GRANO DURO, LA SFIDA DELL'IMPORT RACCONTATA DAI PREZZI: CHE COSA DICONO DAVVERO I NUMERI



Il Sole 24 Ore ha pubblicato ieri due interventi che, da angolazioni opposte, affrontano lo stesso nodo: la dipendenza strutturale dell'Italia dalle importazioni di frumento duro. Da una parte Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti, difende la campagna del Ministero dell'agricoltura e della sovranità alimentare sulla lettura dell'etichetta e chiede più trasparenza sull'origine del grano nella pasta venduta come "100% made in Italy". Dall'altra Vincenzo Martinelli, presidente di Italmopa - l'Associazione Industriali Mugnai d'Italia - ribalta la prospettiva: senza il ricorso all'import, sostiene, l'industria molitoria e pastaria italiana non potrebbe semplicemente produrre a sufficienza. Sono due letture legittime di uno stesso squilibrio, che i dati di mercato più recenti aiutano a inquadrare con maggiore precisione.

 

Il deficit strutturale, in numeri

 

Martinelli parte da un dato che le rilevazioni ufficiali confermano: sulla base delle rilevazioni Istat, indica per il decennio 2017-2026 una produzione italiana di grano duro mediamente inferiore a 3,9 milioni di tonnellate, a fronte di una domanda dell'industria di trasformazione stabilmente sopra i 6 milioni di tonnellate l'anno. Un divario alimentato anche dal successo dell'export pastario: l'Italia colloca all'estero il 60% della propria produzione di pasta, pari a 2,5 milioni di tonnellate che corrispondono a 3,5 milioni di tonnellate di grano. I dati del Centro Studi di Confagricoltura confermano la tendenza di lungo periodo: tra il 2012 e il 2025 il tasso di autoapprovvigionamento italiano è sceso dal 78% al 56,5%, mentre le superfici coltivate a grano duro si sono ridotte del 10%. Per tornare all'autosufficienza servirebbero, secondo le stime dell'organizzazione, oltre 880mila ettari aggiuntivi rispetto a quelli oggi coltivati.


Sul fronte produttivo il 2026 non inverte la tendenza in modo risolutivo: Italmopa stima un raccolto di circa 4,1 milioni di tonnellate, in calo del 6% sul 2025 ma superiore del 5,5% alla media dell'ultimo quinquennio. Sul fronte degli scambi con l'estero, i primi quattro mesi del 2026 mostrano invece una flessione: le importazioni di grano duro sono scese a 982.840 tonnellate, contro 1.074.345 tonnellate nello stesso periodo del 2025, con una riduzione di circa 91.500 tonnellate e di 78,6 milioni di euro in valore.

 

Che cosa dicono i prezzi

 

È sul fronte dei prezzi che la fotografia si fa più cruda per i cerealicoltori. A fine agosto la Commissione Unica Nazionale (Cun) Grano duro indicava per il “Fino” del Centro Italia 260-265 euro/t. Le rilevazioni Ismea sulla piazza di Milano collocavano invece il “Fino” a 267,50 euro/t e il “Buono mercantile” a 258,50 euro/t. Valori che restano sensibilmente inferiori ai picchi registrati nelle campagne precedenti. Il confronto con le campagne precedenti restituisce una traiettoria discendente netta. All'apertura del raccolto 2024 il grano duro fino quotava a Foggia 337-342 euro/t; un anno dopo, all'esordio del raccolto 2025, i valori erano già scesi a 300-305 euro/t, per poi cedere ulteriormente fino a 299,50 euro/t entro fine luglio. Ancora più marcato il calo se si guarda al 2023: nell'agosto di quell'anno il grano duro nazionale aveva toccato punte di 420-425 euro/t a Bologna, mentre il prodotto estero non comunitario sulla piazza di Milano aveva raggiunto 497-512 euro/t.


Anche i prezzi che hanno preceduto l'attuale campagna erano già ai minimi pluriennali: secondo le analisi di mercato disponibili a gennaio 2026, la campagna 2025/26 si è chiusa in media un 25% sotto la media delle cinque campagne precedenti, sui livelli più bassi dell'ultimo periodo. Il confronto con i costi di produzione rende ancora più evidente la pressione sui margini. Nel monitoraggio relativo al raccolto 2025 Ismea stima per il grano duro un costo medio di circa 302 euro/t nell'Italia centro-settentrionale e di 318 euro/t nell'Italia centro-meridionale e in Sicilia. Con quotazioni che a fine agosto si collocavano in diverse piazze sotto i 270 euro/t, il differenziale rispetto ai costi medi resta quindi negativo.

 

La cornice internazionale

 

Nel confronto internazionale l'Italia occupa una posizione per certi versi paradossale, ma non nuova: è il primo produttore di grano duro in ambito europeo e, insieme, per necessità strutturale, tra i maggiori importatori mondiali. È soprattutto il primo Paese al mondo per produzione ed export di pasta, con un fatturato di settore stimato intorno ai 7 miliardi di euro nel 2025 e un valore dell'export pari a 4,1 miliardi nel 2024. Una leadership che, come ricorda Martinelli, si regge su un know-how di selezione e trasformazione della materia prima riconosciuto a livello globale, ma che resta esposta all'andamento dei mercati internazionali del grano - dal Nord America al Mar Nero - su cui l'Italia non ha alcuna leva diretta.

 

Una lettura equilibrata

 

I due interventi pubblicati da Il Sole 24 Ore non sono, in fondo, così inconciliabili come potrebbero apparire. Il dato dell'insufficienza strutturale della produzione nazionale, richiamato da Italmopa, è confermato dalle statistiche Istat e Ismea; la richiesta di trasparenza in etichetta avanzata da Coldiretti non contraddice questo dato, ma ne chiede una lettura più informata da parte del consumatore. Il vero terreno di confronto, semmai, è quello indicato indirettamente da entrambi gli autori: la redditività degli agricoltori italiani, oggi erosa da prezzi ai minimi pluriennali e da costi di produzione in crescita, che nessuna etichetta, da sola, può riequilibrare.