CALDO E POCA ACQUA FRENANO LA PISCICOLTURA ITALIANA, IN CALO LA PRODUZIONE DI TROTE E STORIONI
Negli allevamenti ittici d’acqua dolce la disponibilità idrica determina direttamente la capacità produttiva. L’acqua è l’ambiente nel quale vive il patrimonio zootecnico e una riduzione delle portate, associata all’aumento della temperatura, abbassa la disponibilità di ossigeno disciolto. I pesci entrano in condizioni di stress, riducono l’assunzione di alimento e crescono più lentamente. Nei casi più difficili occorre diminuire la biomassa presente negli impianti.
È la situazione descritta dall’API, l’Associazione Piscicoltori Italiani per l’estate 2026. L’allarme riguarda soprattutto la piscicoltura continentale. L’acquacoltura italiana comprende anche un’importante componente marina e salmastra, dalla molluschicoltura agli allevamenti di spigole e orate, ma le criticità indicate dall’associazione interessano in primo luogo gli impianti alimentati da acque interne, con trote e storioni tra le produzioni più esposte.
La trota vale 115 milioni di euro
Secondo l’Annuario dell’agricoltura italiana 2024 del CREA la piscicoltura nazionale ha prodotto circa 51 mila tonnellate di pesce per un valore di 287,6 milioni di euro. La trota è la principale specie allevata in Italia, con 28.700 tonnellate e circa 115 milioni di euro di valore alla produzione nel 2024. Da sola supera la metà dei volumi della piscicoltura nazionale. È anche una delle specie più sensibili alle condizioni delle acque, poiché richiede temperature contenute e una buona disponibilità di ossigeno. Tra le attività maggiormente interessate figura anche l’allevamento degli storioni. Il CREA registra nel 2024 circa 1.200 tonnellate di storione, con una crescita del 18% rispetto all’anno precedente. A questa attività si affianca la produzione di caviale, specializzazione nella quale l’Italia occupa una posizione di primo piano a livello internazionale.
Meno alimentazione, crescita più lenta
Per salvaguardare le biomasse, riferisce API, gli allevatori hanno dovuto ridurre al minimo l’alimentazione. La conseguenza produttiva è immediata: meno alimento significa minore accrescimento e tempi più lunghi per raggiungere le pezzature commerciali.
A questo si aggiungono i maggiori costi sostenuti per l’ossigenazione artificiale delle vasche. Negli impianti più in difficoltà si è resa necessaria anche una riduzione forzata degli stock. Gli effetti possono quindi protrarsi nei mesi successivi: una minore biomassa modifica i programmi aziendali, i tempi di commercializzazione e la futura disponibilità di prodotto. Con portate ridotte aumenta anche l’importanza della qualità dell’acqua. API richiama l’attenzione sugli scarichi e sulle attività situate a monte degli allevamenti, perché durante i periodi di magra eventuali apporti inquinanti possono avere un impatto maggiore sulle produzioni poste a valle.
API chiede priorità nelle derivazioni
La gestione delle derivazioni è al centro delle richieste avanzate dall’associazione. API propone che, nelle situazioni di emergenza, l’allevamento ittico abbia priorità nell’uso dell’acqua immediatamente dopo l’impiego potabile, così da assicurare le portate indispensabili alla sopravvivenza degli animali. L’associazione chiede inoltre procedure rapide per consentire alle piccole e medie imprese ittiche di ottenere deroghe nelle fasi critiche, al pari dei grandi consorzi irrigui agricoli e delle centrali idroelettriche. Solleva anche il problema della frammentazione delle regole tra gli otto Piani di bacino e i Piani regionali di tutela delle acque, chiedendo protocolli omogenei per la gestione delle emergenze ed evitare disparità tra territori.
Le imprese stanno intanto investendo per diminuire il fabbisogno idrico degli impianti. Il direttore di API Andrea Fabris indica tra gli interventi adottati l’ottimizzazione dell’impronta idrica e carbonica, l’impiego di mangimi sostenibili e il monitoraggio delle vasche attraverso indicatori di benessere animale e specifiche valutazioni diagnostiche.
L’emergenza dell’estate 2026 mette così in evidenza un nodo strutturale per la piscicoltura d’acqua dolce. La quantità e la temperatura dell’acqua condizionano la biomassa che può essere mantenuta negli impianti, la velocità di crescita dei pesci, i tempi di allevamento e i costi di produzione. Per un comparto che nella sola troticoltura genera circa 115 milioni di euro l’anno, la gestione della risorsa idrica diventa quindi una questione produttiva ed economica, oltre che ambientale.