GRANO DURO, PREZZI ANCORA IN CALO: CONFAGRICOLTURA CHIEDE UN FONDO STRAORDINARIO

Il raccolto 2026 è ormai alle spalle, ma la pressione sui prezzi non si allenta. Con quotazioni ferme intorno ai 260 euro a tonnellata, costi di produzione elevati e margini sempre più ridotti, la cerealicoltura italiana del grano duro continua a vivere una fase di forte difficoltà. Le ultime rilevazioni Ismea confermano un mercato in forte difficoltà, mentre Confagricoltura chiede al Governo un fondo straordinario per sostenere le imprese e rafforzare i contratti di filiera.

 

Una crisi che si ripete, non un episodio isolato

 

Alla vigilia del tavolo convocato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) sulla crisi del comparto, Confagricoltura ha rilanciato la richiesta di un fondo straordinario dedicato, sottolineando come molte aziende producano ormai in perdita e debbano affrontare costi di produzione aumentati del 10,5% nell’ultimo anno. La confederazione ritiene necessario affiancare al sostegno economico un rafforzamento dei contratti tra produttori e trasformatori, concentrando gli incentivi sugli agricoltori.


La richiesta si inserisce in un quadro già denunciato dalle organizzazioni territoriali delle principali regioni cerealicole, che da tempo sollecitano una strategia di filiera capace di redistribuire più equamente il valore lungo la catena produttiva. Il rafforzamento delle relazioni tra produzione, stoccaggio, trasformazione e distribuzione, insieme allo sviluppo delle Organizzazioni di produttori e delle cooperative, viene indicato come uno degli strumenti principali per recuperare potere contrattuale e stabilità di reddito.

Secondo Confagricoltura la Commissione Unica Nazionale (Cun) non può sostituire gli strumenti di politica di filiera: il suo compito è rilevare e rendere trasparenti le quotazioni di mercato, non garantire prezzi remunerativi ai produttori.

 

Il fondo che già esiste e la proposta di rafforzarlo

 

Un Fondo Grano Duro è già operativo. Istituito con il decreto ministeriale del 12 settembre 2022 e rifinanziato negli anni successivi, per la campagna 2026 è disciplinato dalle Istruzioni operative n. 47 emanate da Agea il 19 maggio scorso. La misura riconosce un aiuto in regime de minimis fino a 100 euro per ettaro, nel limite massimo di 50 ettari aziendali, a favore dei produttori che sottoscrivono contratti di filiera e impiegano sementi certificate, nel rispetto di specifici requisiti qualitativi e di tracciabilità. Proprio su questo impianto interviene la proposta avanzata da Confagricoltura. L’organizzazione chiede l’istituzione di un fondo straordinario dedicato, l’eliminazione del vincolo del de minimis, il superamento del limite dei 50 ettari ammissibili a contributo e una concentrazione degli incentivi economici a favore degli agricoltori, senza estenderli all’industria di trasformazione. Propone inoltre di riservare il sostegno ai contratti di filiera destinati alla produzione di semole e pasta ottenute con grano duro 100% italiano. 

 

Produzione in crescita, ma non basta a sostenere i prezzi

 

L’aumento della produzione nazionale non è bastato a invertire la tendenza dei listini. Secondo le stime di Italmopa il raccolto 2026 dovrebbe superare i 4 milioni di tonnellate, con la Puglia che torna oltre il milione di tonnellate, il livello più elevato dell’ultimo decennio, seguita da Sicilia, Marche ed Emilia-Romagna. La campagna segna un recupero produttivo rispetto alle annate condizionate dalla siccità, pur con una riduzione del contenuto proteico in alcune aree di coltivazione. A incidere sul mercato contribuisce anche la dinamica delle importazioni. Secondo Anacer nel 2025 gli acquisti italiani di grano duro dall’estero hanno raggiunto quasi 3 milioni di tonnellate, con un incremento dell’8,76% rispetto all’anno precedente, mentre il valore complessivo delle importazioni è diminuito di oltre 33 milioni di euro, riflettendo il calo delle quotazioni internazionali. L’incremento dei volumi importati risponde anche alle esigenze dell’industria molitoria e pastaria, che integra diverse origini in funzione delle caratteristiche qualitative richieste, ma conferma la forte esposizione del mercato nazionale agli equilibri internazionali.

 

Che cosa serve davvero alla filiera

 

Per Confagricoltura il sostegno economico deve accompagnarsi a una revisione di alcuni strumenti strutturali della filiera. Tra le proposte figurano una revisione dell’etichettatura della pasta per valorizzare maggiormente il grano nazionale, l’innalzamento dal 50% al 75% della quota minima di frumento duro italiano necessaria per utilizzare la dicitura “grano italiano” più UE o Extra UE e misure per sostenere la liquidità delle imprese agricole, attraverso cambiali agrarie Ismea, contributi a fondo perduto e la sospensione temporanea delle rate dei finanziamenti. 

 

Senza un riequilibrio della catena del valore, il grano duro rischia di perdere superfici coltivate, investimenti e capacità produttiva proprio nelle aree dove rappresenta una coltura strategica. Un eventuale fondo straordinario potrebbe attenuare gli effetti della crisi nel breve periodo, ma la competitività del comparto dipenderà soprattutto dal rafforzamento dei contratti di filiera, da una maggiore aggregazione dell’offerta e dalla capacità di valorizzare economicamente il grano duro italiano lungo tutta la catena produttiva.