Bilancia cerealicola: deficit strutturale in aumento
Nei primi nove mesi del 2025 la bilancia commerciale cerealicola italiana conferma e accentua la propria fragilità strutturale. Il saldo valutario netto si attesta a –2.002,2 milioni di euro, peggiorando di circa 168 milioni rispetto allo stesso periodo del 2024. Secondo le elaborazioni del Centro Studi Anacer su dati Istat provvisori, le importazioni hanno raggiunto 6.362,3 milioni di euro (+2,1%), mentre le esportazioni si sono fermate a 4.360,1 milioni di euro (–0,8%). Il dato segnala un disallineamento persistente tra fabbisogni interni e capacità produttiva nazionale, aggravato dal contesto internazionale dei prezzi.
Importazioni in aumento: volumi crescenti e prezzi favorevoli
L’incremento del deficit è trainato principalmente dalla dinamica delle importazioni, cresciute di 474 mila tonnellate (+2,6%) nei primi nove mesi dell’anno. Il grano tenero e il mais rappresentano i principali fattori di espansione, riflettendo produzioni interne insufficienti e un mercato internazionale caratterizzato da quotazioni relativamente depresse. Il grano duro mostra una crescita dei volumi importati ma una contrazione significativa del valore, segnale di un calo dei prezzi unitari. Particolarmente rilevante anche l’aumento delle importazioni di riso, in crescita di oltre un quarto in termini quantitativi, mentre le farine proteiche di origine vegetale evidenziano un aumento dei volumi accompagnato da una riduzione del valore, coerente con il ribasso delle quotazioni mondiali delle materie prime proteiche.
Export cerealicolo: più quantità, meno valore
Sul fronte delle esportazioni il quadro appare ambivalente. Le quantità complessivamente esportate crescono del 3,6%, ma il valore complessivo diminuisce dello 0,8%. La pasta alimentare resta il principale prodotto esportato, seguita da farine, semole e mangimi a base cerealicola, tutti caratterizzati da una buona tenuta dei volumi ma da prezzi medi in flessione. Di segno opposto l’andamento del riso, che registra un marcato calo, sia in quantità, sia in valore, con effetti negativi sul saldo complessivo. Il dato conferma la difficoltà del sistema export nel difendere i margini in una fase di forte competizione internazionale e prezzi compressi.
Le implicazioni per la filiera
L’aggravamento del deficit cerealicolo deriva dalla combinazione di importazioni a basso costo, spesso provenienti da Paesi comunitari e dall’area del Mar Nero, e da un export ad alto valore aggiunto che fatica a valorizzarsi sul piano dei prezzi. La dipendenza dall’estero per grano tenero e mais rimane un elemento critico per l’industria molitoria e mangimistica, mentre la debolezza dei valori all’export comprime la redditività della trasformazione.
Prospettive
I dati indicano l’opportunità di proseguire nel rafforzamento strutturale della competitività produttiva nazionale, tenendo conto delle condizioni operative sempre più complesse in cui operano le imprese cerealicole. Negli ultimi anni il settore primario ha già messo in campo sforzi significativi sul piano tecnico, economico e gestionale, confrontandosi con una marcata volatilità dei mercati, l’aumento dei costi degli input e un quadro regolatorio più stringente.
La persistente dipendenza dell’industria nazionale dalle importazioni continua tuttavia a delineare margini potenziali per una maggiore valorizzazione della produzione interna, soprattutto laddove si riesca a rafforzare la continuità dell’offerta, la qualità merceologica e la capacità di organizzazione commerciale. In questo ambito, strumenti quali i contratti di filiera, una più efficace programmazione colturale e il potenziamento delle strutture di stoccaggio possono contribuire a una maggiore stabilità dei flussi e a una più equilibrata distribuzione del valore. Restano però criticità strutturali legate alla competitività di prezzo delle produzioni estere, alla crescente variabilità climatica e alla frammentazione del tessuto produttivo, che limitano la capacità di risposta del settore primario. In assenza di un coordinamento più solido tra politiche agricole, filiere industriali e strategie di mercato, il contributo della produzione nazionale al riequilibrio della bilancia cerealicola rischia di rimanere contenuto, confermando la natura strutturale dello squilibrio commerciale.