FAO: CRESCONO I PREZZI AGRICOLI MONDIALI, PESANO CLIMA, GEOPOLITICA E LOGISTICA

C'è un apparente paradosso al centro dei mercati agricoli di quest'estate: il mondo produce cereali in quantità storicamente elevate, eppure i prezzi mondiali salgono. È un quadro che vale la pena leggere su tre piani - mondiale, europeo e italiano - perché cause e conseguenze cambiano a seconda di dove ci si posiziona.

 

Il piano mondiale

 

Ad agosto l'indice FAO dei prezzi alimentari ha toccato 133,3 punti, +1,9% su luglio e +2,5% su base annua. Secondo l'economista capo della FAO, Maximo Torero, shock climatici, tensioni geopolitiche e interruzioni della logistica commerciale stanno convergendo nel restringere le aspettative sull'offerta, rendendo commercio aperto e flussi sicuri condizioni sempre più importanti per la stabilità dei prezzi alimentari globali. Il dato assume particolare rilievo se confrontato con le disponibilità fisiche. La produzione mondiale di cereali nel 2026 è stimata dalla FAO in 2,98 miliardi di tonnellate, il 2% in meno rispetto al record del 2025 ma comunque il secondo raccolto più elevato mai registrato. Le scorte finali sono previste a 947,2 milioni di tonnellate e il rapporto mondiale tra scorte e utilizzi al 31,6%, un livello ancora relativamente confortevole in prospettiva storica. Il rialzo dei prezzi, dunque, non riflette per ora una scarsità globale di cereali: sulle quotazioni pesa un premio per il rischio alimentato da prospettive produttive meno favorevoli in alcune aree, tensioni geopolitiche e incertezza sui flussi commerciali.

 

Sui singoli comparti il quadro si articola così. I cereali salgono del 2,2% nel mese, trainati dalla forte domanda di importazioni e dall'incertezza sui flussi commerciali critici. Il frumento cresce del 2,6% sul mese e del 15% sull'anno, tra interruzioni logistiche nel Mar Nero, rese europee compresse da caldo e siccità e svalutazione del dollaro, che rende più competitive le forniture quotate in valuta statunitense. Il mais sale del 2,5%, per il peggioramento delle rese in alcune aree statunitensi e nell'Unione europea, la domanda sostenuta di etanolo e mangimi, le difficoltà dell'export ucraino e i timori sugli input legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il riso, invece, si muove più moderatamente (+0,5%), sostenuto dagli acquisti di Paesi asiatici e africani.

 

Non tutto sale allo stesso modo, ed è un dettaglio che vale la pena sottolineare. Gli oli vegetali aumentano dell'1,1%, con palma e soia più cari per la domanda globale e i timori legati a El Niño sul Sud-est asiatico, mentre colza e girasole scendono leggermente in vista di forniture abbondanti il prossimo anno: un segnale che la fase di tensione non è uniforme né necessariamente permanente. Anche nella carne il quadro è misto: pollame, suino e ovino salgono, con il caldo che ha rallentato la crescita dei suini europei, mentre i prezzi internazionali della carne bovina scendono, perché le quote d'importazione cinesi hanno intensificato la concorrenza tra Brasile e Australia nella ricerca di mercati alternativi. Il lattiero-caseario cresce del 2,3% per il calo delle forniture di latte europeo dopo l'estate calda, mentre lo zucchero segna il rialzo più marcato (+11,9%), tra rese della barbabietola in calo nell'Unione europea, rischi climatici in Asia, minore produzione brasiliana e nuova apertura indiana alle importazioni di zucchero grezzo senza dazi.

 

Il piano italiano

 

L'Italia arriva a questa fase con un'asimmetria strutturale: per mais e frumento presenta un forte deficit produttivo rispetto al fabbisogno interno, mentre per riso e alcune produzioni di qualità mantiene una forte vocazione esportatrice. Nel 2025, secondo Istat, le importazioni italiane di mais hanno raggiunto circa 70 milioni di quintali, contro una produzione nazionale inferiore a 55 milioni. Per il frumento le importazioni sono state circa 97 milioni di quintali, a fronte di una produzione nazionale intorno a 59,5 milioni. L'impatto del rialzo internazionale varia quindi sensibilmente tra filiere importatrici ed esportatrici e in funzione della capacità delle quotazioni internazionali di trasferirsi sui prezzi all'origine.

 

Criticità e punti di forza

 

Per le filiere zootecniche e mangimistiche maggiormente dipendenti dall'estero, il rincaro delle materie prime aumenta le criticità sui costi di produzione. Anche la volatilità ha un costo: rende più difficile programmare gli acquisti e penalizza soprattutto le imprese meno attrezzate nella gestione del rischio, anche se l'effetto finale dipende da contratti di fornitura, scorte disponibili, formulazione delle razioni, cambio euro-dollaro e capacità di trasferire gli aumenti lungo la filiera. Per le filiere esportatrici e per le produzioni di qualità certificata lo stesso contesto può invece creare opportunità di valorizzazione commerciale e rafforzare l'interesse verso contratti di filiera pluriennali. Il caso degli oli vegetali e della carne bovina, in controtendenza rispetto ad altri comparti, ricorda però che il rialzo va letto mercato per mercato, evitando di interpretarlo come un fenomeno uniforme.

 

Le prospettive

 

Per l'imprenditore agricolo diventa più importante rafforzare le coperture contrattuali sulle vendite e sugli input; per i tecnici, la logistica assume un peso crescente accanto alla produttività agronomica nella gestione del rischio; sul piano economico, l'agosto 2026 mostra con particolare chiarezza come, in un mercato globale interconnesso, il prezzo possa incorporare il rischio prima che si manifesti una vera scarsità fisica. La situazione delle scorte mondiali suggerisce infatti che il problema, almeno per ora, non è la mancanza complessiva di cereali. È la crescente incertezza su quanto costerà produrli, trasportarli e renderli disponibili dove servono. Ed è su questa variabile che agricoltori, industria alimentare e filiere zootecniche dovranno misurare una parte crescente della propria capacità di programmazione.