DOSSIER ESTATE 2026 - IL RACCOLTO DEL MAIS SI DECIDE ADESSO

Fra tutte le colture erbacee praticate in Piemonte il mais rappresenta probabilmente quella nella quale è più facile cadere in un equivoco interpretativo. L'attenzione dell'agricoltore si concentra spesso sulle fasi più spettacolari del ciclo vegetativo - l'emergenza, la levata, la fioritura - perché sono i momenti nei quali la coltura manifesta cambiamenti visibili e facilmente riconoscibili. Dal punto di vista fisiologico, tuttavia, il periodo più delicato in termini produttivi coincide con le settimane successive alla fecondazione, quando la pianta è chiamata a sostenere il riempimento della granella mantenendo contemporaneamente elevata l'efficienza della propria superficie fogliare.

 

In questi giorni, nella quasi totalità degli areali maidicoli delle pianure torinese, cuneese, novarese e vercellese, la coltura ha ormai superato la fioritura ed è entrata nella fase di riempimento della granella. La fioritura può considerarsi conclusa, salvo le semine più tardive e alcuni ibridi a ciclo particolarmente lungo, e il numero delle cariossidi che ogni spiga sarà potenzialmente in grado di portare a maturazione è ormai definito. Da questo momento in avanti la produzione non dipenderà più dalla fecondazione, ma dalla capacità della coltura di alimentare in modo continuo quelle cariossidi durante tutto il periodo del loro accrescimento. La distinzione può sembrare sottile, ma rappresenta uno dei principi fondamentali della fisiologia delle colture cerealicole. La fecondazione stabilisce il potenziale produttivo; il riempimento della granella determina invece quale percentuale di quel potenziale sarà effettivamente raggiunta. Proprio in questa fase le elevate temperature e la limitata disponibilità idrica possono esercitare gli effetti economicamente più rilevanti.

 

Ogni cariosside costituisce infatti un organo di accumulo che, per completare il proprio sviluppo, richiede un apporto continuo di carboidrati prodotti attraverso la fotosintesi. La spiga, da questo punto di vista, può essere considerata un grande "centro di domanda" metabolica: ogni giorno richiama verso di sé gli zuccheri sintetizzati dalle foglie, trasformandoli progressivamente in amido e proteine di riserva. La resa finale dipende quindi dalla continuità con cui questo flusso viene alimentato.

 

È proprio qui che interviene lo stress idrico.

 

Quando la disponibilità di acqua diventa insufficiente rispetto alla domanda evaporativa dell'atmosfera la riduzione della conduttanza stomatica determina una progressiva contrazione dell'attività fotosintetica. La pianta continua naturalmente a produrre assimilati, ma in quantità inferiori rispetto alle necessità della spiga. In una prima fase questo squilibrio viene compensato attraverso la mobilizzazione delle riserve accumulate nel culmo e nelle guaine fogliari, un meccanismo fisiologico ben documentato nella letteratura sulle colture cerealicole e fondamentale per spiegare la relativa capacità del mais di superare periodi brevi di stress senza conseguenze produttive significative.

 

Quando però il deficit idrico si prolunga, la situazione cambia radicalmente. Le riserve disponibili si riducono progressivamente e la quantità di carbonio che la pianta riesce a destinare alla granella non è più sufficiente a sostenere il ritmo di accrescimento potenziale. La conseguenza non è la perdita delle cariossidi, già formate e fecondate, ma la riduzione del loro peso individuale. Dal punto di vista produttivo questa differenza è essenziale, perché spiega come una spiga apparentemente perfetta possa dare origine a una resa inferiore rispetto alle aspettative formulate al termine della fioritura.

 

Si tratta di un fenomeno che l'agricoltore difficilmente riesce a percepire osservando la coltura in pieno campo. Il numero delle file rimane invariato, l'uniformità della spiga non appare compromessa e la vegetazione può conservare ancora per diversi giorni un aspetto soddisfacente. La riduzione della produzione si costruisce infatti attraverso una lenta diminuzione della velocità con cui ciascuna cariosside accumula sostanza secca. È un processo silenzioso, ma estremamente efficace nel modificare il risultato finale della coltivazione.

