IL CANTO DELLE CICALE
Ci sono suoni che non si dimenticano. Restano in un angolo della memoria e poi di colpo riemergono quando la vita ci riporta in luoghi che ci ricordano i posti dove siamo stati bambini. Ascoltare le cicale è un’esperienza che ci riconnette con la terra e con un tempo più semplice. Forse è questo che rende quel suono così prezioso: ci ricorda chi siamo e da dove veniamo. Vivo in una zona dove alberi e siepi sembrano trattenere il calore del sole, e da metà giugno le cicale hanno ripreso a cantare con una costanza che ha un sapore antico. Il loro frinire accompagna le ore chiare, dal mattino fino al tramonto, interrompendosi solo quando cala la notte. È un suono che riempie l’aria e scandisce un tempo quasi immobile, che ricorda le mie estati dell’infanzia. Allora abitavo in un paese di campagna e il canto delle cicale era la colonna sonora dei pomeriggi lenti.
Dal punto di vista tecnico il canto nasce da un organo chiamato timbale, una membrana vibrante situata nell’addome dei maschi. Si attiva solo quando l’aria raggiunge temperature elevate: servono almeno 22 gradi, meglio se sopra i 25, e l’assenza di pioggia. Per questo motivo il canto delle cicale si sente solo d’estate e quasi sempre in zone con piante e vegetazione. Quando le temperature massime si stabilizzano sui 28-30 gradi, con un clima secco e poco vento si creano le condizioni perfette perché le cicale si facciano sentire senza sosta; se l’umidità sale troppo o se le temperature superano i 37 - 38 gradi il canto si disattiva.
È curioso osservare come reagiscono ai rumori. Quando passa un trattore o un aereo interrompono il canto per qualche minuto, come se quel rumore rompesse un equilibrio fragile. Poi, appena torna il silenzio, riprendono tutte insieme, in un coro più forte di prima.
Alla sera, quando il buio si posa sulla campagna e le temperature si abbassano, smettono di frinire di colpo e iniziano i grilli, in una sequenza che si ripete uguale da generazioni.