ALBALUCE, LA PRIMA ECLISSI DI SOLE
Nel 1967, quindi agli albori delle denominazioni in Italia, nasce la Denominazione di Origine Controllata (DOC) Erbaluce di Caluso. L’area di produzione, prevalentemente in provincia di Torino, include anche alcuni comuni del Biellese e del Vercellese. E dal 2010, la Denominazione diventa di Origine Controllata e Garantita (DOCG), all’apice dei riconoscimenti nazionali e si declina nelle tre tipologie: Erbaluce di Caluso o Caluso, Erbaluce di Caluso o Caluso Spumante e Erbaluce di Caluso o Caluso Passito.
Al di là di quanto ci insegnano i disciplinari e le incombenze amministrative, quando si parla del bianco per antonomasia del Torinese si è affascinati, quasi intrigati dal nome che non è di quelli banali, la cui origine si può intuire facilmente.
Proprio in questi giorni che stiamo tutti col naso all’insù, come vuole la tradizione, per scorgere le Perseidi, le cosiddette stelle cadenti, e più ancora per l’evento che ieri ha attirato l’attenzione di astronomi e curiosi, l’eclissi di sole del 12 agosto, il sole a falce visibile sull'orizzonte italiano, dobbiamo ricordare un racconto che nessuno in Canavese si sente di mettere in dubbio; una bella e assodata leggenda che vuole che per la prima volta, il sole sia stato celato dalla luna per permettere una scappatella amorosa.
Siamo nell’era Quaternaria, il territorio dell’odierno Canavese è ricoperto da un grande lago, sulle rive del quale vivono la regina Ypa e la sua tribù. Gente pacifica che si ciba dei frutti dei campi e dei pesci d’acqua dolce. Adorano le forze della Natura: le Stelle, il Sole, la Luna, l’Alba, il Tramonto, le Nubi, i Venti… Un giorno il Sole scorge l’Alba, per un solo attimo, i loro sguardi si incrociano, le loro vite si intersecano, Cupido colpisce e le due divinità si innamorano. Purtroppo, sappiamo tutti che quando sorge la luce, termina il passaggio dalla notte al giorno. Due momenti non compatibili con i tempi. Il Sole, come un ragazzino ammaliato, non sta più nella pelle e fa il diavolo a quattro per rivedere, anche solo per un attimo, l’amata. Ecco che sua sorella, la Luna, per accondiscendere ai desideri, sempre più insistenti, del fratello, una mattina decide di interporsi tra i due infatuati, per permetterne l’incontro.
La prima eclissi di sole, racconta la leggenda! Fatto sta che da questo furtivo atto amoroso, sul bric più alto di Caluso, nasce una ninfa, che prende il nome dai due insigni genitori: Albaluce. Bionda, alta, bella, dalla carnagione bianca come la madre, gli occhi chiari e luminosi come il padre, la giovane, viene subito amata dalla popolazione e venerata, ogni anno, nel giorno del suo compleanno. Era una ninfa del lago e come tale viveva nel profondo delle acque per apparire, puntualissima, il giorno della ricorrenza della sua nascita, su un cocchio trainato da un cigno, vestita di un manto rosso bordato di ermellino, sempre più raggiante. Una folla oceanica l’attendeva per acclamarla e festeggiarla.
Tutto procedeva bene fintanto che una carestia spinse la popolazione a prosciugare il grande specchio d’acqua per ricavare terreni da coltivare a cereali. I lavori durano per anni, e col tempo, sempre meno gente viene a riverire Albaluce. La fatica dovuta ai lavori, le difficoltà, molti perdono la vita, fintanto che un brutto anno, così come ci viene riportato, solo un pugno di giovani si presenta per aspettare la fuoriuscita dal lago del corteo divino. La ninfa, più splendete che mai, si guarda intorno e, come una comune mortale, viene colta da un attimo di disappunto, alcune lacrime scorrono sulle sue gote e cadono su un arbusto che cresceva sulla sponda ombrosa del lago. Immediatamente emette rami, anzi tralci - perché di una vite si tratta -, foglie e nascono biondi e succosi grappoli. Una vite rigogliosa cresce in men che non si dica, stupenda come Albaluce, la sua progenitrice, che non poteva che darle il suo nome. Nei secoli, con gli errori di dettatura e trascrizioni, il nome diventa Albalus, poi Elbalus per arrivare, infine, all’odierno Erbaluce.
Lo stesso vitigno viene così descritto, nel 1606, da Giovanni Battista Croce, eclettico personaggio della corte del Duca Carlo Emanuele I di Savoia nel suo trattato “Dell’eccellenza e della diversità dei vini che nella Montagna di Torino si fanno e del modo di farli”:“Elbalus è uva bianca così detta, come Albaluce, perché biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio, o sia scorsa dura: matura diviene rostita, e colorita, e si mantiene in su la pianta assai: è buona da mangiare, e a questo fine si conserva: fa li vini buoni e stomacali.” Una descrizione che ancora oggi calza perfettamente.
Una bella occasione, quindi, per brindare in queste notti di mezza estate alla Natura, alle sue storie, credenze e realtà, con un bel calice di Erbaluce di Caluso, lasciando a ognuno di noi la scelta tra le diverse declinazioni.
E il grande lago? Solo una favola? Si dice che ne restino molte tracce, pensiamo a quanti laghi costellano il Canavese, da quello di Viverone, il più grande, fino a Candia, Pistono, Sirio, Lago Nero, San Michele, di Campagna e non solo. Per chi vuole crederci sono le ultime testimonianze del Quaternario, della regina Ypa e della ninfa Albaluce, le cui vicende verranno, anche quest’anno, ricordate alla Festa dell’Uva di Caluso, con la proclamazione della Ninfa Albaluce 2026.