DECRETO BOLLETTE: STRETTA SUI PREZZI MINIMI DEL BIOGAS AGRICOLO
Mercoledì 18 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge che dispone misure urgenti per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas. Il decreto attualmente non è ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale ma, in base alla bozza circolata tra gli operatori e allo schema di decreto disponibile in via ufficiosa, si possono delineare con sufficiente chiarezza le principali novità per il settore delle bioenergie agricole, in particolare per gli impianti a biogas elettrico che beneficiano del meccanismo dei prezzi minimi garantiti, oggetto di una revisione strutturale destinata a incidere in modo diretto sulla sostenibilità economica delle aziende coinvolte.
Che cosa cambia in termini operativi
Il decreto introduce tre elementi di discontinuità.
Il primo riguarda la quantità di energia coperta dal prezzo minimo. I PMG (Prezzi Minimi Garantiti) non si applicheranno più a tutta la produzione annua dell’impianto, ma solo entro un numero massimo di ore per semestre. Per gli impianti asserviti a un processo produttivo agricolo o agroindustriale il limite coincide con le ore di funzionamento del ciclo produttivo; per gli altri impianti il numero di ore sarà definito e aggiornato da Terna, con l’obiettivo di garantire la flessibilità del sistema elettrico. Se la spesa prevista dovesse superare il tetto stabilito ARERA potrà ridurre ulteriormente le ore riconosciute, con applicazione dall’inizio del semestre di riferimento.
Il secondo elemento riguarda la durata del meccanismo per gli impianti a biogas di potenza superiore a 300 kW. Per questi impianti la permanenza o l’accesso ai prezzi minimi garantiti è consentita non oltre il 31 dicembre 2030 ed è subordinata all’impegno alla riconversione a biometano, secondo modalità che dovranno essere definite con un successivo decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Dopo il 2030 i PMG si applicheranno soltanto agli impianti fino a 300 kW non riconvertiti e comunque entro i limiti di spesa fissati dal provvedimento.
Il terzo elemento è il tetto finanziario nazionale. Il testo stabilisce un profilo di spesa per gli impianti a biogas pari a 110 milioni di euro per il 2026, 183 milioni per il 2027, 353 milioni per il 2028, 427 milioni per il 2029, 77 milioni per il 2030 e 40 milioni annui dal 2031 al 2037. Il GSE dovrà stimare semestralmente l’andamento dei costi; in caso di scostamenti rispetto al tendenziale, scatterà la riduzione automatica delle ore coperte dal prezzo minimo.
Semplificando: il biogas elettrico agricolo passa da un sistema di copertura potenzialmente estesa della produzione a un modello contingentato per ore e vincolato da un plafond di spesa. Per gli impianti sopra i 300 kW si aggiunge un orizzonte temporale definito, legato alla conversione a biometano.
Le proteste degli operatori
Le organizzazioni agricole e i consorzi di settore esprimono una preoccupazione convergente: la revisione dei prezzi minimi, se non corretta in sede parlamentare, rischia di comprimere in modo strutturale la redditività degli impianti agricoli.
Il presidente del Consorzio Italiano Biogas (CIB) Piero Gattoni richiama il ruolo multifunzionale degli impianti agricoli, che non sono solo siti di produzione elettrica ma strumenti di gestione sostenibile degli effluenti zootecnici, tutela del suolo e resilienza delle imprese. Il timore espresso è che la modifica del quadro regolatorio disperda investimenti avviati anche grazie al PNRR e riduca la capacità futura di produzione di biometano nazionale.
Il Consorzio Monviso Agroenergia parla di rischio per la sostenibilità economica di centinaia di impianti. Il presidente Sebastiano Villosio sostiene che “il Parlamento ora ha la responsabilità di intervenire in sede di conversione per eliminare l’obbligo di riconversione in assenza di un quadro di sostegno definito, superare il limite penalizzante alle ore di funzionamento e garantire una dotazione finanziaria coerente con il fabbisogno reale del settore”.
Coldiretti sottolinea che l’obiettivo di ridurre gli oneri in bolletta è condivisibile, ma considera la drastica riduzione della copertura dei prezzi minimi una scelta che indebolisce la produzione nazionale di biogas e, con essa, l’autonomia energetica. L’organizzazione ribadisce che i PMG non rappresentano un privilegio, bensì uno strumento di stabilità economica per impianti che svolgono una funzione ambientale e territoriale rilevante.
Confagricoltura evidenzia il rischio di chiusura di centinaia di impianti e di effetti a catena sulle aziende agrozootecniche che conferiscono reflui e biomasse. L’organizzazione chiede al Parlamento di valutare con attenzione l’impatto delle misure sui produttori di energia rinnovabile agricola, evitando che l’alleggerimento degli oneri per gli utilizzatori finali si traduca in un azzeramento dello sforzo compiuto dalle imprese primarie nella transizione ecologica.
Legacoop Agroalimentare richiama il tema della fiducia regolatoria. Le cooperative agricole hanno integrato biogas e fotovoltaico in una logica di economia circolare, valorizzando sottoprodotti e riducendo le emissioni. Secondo il presidente Cristian Maretti, una riduzione significativa della redditività degli impianti rischia di compromettere investimenti già realizzati e di scoraggiare ulteriori iniziative nella transizione energetica rurale.
Una scelta di politica energetica con effetti agricoli
Il decreto interviene in un’ottica di contenimento degli oneri generali di sistema e di riduzione della componente ASOS delle bollette elettriche. Dal punto di vista macroeconomico l’obiettivo è alleggerire il costo dell’energia per famiglie e imprese utilizzatrici.
Dal punto di vista agricolo la riforma modifica in profondità l’equilibrio economico del biogas elettrico, settore che negli ultimi quindici anni ha contribuito alla produzione di energia rinnovabile programmabile, alla gestione sostenibile dei reflui zootecnici e alla diffusione del digestato come fertilizzante organico.
Il passaggio parlamentare sarà decisivo per chiarire la portata effettiva della norma e l’eventuale introduzione di correttivi. Per i gestori di impianti agricoli la questione centrale è la stabilità dei ricavi in un contesto di forte investimento infrastrutturale e di crescente integrazione tra energia, ambiente e produzione agroalimentare.