INCENDI BOSCHIVI, FINISCE L’ALLERTA IN PIEMONTE MA L’ESTATE LASCIA IL CONTO ALLE FORESTE

Cessa lo stato di massima pericolosità. Dal 1° giugno a metà agosto i Carabinieri forestali sono intervenuti su 129 incendi, contro 35 nello stesso periodo del 2025. Diciotto roghi sono stati attribuiti ai fulmini. Il fuoco colpisce un patrimonio produttivo: quasi un milione di ettari di foreste piemontesi, sui quali si esercita un’attività agricola, la selvicoltura, che richiede anni e spesso decenni per ricostituire ciò che un incendio può distruggere in poche ore.

 

Da oggi, venerdì 11 settembre, in Piemonte cessa lo stato di massima pericolosità per gli incendi boschivi. Le condizioni meteorologiche e vegetazionali consentono alla Regione di revocare il regime straordinario introdotto l’8 luglio, ma il bilancio dell’estate 2026 è pesante. Dal 1° giugno al 13 agosto i Carabinieri forestali hanno effettuato 129 interventi per incendi, contro appena 35 nello stesso periodo dello scorso anno. E accanto agli incendi di origine antropica emerge un dato particolare: 18 eventi sono stati attribuiti ai fulmini, contro soltanto due nel 2025.

 

La cessazione dello stato di massima pericolosità è stata disposta dalla Regione Piemonte con la Determinazione dirigenziale n. 1725 del 9 settembre, sulla base delle valutazioni del Centro funzionale regionale di Arpa Piemonte e del Settore Protezione civile. Vengono così meno gli specifici divieti connessi a questa fase di rischio, compresi quelli riguardanti l’accensione di fuochi e fuochi pirotecnici entro cento metri dai terreni boscati, arbustivi e pascolivi. Restano naturalmente in vigore le altre disposizioni previste dalla normativa e, per alcune pratiche agricole, i vincoli legati anche alla tutela della qualità dell’aria.

 

«Il miglioramento delle condizioni sul territorio regionale ci consente di chiudere lo stato di massima pericolosità», ha spiegato l’assessore regionale alla Protezione civile Marco Gabusi, richiamando comunque alla prudenza e al rispetto delle prescrizioni vigenti. Lo stato di massima pericolosità era stato dichiarato sull’intero territorio piemontese a partire dall’8 luglio.

 

Un’estate con quasi quattro volte gli interventi del 2025

 

Il dato dei Carabinieri forestali permette di misurare la pressione esercitata dagli incendi sul territorio. I 129 interventi registrati in Piemonte tra il 1° giugno e il 13 agosto sono 3,7 volte i 35 dello stesso periodo del 2025. Si tratta di interventi e attività investigative e non della quantificazione definitiva delle superfici percorse dal fuoco, che richiede le successive perimetrazioni.

 

L'attività di controllo ha portato, nello stesso periodo, a 20 denunce per incendio boschivo e a 32 sanzioni amministrative per accensioni pericolose. Imprudenza, uso scorretto del fuoco e comportamenti dolosi continuano quindi a pesare sulla statistica degli incendi. Ma l'estate piemontese del 2026 richiama l'attenzione anche sull'altra origine possibile del fuoco: quella naturale.

 

Sono infatti 18 gli incendi attribuiti ai fulmini, rispetto ai due registrati nel 2025. Tra gli episodi più rilevanti ricondotti a cause naturali figurano quelli di Premosello Chiovenda, nel Verbano, di Valprato Soana nel Parco nazionale del Gran Paradiso, del Monte Barone e di Mornese. La combinazione tra vegetazione asciutta, periodi caldi e temporali può trasformare una scarica elettrica in un innesco capace di propagarsi rapidamente, soprattutto nelle zone montane difficilmente raggiungibili.

Gli incendi originati dai fulmini sono cresciuti nettamente e affiancano una componente antropica sulla quale continuano a concentrarsi prevenzione, controlli e indagini.

 

Quasi un milione di ettari di bosco: il capitale forestale del Piemonte

 

La dimensione del problema emerge ancora meglio osservando il patrimonio sul quale gli incendi intervengono. Secondo la Carta forestale regionale, aggiornata al 2025, il Piemonte dispone di 987.175 ettari di superficie forestale, pari al 38,9% dell'intero territorio regionale. Dal secondo dopoguerra l'estensione del bosco è quasi raddoppiata, soprattutto per la colonizzazione spontanea dei terreni agricoli e pastorali abbandonati e, in misura minore, attraverso rimboschimenti.

Un patrimonio che svolge contemporaneamente funzioni produttive, ambientali e territoriali. Produce legname e prodotti forestali non legnosi, immagazzina carbonio, protegge i versanti, regola il ciclo dell'acqua, limita erosione e dissesto, ospita biodiversità e contribuisce alla qualità del paesaggio e all'economia delle aree montane.

 

L'incendio può compromettere contemporaneamente molte di queste funzioni. ISPRA sottolinea come il fuoco lasci effetti sugli ecosistemi forestali e come la gravità del danno dipenda dalla tipologia di bosco, dall'intensità e dalla durata dell'incendio. Nei casi più severi la conseguenza non è soltanto la perdita della vegetazione presente: occorre recuperare stabilità del soprassuolo, capacità protettiva e produttiva e, nei siti più delicati, mettere in sicurezza il territorio.