 

A rendere ancora più delicata la situazione contribuisce il comportamento delle temperature notturne. Nelle ultime settimane il Piemonte ha registrato con frequenza valori minimi superiori ai 20 °C, condizioni che la climatologia definisce notti tropicali e che assumono una rilevanza particolare anche dal punto di vista fisiologico. Durante la notte la fotosintesi si interrompe completamente, mentre la respirazione continua senza soluzione di continuità. Tutti i tessuti vegetali consumano parte degli zuccheri prodotti durante il giorno per mantenere attive le proprie funzioni metaboliche. All'aumentare della temperatura aumenta anche l'intensità della respirazione e, di conseguenza, cresce la quota di assimilati che non potrà più essere destinata alla granella.

 

La moderna ecofisiologia descrive questo fenomeno attraverso il concetto di bilancio netto del carbonio. Non è sufficiente che una coltura realizzi una fotosintesi elevata; è altrettanto importante che riesca a conservare una parte consistente del carbonio fissato durante il giorno. Quando le notti rimangono persistentemente calde, questo saldo tende progressivamente a ridursi. È una perdita invisibile, che non lascia tracce immediate sulla morfologia della pianta, ma che incide direttamente sulla quantità di sostanza secca disponibile per il riempimento della granella.

 

Un secondo aspetto merita particolare attenzione. La risposta del mais allo stress non è uniforme lungo tutta la pianta. Le prime foglie a perdere efficienza sono generalmente quelle basali, meno illuminate e fisiologicamente meno attive. La loro progressiva senescenza non rappresenta semplicemente un sintomo del caldo, ma una precisa strategia di riallocazione delle risorse. La pianta concentra acqua, nutrienti e assimilati negli organi che considera prioritari per completare il ciclo riproduttivo, sacrificando progressivamente i tessuti il cui contributo fotosintetico è diventato marginale. Quando questo processo si manifesta con alcune settimane di anticipo rispetto all'andamento normale della coltura, costituisce uno degli indicatori più affidabili di un bilancio fisiologico entrato in sofferenza.

 

Da un punto di vista strettamente agronomico è importante evitare un'altra semplificazione molto diffusa: quella secondo cui ogni temporale rappresenterebbe automaticamente una soluzione al problema. Le precipitazioni che hanno interessato diverse aree del Piemonte nella giornata dell'11 luglio hanno certamente apportato benefici, soprattutto laddove gli accumuli sono risultati consistenti e l'infiltrazione dell'acqua è stata favorita da terreni ben strutturati. Sarebbe però scorretto attribuire loro un effetto risolutivo. L'acqua caduta con eventi temporaleschi intensi non viene interamente trattenuta dal suolo; una parte può essere persa per ruscellamento superficiale, una parte raggiunge rapidamente gli strati più profondi e una parte evapora nuovamente nei giorni successivi. Ciò che interessa realmente la coltura è la quota di acqua che rimane disponibile nello strato di terreno esplorato dall'apparato radicale e che può essere restituita gradualmente alla pianta durante le settimane successive.

 

Per questa ragione la valutazione dello stato della coltura non dovrebbe mai limitarsi all'osservazione immediatamente successiva a un evento piovoso. Il vero indicatore sarà l'evoluzione meteorologica della seconda metà di luglio. Se le temperature dovessero mantenersi elevate e le precipitazioni tornassero rapidamente a ridursi, il mais potrebbe rientrare in una condizione di limitazione fisiologica proprio nel momento in cui il riempimento della granella raggiungerà la massima intensità. Durante questa finestra temporale si costruisce una quota rilevante della produzione finale e, con essa, della redditività economica dell'intera coltura.

 

Dossier "L'estate 2026 nelle campagne piemontesi" - puntata 2 di 5. (Prima puntata: la fisiologia dello stress) · Domani: perché nei frutteti il caldo non fa cadere i frutti, ma ne compromette la qualità.