INFLAZIONE SENZA REDDITO: IL CARRELLO DELLA SPESA SALE, IL CAMPO PAGA IL CONTO
“Se la spesa costa di più qualcuno ci avrà pur guadagnato!”
Al bar il ragionamento fila, ma i numeri di fine settembre dicono che tra lo scontrino e il campo il legame è tutt’altro che automatico.
Partiamo dal banco. Il 30 settembre l’Istat ha stimato per settembre un’inflazione al 4,2% su base annua, contro il 3,3% di agosto e l’1,6% di dodici mesi fa. A spingere non è il cibo ma l’energia: i beni energetici sono a +22,3% (17,1% ad agosto), con il gas del mercato tutelato a +47,2% e il gasolio per autotrazione a +34,9%. L’alimentare nel complesso sale dell’1,8% (1% ad agosto) e viaggia a due velocità. I non lavorati, cioè carne e pesce freschi, frutta e verdura, accelerano al +5,5% (erano +3,8%), trainati dagli ortaggi (+8,4%).
I lavorati segnano una lieve flessione (-0,3%). Il carrello della spesa è a +1,7%, contro lo 0,9% di agosto e il 3,1% di un anno fa. Va ricordato che i non lavorati partono da una base già alta: nel settembre 2025 erano al +4,8%.
Il quadro mondiale, intanto, non è affatto di ribasso. L’indice FAO dei prezzi alimentari ha toccato in agosto 133,3 punti (+2,5% sull’anno), mentre l’indice dei prezzi dei cereali ha raggiunto il livello più alto da maggio 2024 e il frumento sui mercati internazionali è salito del 15,0% sull’anno. Eppure, sempre ad agosto, il frumento duro fino è stato pagato in azienda 249,10 euro a tonnellata (-10,5% sull’anno) e il tenero fino il 4,3% in meno (Ismea). Il rialzo globale, almeno fino ad agosto, non era arrivato nelle aziende agricole italiane.
In Europa la fotografia di Eurostat sul secondo trimestre evidenzia che i prezzi agricoli alla produzione calano del 5,8% rispetto al secondo trimestre 2025, terzo ribasso trimestrale consecutivo, con il latte a -16,6% e i cereali a -5,6%. I mezzi di produzione crescono invece del 4,7%, con energia e lubrificanti a +22,0% e fertilizzanti a +13,4%. L’aumento dei costi riguarda tutti gli Stati membri.
L’Italia segue lo stesso copione. L’ultimo dato Ismea disponibile, quello di agosto, indica prezzi all’origine in calo dell’8,2% sull’anno: -6,7% per le colture, -9,3% per i cereali (con il riso a -27,2%), -16,6% per la frutta. Nello stesso mese i costi di produzione salgono del 2,5% in generale e dell’8,4% per le sole coltivazioni. Pesano i carburanti (+40,2% in dodici mesi, +4,5% nel solo mese) e i fertilizzanti (+11,8%). Fa da cuscinetto il mangime (-0,3%), che protegge in parte la zootecnia.
Mettendo a confronto i due indici Ismea (un’elaborazione nostra, non un indicatore ufficiale) emerge un peggioramento del rapporto tra prezzi agricoli all’origine e prezzi dei mezzi di produzione: circa il 10% per l’insieme dell’agricoltura e il 14% per le colture. Per la frutta, con prezzi a -16,6% e costi a +6,4%, la forbice sfiora il 22%.
Tra prezzi al consumo e all’origine non c’è dunque alcun automatismo, e i numeri lo mostrano in entrambe le direzioni. Lo scollamento è più evidente nella frutta: -16,6% all’origine in agosto, +0,6% al consumo in settembre, sempre sull’anno. Per cereali e riso il crollo dei prezzi in campo non si vede sugli scaffali dei trasformati, fermi a -0,3%. Qui occorre però considerare che nel prezzo finale di pane, pasta o riso lavorato la materia prima agricola è spesso una quota minoritaria, mentre energia, trasporti, lavoro e logistica, cioè le voci in rialzo, incidono molto.
Gli ortaggi, infine, mostrano che il meccanismo può anche funzionare in direzione opposta: ad agosto i prezzi all’origine sono +15,0% sull’anno (lattuga +87,8%, carote +36,1%), più dei costi del comparto (+6,1%). È un sollievo reale, ma con una forte componente stagionale (+14,6% sul solo mese di luglio) e dunque poco assimilabile a un recupero strutturale di reddito.
Su questo scarto tra banco e campo si è aperta, a inizio anno, l’indagine conoscitiva IC58 dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), l’Antitrust. Deliberata il 16 dicembre 2025 e resa nota il 14 gennaio 2026, parte da un dato: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi alimentari sono cresciuti del 24,9%, quasi otto punti più dell’indice generale (+17,3%). L’Autorità punta a verificare come viene distribuito il valore lungo la filiera e richiama il “forte squilibrio di potere contrattuale” a sfavore degli agricoltori, in un sistema caratterizzato da una base produttiva frammentata e da una distribuzione sempre più concentrata. Sotto osservazione ci sono anche le modalità con cui la GDO trasferisce sui prezzi finali le oscillazioni dei costi e gli eventuali risparmi ottenuti negli acquisti. Il termine di chiusura dell’indagine è fissato al 31 dicembre 2026.
Un parametro normativo esiste già. Il D.lgs. 198/2021, che ha recepito la direttiva UE sulle pratiche commerciali sleali, include tra le pratiche vietate la vendita di prodotti agricoli e alimentari a prezzi palesemente al di sotto dei costi di produzione. L’Ismea monitora i costi medi delle diverse filiere, che costituiscono un riferimento per l’applicazione della disciplina. Quegli indici, quindi, non servono soltanto a fotografare il mercato, ma assumono rilievo anche nei rapporti commerciali.
Il succo è che l’inflazione di settembre è in larga parte un’inflazione da energia e l’agricoltura rischia di subirla due volte: quando compra gasolio, energia e fertilizzanti e quando vende i propri prodotti senza riuscire necessariamente a trasferire a valle l’aumento dei costi.
Il consumatore vede crescere lo scontrino e può pensare che quei soldi risalgano lungo la filiera fino a chi produce. I numeri dicono che non funziona necessariamente così. Tra il prezzo pagato alla cassa e quello riconosciuto all’agricoltore ci sono trasformazione, trasporti, logistica e distribuzione, ma c’è soprattutto una questione di ripartizione del valore.
È questa, più ancora dell’inflazione alimentare presa da sola, la domanda da tenere aperta: quando il consumatore paga di più, quanta parte di quell’aumento arriva davvero a chi produce il cibo? L’indagine dell’Antitrust, attesa entro fine anno, dovrebbe aiutarci a dare una risposta meno da bar e un po’ più documentata.