CASTANICOLTURA, DAL PIEMONTE ALL'EMILIA-ROMAGNA NUOVI INVESTIMENTI PER RILANCIARE LA FILIERA

Il Piano nazionale 2022-2027 e le iniziative delle Regioni puntano sul recupero dei castagneti, sull'innovazione e sulla gestione forestale. Nel Cuneese 4.287 ettari coltivati a castagne e un patrimonio boschivo di 78.000 ettari. La raccolta 2026 si annuncia in forte calo.

 

La castanicoltura italiana cerca nuove prospettive di sviluppo attraverso il recupero dei castagneti abbandonati, il miglioramento della competitività delle aziende agricole e la valorizzazione del patrimonio forestale. Dall'Emilia-Romagna alla Toscana, fino al Piemonte, si moltiplicano le iniziative per rafforzare una filiera che unisce produzione alimentare, gestione dei boschi e tutela delle economie montane. Il quadro nazionale è delineato dal Piano del settore castanicolo 2022-2027, che individua le priorità per la valorizzazione delle produzioni, la ricerca, l'innovazione e il rafforzamento delle imprese. Le Regioni intervengono attraverso programmi specifici, risorse dello sviluppo rurale e strumenti di politica forestale.

 

Emilia-Romagna, un nuovo Piano e 1,5 milioni di euro

 

L'Emilia-Romagna sta completando il confronto con i territori sul nuovo Piano castanicolo e del marrone, elaborato insieme al Tavolo castanicolo regionale. Dopo gli incontri di Rioveggio, nell'Appennino bolognese, e Casola Valsenio, nel Ravennate, il percorso si concluderà il 6 novembre a Marola di Carpineti, nel Reggiano. La Regione, che conta oltre 2.200 ettari di castagneti da frutto, prevede ulteriori 1,5 milioni di euro nel prossimo triennio, destinati al recupero delle superfici abbandonate, alla valorizzazione della filiera e alla tutela della biodiversità.


Il Piano individua tre modelli di sviluppo: salvaguardia della castanicoltura tradizionale, trasformazione delle selve castanili in castagneti da frutto e realizzazione di nuovi impianti. Tra le priorità figurano la semplificazione delle procedure, il ricambio generazionale, il miglioramento delle condizioni fitosanitarie e il rafforzamento della commercializzazione, a partire dal Marrone di Castel del Rio IGP.

 

Toscana, un distretto regionale per coordinare la filiera

 

In Toscana la strategia si concentra anche sull'organizzazione degli operatori. Il Distretto Rurale Regionale Castanicolo Toscano, costituito alla fine del 2025, ha avviato nel 2026 la propria attività con l'obiettivo di favorire la collaborazione tra imprese, amministrazioni e territori montani.

Sul versante degli investimenti, la Regione ha portato a 1,99 milioni di euro la dotazione del bando destinato al recupero e al miglioramento dei castagneti da frutto, utilizzando risorse della Strategia Forestale Nazionale.

L'iniziativa punta a migliorare le condizioni produttive dei castagneti tradizionali e a contrastare l'abbandono delle superfici.

 

Piemonte, oltre 1,6 milioni per il recupero dei castagneti

 

Anche il Piemonte ha avviato un intervento specifico. Nel luglio 2026 la Giunta regionale ha approvato gli indirizzi per un bando da oltre 1,6 milioni di euro, destinato al miglioramento e al recupero dei castagneti da frutto tradizionali. La misura punta a favorire la gestione associata delle superfici, affrontando uno dei principali problemi strutturali del settore: la frammentazione della proprietà fondiaria, che limita la possibilità di realizzare investimenti e interventi coordinati. Sul versante della ricerca opera il Centro Regionale di Castanicoltura di Chiusa Pesio, impegnato nella conservazione della biodiversità, nel miglioramento varietale e nello studio delle problematiche produttive e fitosanitarie, insieme al sistema regionale della ricerca agricola.

 

Cuneo, 2.494 aziende e 4.287 ettari di castagneti da frutto

 

Un quadro aggiornato della castanicoltura piemontese emerge dal Dossier castanicoltura 2026, presentato ieri da Confagricoltura Cuneo presieduta da Enrico Allasia nell'ambito delle iniziative della 27ª Fiera Nazionale del Marrone, presente l’assessore regionale alla montagna Marco Gallo.

