Agrivoltaico: espansione dei mega-progetti e nuove tensioni per le imprese agricole
Il fenomeno agrivoltaico, nelle sue applicazioni più estese, sta ridisegnando il rapporto tra produzione energetica e uso agricolo del suolo. Il principio dichiarato è la coesistenza tra fotovoltaico e coltivazioni, con modelli che permettono attività zootecniche o agricole in continuità. Nella pratica, i progetti che avanzano negli iter autorizzativi sono spesso impianti di scala industriale, su superfici in alcuni casi superiori ai 70–100 ettari, promossi da fondi internazionali e soggetti energetici. È qui che emergono le tensioni: la struttura produttiva agricola teme un progressivo spostamento del valore dal settore primario alla rendita energetica, soprattutto nelle aree a più alta fertilità.
In Piemonte La Provincia di Biella del 16 novembre segnala il progetto da 117 ettari tra Cavaglià e Carisio, proposto da Econergy (29 milioni di investimento), che solleva le prime opposizioni per l’impatto territoriale. Il Giornale La Voce del 15 novembre scrive di due nuovi lotti da 75 e 69 ettari a Poirino, nel Torinese, che accentuano il timore di consumo di suolo e dinamiche speculative, con la Cia che denuncia il rischio di trasformare terreni fertili in strumenti finanziari.
Nella Bassa Veronese, L’Arena del 4 novembre documenta il deposito di un progetto da 42 MW su circa 90 ettari agricoli irrigui. Coldiretti e Cia sottolineano la perdita di suolo di pregio e la scelta di un’area cerealicolo-foraggera strategica. La Regione Veneto ha richiesto integrazioni sulla compatibilità paesaggistica, segnando una crescente attenzione istituzionale alla localizzazione degli impianti.
A Codigoro, nel Ferrarese, Il Resto del Carlino (7 novembre) riporta la proposta di un parco agrivoltaico da 120 ettari sostenuto da un fondo del Lussemburgo. I sindaci del Delta del Po chiedono garanzie sulle rotazioni colturali e denunciano il rischio di frammentazione del paesaggio agrario. Il progetto rientrerebbe in una più ampia strategia nazionale del gruppo proponente.
Nel Lazio, il Corriere di Viterbo (12 novembre) descrive l’ampliamento di 150 ettari dell’impianto di Montalto di Castro, che è già il più esteso agrivoltaico italiano. Gli agricoltori chiedono un piano regolatore energetico che distribuisca gli impianti evitando concentrazioni in pochi comuni. A Cortona, La Nazione - Arezzo (8 novembre) segnala un progetto da 75 ettari che coinvolge aree a denominazione d’origine e oliveti storici, con produttori vitivinicoli e associazioni paesaggistiche che sollecitano l’esclusione delle zone di pregio.
Anche nel Sud la dinamica è evidente. La Gazzetta del Mezzogiorno (2 novembre) documenta un piano da 200 ettari a Cerignola. All’opposto, L’Unione Sarda (9 ottobre) riporta il rigetto regionale del progetto da 95 ettari nel Sinis per incompatibilità con vincoli ambientali.
Il quadro nazionale mette in evidenza alcune criticità per le imprese agricole. Il consumo di suolo agricolo produttivo riduce la disponibilità per coltivazioni, allevamento e colture pregiate e altera il paesaggio rurale e l’identità territoriale. Inoltre l’ingresso di capitali finanziari che trattano il suolo come asset speculativo suscita timori di “esproprio implicito” delle aziende agricole, mentre una normativa e una pianificazione territoriale ancora frammentata, vede Regioni e Province che faticano a definire criteri uniformi e selettivi (per esempio su cave dismesse, aree marginali, aree già impermeabilizzate).
Dal punto di vista normativo e tecnico le “Linee Guida” MiTE richiedono che l’impianto agrivoltaico rispetti effettivamente la continuazione dell’attività agricola e non sottragga suolo arabile produttivo. Le regioni stanno approvando criteri più rigorosi per qualificare le aree idonee. In Veneto, per esempio, si evidenzia che oltre il 95 % del territorio agricolo provinciale della provincia di Verona presenta almeno uno dei 21 parametri che lo qualificano quale “area agricola di pregio”.
Per le imprese agricole e gli operatori del settore agroalimentare il fenomeno richiede particolare attenzione. È necessario che la progettazione dia seguito a una regolazione energetica territoriale che, a livello comunale o regionale, identifichi zone compatibili con soluzioni agrivoltaiche, tutelando al contempo la continuità produttiva e la valorizzazione agricola. In assenza di tale pianificazione, le tensioni locali rischiano di aumentare e il settore agricolo potrebbe trovarsi in svantaggio competitivo.
In conclusione il modello agrivoltaico rappresenta una frontiera potenzialmente vantaggiosa per la doppia produzione di energia e alimenti, ma nella sua versione “mega-impianto su suolo agricolo” rischia di indebolire la funzione produttiva dell’agricoltura. Le imprese agricole, in particolare quelle che operano su suoli irrigui, cerealicoltura intensiva o zone a denominazione protetta, sono chiamate a un ruolo attivo nel confronto con le autorità territoriali e nella definizione di modelli integrati che investano non solo in energia, ma anche in sostenibilità agricola e ambientale.