DECRETO BOLLETTE, CONFRONTO APERTO SUL BIOGAS AGRICOLO
Il percorso parlamentare del decreto-legge 20 febbraio 2026 n. 21, il cosiddetto “Decreto Bollette”, entra nel vivo con un confronto sempre più acceso sul ruolo delle agroenergie nel sistema energetico nazionale. Le audizioni svolte tra il 2 e il 3 marzo presso la Commissione Attività produttive della Camera, nell’ambito dell’esame del disegno di legge di conversione (A.C. 2809), hanno portato al centro del dibattito la revisione dei Prezzi minimi garantiti (PMG) per le bioenergie.
Il provvedimento, nato con l’obiettivo di ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese e di intervenire sugli oneri generali di sistema che gravano sulle bollette, introduce anche una revisione dei meccanismi di sostegno alle bioenergie, in particolare per gli impianti a bioliquidi, biogas e biomasse. La misura più discussa riguarda proprio i Prezzi minimi garantiti, lo strumento che assicura una soglia minima di remunerazione per l’energia elettrica prodotta dagli impianti di biogas elettrico agricolo di piccola e media dimensione. Il decreto stabilisce che questo meccanismo venga applicato soltanto entro un numero massimo di ore di produzione semestrali stabilite dal GSE, con l’obiettivo di ridurre gli oneri che incidono sulle bollette.
È su questo punto che si concentra la forte preoccupazione della filiera del biogas agricolo. Nel corso delle audizioni parlamentari il Consorzio Italiano Biogas (CIB) ha avvertito che la nuova impostazione potrebbe compromettere l’equilibrio economico di una parte significativa degli impianti esistenti. Secondo il presidente Piero Gattoni, la limitazione delle ore incentivabili non tiene conto delle caratteristiche tecniche degli impianti agricoli, che non possono essere accesi e spenti in funzione dell’andamento del mercato elettrico. Il rischio indicato dal consorzio è quello di una chiusura immediata di circa 800 impianti, con possibili effetti a catena sulla produzione di energia rinnovabile e sul percorso di riconversione verso il biometano.
Le preoccupazioni sono state rilanciate anche dalle organizzazioni agricole. Durante l’audizione del 3 marzo, Coldiretti ha sottolineato la necessità che il decreto trovi un equilibrio tra la riduzione degli oneri di sistema e la tutela delle filiere agricole del biogas, del biometano e delle biomasse, considerate un elemento strategico della transizione energetica nelle aree rurali.
Nel corso della stessa audizione alla Commissione Attività produttive, Confagricoltura ha espresso forti perplessità sulla formulazione attuale del decreto. L’organizzazione ha chiesto modifiche all’articolo 5 per evitare effetti negativi sugli impianti a biogas e biomasse e garantire continuità agli investimenti realizzati negli ultimi anni nel settore delle agroenergie. Secondo Confagricoltura, il rischio è quello di compromettere una componente della produzione energetica nazionale che contribuisce sia alla sicurezza degli approvvigionamenti sia alla valorizzazione delle biomasse agricole.
Un allarme ancora più netto arriva dal Consorzio Monviso Agroenergia, realtà che riunisce 226 impianti e circa 470 aziende socie, con oltre 2.200 imprese coinvolte nella filiera. Secondo il consorzio, le modifiche ai Prezzi minimi garantiti previste dal decreto potrebbero mettere a rischio circa 830 MW di potenza elettrica rinnovabile agricola, pari a oltre 6 TWh annui di produzione energetica, una quantità di energia equivalente ai consumi di circa tre milioni di famiglie. Il presidente Sebastiano Villosio ha evidenziato come gli impianti agricoli a biogas siano integrati con allevamenti e produzioni locali, svolgendo un ruolo rilevante nella gestione dei reflui zootecnici, nella produzione di digestato fertilizzante e nella stabilità della rete elettrica.
Il tema riguarda una filiera che negli ultimi quindici anni ha assunto un peso crescente nel sistema agroenergetico italiano. Secondo le stime dei tecnici, il comparto del biogas agricolo conta oltre 2.300 impianti, circa 1.800 dei quali di origine agricola, con migliaia di aziende coinvolte e una produzione di energia rinnovabile programmabile che contribuisce sia alla gestione dei reflui zootecnici sia alla produzione di fertilizzanti organici attraverso il digestato.
Il confronto parlamentare si svolge inoltre in un contesto energetico internazionale particolarmente instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dall’incertezza sui mercati dell’energia. L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riaperto uno dei punti più sensibili dell’economia energetica mondiale: la sicurezza dello Stretto di Hormuz, lo snodo marittimo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati a livello globale.
Le tensioni hanno già prodotto effetti immediati sui mercati. Le quotazioni del gas in Europa hanno registrato forti rialzi e il petrolio è tornato sopra gli 80 dollari al barile, mentre gli operatori temono possibili interruzioni delle rotte energetiche e delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dal Golfo Persico. Un blocco anche temporaneo del traffico nello Stretto di Hormuz potrebbe amplificare ulteriormente le tensioni sui prezzi: alcune analisi stimano che una chiusura prolungata potrebbe far impennare le quotazioni del gas fino al 130% sui mercati internazionali, con effetti immediati sui costi energetici europei.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, il rischio non riguarda soltanto l’approvvigionamento diretto dal Medio Oriente, ma soprattutto l’effetto sistemico sui mercati globali dell’energia. Dopo la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina, l’Unione europea ha rafforzato la propria dipendenza dal gas naturale liquefatto e dalle rotte marittime internazionali; eventuali interruzioni nel Golfo Persico possono quindi riflettersi rapidamente sui prezzi del gas e dell’elettricità nel mercato europeo.
In questo scenario il dibattito sul Decreto Bollette assume una dimensione più ampia rispetto alla sola riduzione dei costi energetici nel breve periodo. Le audizioni parlamentari stanno progressivamente collegando il tema degli incentivi alle rinnovabili programmabili – tra cui il biogas agricolo – alla questione strategica della sicurezza energetica nazionale.
Le agroenergie rappresentano infatti una fonte rinnovabile in grado di contribuire alla stabilità del sistema elettrico, perché basata su impianti programmabili e su filiere locali di biomasse. In un contesto geopolitico segnato dall’incertezza sugli approvvigionamenti internazionali, la loro funzione non è soltanto ambientale, ma anche industriale e strategica, in quanto riduce la dipendenza da combustibili fossili importati e rafforza l’autonomia energetica dei territori rurali.