Il documento, curato dal Centro Studi dell'organizzazione e dall'agronomo forestale Marco Bonavia, amplia l'analisi dello scorso anno, dedicata alla produzione di castagne, considerando anche il patrimonio forestale e le opportunità di valorizzazione del legno.


Secondo i dati dell'Anagrafe Agricola regionale riportati nel dossier, in provincia di Cuneo operano 2.494 aziende specializzate nella castanicoltura, con una superficie complessiva di 4.287 ettari, pari al 94,5% dei 4.535 ettari piemontesi. La provincia si colloca al quarto posto in Italia per superficie castanicola da frutto, dopo Avellino, Salerno e Cosenza. Negli ultimi dodici anni la superficie media aziendale è passata da 1,37 a 1,65 ettari, mentre si osserva una progressiva espansione della coltivazione nelle zone collinari e nei fondovalle, dove risultano più agevoli la meccanizzazione e la gestione degli impianti.

Nelle aree montane tradizionali si registra invece una tendenza alla concentrazione delle superfici nelle aziende che proseguono l'attività produttiva.

 

Raccolta 2026, produzione in calo fino al 30%

 

Le prime valutazioni sulla campagna 2026 indicano una riduzione della produzione castanicola cuneese compresa generalmente tra il 20 e il 30%, con punte che in alcune zone raggiungono il 40-50%.

Secondo le rilevazioni dell'Ufficio tecnico di Confagricoltura Cuneo e le informazioni raccolte presso gli operatori della filiera, la produzione provinciale potrebbe attestarsi tra 32.000 e 34.000 quintali. La stima dovrà essere confermata al termine della raccolta.

In condizioni ordinarie, il valore della produzione agricola primaria è valutato in circa 8 milioni di euro, mentre per il 2026 si prevede una contrazione nell'ordine del 30%, legata soprattutto alle minori rese determinate dall'andamento climatico. Il valore dell'indotto castanicolo è stimato intorno ai 30 milioni di euro.

 

Il patrimonio forestale, una risorsa ancora da valorizzare

 

La novità principale del dossier riguarda l'analisi dei castagneti forestali. In Piemonte i boschi di castagno occupano circa 212.000 ettari, equivalenti al 22% della superficie forestale regionale. In provincia di Cuneo il patrimonio castanicolo forestale raggiunge circa 78.000 ettari, pari al 30% della superficie boschiva provinciale. La filiera forestale cuneese comprende 261 imprese iscritte all'Albo regionale delle imprese forestali, con circa 500 operatori specializzati direttamente occupati.

 

Il legno di castagno trova impiego nella produzione di paleria agricola e viticola, nella carpenteria e negli utilizzi energetici. Un'attività industriale significativa è inoltre quella della produzione di tannino naturale, realizzata nello stabilimento Ledoga del gruppo Silvateam a San Michele Mondovì.

Secondo le elaborazioni del dossier, la superficie dei castagneti forestali annualmente interessata dai tagli è di circa 380 ettari, a fronte di una potenzialità teorica di gestione sostenibile stimata in circa 5.000 ettari all'anno. Il confronto evidenzia margini di sviluppo per la filiera del legno, subordinati alla pianificazione forestale, all'accessibilità dei boschi, alle condizioni economiche degli interventi e alla sostenibilità ambientale. La frammentazione della proprietà rimane uno dei principali ostacoli. Forme di gestione associata e accordi tra proprietari potrebbero favorire interventi su superfici più ampie.

 

Turismo, paesaggio e servizi ecosistemici

 

Accanto alle attività agricole e forestali, il castagneto offre opportunità legate al turismo rurale, alla fruizione escursionistica e alla valorizzazione del patrimonio storico e paesaggistico. 


Nel Cuneese 13 castagni sono inseriti nel Registro regionale degli alberi monumentali.

«Confagricoltura – ha dichiarato il direttore dell’organizzazione Roberto Abellonio - ha inoltre avviato un confronto con Comuni e Unioni montane per individuare aree forestali di particolare interesse e possibili percorsi di valorizzazione turistica. La gestione dei castagneti contribuisce anche alla protezione del suolo, alla conservazione della biodiversità e alla regolazione delle acque, oltre a concorrere allo stoccaggio del carbonio».


Il recupero produttivo dei castagneti e la gestione sostenibile del patrimonio forestale costituiscono così due direttrici complementari per lo sviluppo della filiera, con ricadute sulle imprese agricole, sull'industria del legno e sulle economie delle aree montane.