 

A livello nazionale il monitoraggio satellitare ISPRA aveva individuato, dal 1° gennaio al 28 luglio 2026, oltre 1.070 grandi incendi e circa 741 chilometri quadrati di territorio percorso dal fuoco. Quasi il 14% della superficie bruciata era costituito da ecosistemi forestali. Ma il danno investiva direttamente anche l'agricoltura: 119 chilometri quadrati, circa 11.900 ettari, riguardavano aree agricole e altri 451 chilometri quadrati aree prative permanenti.

 

Quando prende fuoco un bosco brucia anche un'attività agricola

 

È un aspetto spesso lasciato sullo sfondo nella cronaca degli incendi. Il bosco non è soltanto patrimonio ambientale: è anche superficie produttiva e luogo di esercizio di un’attività che l’ordinamento italiano qualifica espressamente come agricola.

L’articolo 2135 del Codice civile comprende infatti la selvicoltura tra le attività proprie dell’imprenditore agricolo, insieme alla coltivazione del fondo e all’allevamento di animali. La norma precisa inoltre che per selvicoltura si intendono le attività rivolte alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico, o di una sua fase necessaria, che utilizzano o possono utilizzare il bosco. Rientrano tra le attività connesse anche la trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti ottenuti prevalentemente dal bosco e le attività di valorizzazione del patrimonio forestale.

 

Quando un incendio distrugge un bosco produttivo o gestito, quindi, il danno non riguarda soltanto l’ambiente e il paesaggio: colpisce direttamente un’attività agricola e il capitale produttivo sul quale essa si esercita. La selvicoltura comprende la coltivazione, la cura e l’utilizzazione del bosco secondo cicli produttivi molto più lunghi rispetto alla maggior parte delle colture agrarie. Per il proprietario o per l’impresa forestale un incendio può tradursi nella perdita del soprassuolo, nel deprezzamento del legname, nell’interruzione dei programmi di utilizzazione, in nuovi costi di messa in sicurezza e in mancati redditi destinati a protrarsi per anni o decenni.

 

In Piemonte l'attività forestale ha dimensioni tutt'altro che marginali. Tra il 2011 e il 2025 sono stati interessati dai tagli mediamente oltre 3.755 ettari l'anno, per più di 52.500 ettari complessivi, con oltre 60.800 istanze presentate nel periodo. Dietro il bosco esiste quindi un'attività economica diffusa, composta da proprietari, imprese forestali, operatori, tecnici e filiere del legno.

 

 

Si distrugge in poche ore, per ricostituire servono anni

 

La differenza rispetto a molte produzioni agricole annuali è soprattutto temporale. Un seminativo colpito da un evento calamitoso può, quando le condizioni lo consentono, essere nuovamente coltivato nella stagione successiva. Il ciclo produttivo del bosco si misura invece in decenni.

 

Dopo un incendio severo non basta ripiantare alberi per ricostituire immediatamente la foresta. La Regione Piemonte prevede valutazioni specifiche della severità del danno, interventi selvicolturali, eventuale raccolta del legname compromesso e opere per la sicurezza idrogeologica. Il rimboschimento artificiale, inoltre, non costituisce automaticamente la soluzione migliore: in molti casi viene privilegiata la rinnovazione naturale, mentre l'impianto diventa prioritario dove la capacità di autorigenerazione è insufficiente o dove occorre ripristinare rapidamente particolari servizi ecosistemici, per esempio la protezione dei versanti.

 

Anche quando il bosco riesce a rinnovarsi spontaneamente, la Regione avverte che

prodotti e servizi possono venire a mancare per un periodo variabile. Nei popolamenti gravemente danneggiati devono inoltre essere rivisti i programmi selvicolturali e gli obiettivi dei Piani forestali aziendali.

È qui che il costo degli incendi assume una dimensione agricola ed economica particolarmente rilevante. Alla perdita immediata di biomassa si aggiunge il mancato reddito futuro, mentre la ricostituzione del capitale forestale procede secondo tempi biologici che nessun investimento può comprimere oltre determinati limiti.

 

Gestire il bosco significa anche prevenire

 

La prevenzione degli incendi è del resto parte integrante della gestione forestale. Lo stabilisce espressamente il Testo unico nazionale, che inserisce gli interventi di prevenzione tra le attività di gestione forestale.

Una selvicoltura attiva significa programmare tagli e cure colturali, mantenere accessibile la viabilità forestale, governare i soprassuoli e intervenire sulla loro struttura quando necessario. Non elimina il rischio, soprattutto di fronte a eventi meteorologici estremi o a inneschi naturali come quelli provocati dai fulmini, ma aumenta la capacità di conoscere, presidiare e gestire il territorio.

 

La stessa definizione normativa di gestione forestale sostenibile lega infatti le azioni selvicolturali al mantenimento nel tempo della biodiversità, della produttività, della capacità di rinnovazione e della vitalità delle foreste, insieme alle loro funzioni ecologiche, economiche e sociali.

 

La fine dello stato di massima pericolosità chiude quindi una fase dell'estate piemontese, non il problema degli incendi. Il bilancio definitivo arriverà con la perimetrazione delle superfici percorse dal fuoco e con l'aggiornamento dei catasti comunali. I dati già disponibili indicano però una stagione molto più impegnativa del 2025 e ricordano che ogni ettaro di bosco distrutto è contemporaneamente una perdita ambientale, territoriale e agricola.

 

In Piemonte, dove quasi quattro ettari su dieci sono coperti da foreste, proteggere e coltivare il bosco significa anche proteggere una componente rilevante dell'economia delle aree rurali e montane. Il fuoco consuma in poche ore un capitale naturale e produttivo che la selvicoltura costruisce e mantiene nell'arco di generazioni.