalle elaborazioni basate sui dati ISMEA e sui listini della Commissione Unica Nazionale. Considerando i costi medi di coltivazione e le quotazioni attuali, il saldo economico per molte aziende cerealicole del Mezzogiorno risulta negativo già nelle situazioni più favorevoli. In alcuni casi la perdita supera i 60 euro per ettaro e può aumentare ulteriormente nelle aree caratterizzate da rese inferiori o costi più elevati. La valutazione è condivisa da Confagricoltura. Durante i Durum Days, il presidente di Confagricoltura Foggia, Filippo Schiavone, ha sintetizzato la situazione con una frase destinata a segnare questa campagna cerealicola: “Con questi prezzi la coltura non è sostenibile”.
Sulla stessa linea si colloca Copagri. Il presidente nazionale Tommaso Battista richiama la necessità di garantire una più equa distribuzione del valore lungo la filiera e condizioni economiche che consentano alle imprese agricole di continuare a investire.
Agricoltori in piazza
La tensione sul mercato si è tradotta in una mobilitazione diffusa. Il 10 giugno Coldiretti ha organizzato manifestazioni in diverse città italiane per denunciare le distorsioni del mercato e le speculazioni lungo la filiera del grano e della pasta. Due giorni dopo Cia è scesa in piazza a Bari e Ravenna chiedendo interventi urgenti a sostegno del reddito dei cerealicoltori. Tra le proposte avanzate dall'organizzazione figura la sospensione delle importazioni di grano duro fino a dicembre 2026, motivata dalla presenza di scorte che, secondo Cia, sarebbero già sufficienti a soddisfare il fabbisogno dell'industria molitoria.
Il dibattito sulla Commissione Unica Nazionale
La crisi del comparto riporta al centro dell'attenzione anche il ruolo della Commissione Unica Nazionale del grano duro, divenuta operativa nella primavera del 2026 con l'obiettivo di aumentare trasparenza e uniformità nella formazione dei prezzi. Per Confagricoltura Sardegna la CUN rappresenta un passo avanti importante, ma necessita di un'evoluzione. Secondo Taras il grano duro italiano non può essere considerato una semplice commodity e la Commissione dovrebbe assumere un ruolo più incisivo nella valorizzazione della qualità e nell'equilibrio dei rapporti economici lungo la filiera. Molti operatori del settore osservano infatti che la CUN fotografa correttamente il mercato, ma dispone di strumenti limitati per incidere sui meccanismi che determinano la distribuzione del valore tra produzione agricola, commercio e trasformazione.
Il peso del mercato mondiale
Per comprendere la crisi dei prezzi non basta però guardare all'Italia. I Durum Days hanno evidenziato un quadro internazionale caratterizzato da una crescita produttiva nei principali Paesi esportatori. Canada, Stati Uniti, Nord Africa e Unione europea sono attesi su livelli produttivi superiori rispetto alla scorsa campagna. L'effetto combinato di queste dinamiche sta determinando un surplus di offerta sul mercato mondiale del grano duro, con inevitabili ripercussioni sulle quotazioni internazionali e, di conseguenza, sui prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani. È questo il paradosso della campagna 2026: mentre la produzione nazionale torna a crescere dopo le difficoltà degli ultimi anni, la redditività delle aziende continua a peggiorare.
Il rischio di abbandono della coltura
Per i cerealicoltori il problema non riguarda la capacità di produrre, ma la possibilità di farlo in condizioni economicamente sostenibili. Se l'attuale divario tra costi di produzione e prezzi di mercato dovesse protrarsi anche nei prossimi mesi, il rischio concreto è un nuovo ridimensionamento delle superfici investite a grano duro. Uno scenario che preoccupa l'intera filiera agroalimentare nazionale. L'Italia resta il principale trasformatore mondiale di grano duro in pasta e continua a rappresentare uno dei punti di riferimento internazionali per qualità e valore aggiunto. La tenuta della produzione agricola nazionale resta quindi strategica non solo per il reddito delle imprese, ma per il futuro di una delle filiere simbolo del Made in Italy alimentare.