ISTAT: VENT'ANNI DI AGRICOLTURA ITALIANA, TRA CONTRAZIONI STRUTTURALI E NUOVE SPECIALIZZAZIONI

Mais, frumento e gran parte della frutticoltura arretrano, mentre crescono soia, colture foraggere e produzione di latte. In vent'anni l'agricoltura italiana ha ridotto superfici e produzioni in alcune delle filiere più estese, aumentando allo stesso tempo la specializzazione in comparti nei quali mantiene un peso rilevante nell'Unione europea. È il quadro tracciato dall'Istat nel report “Produzioni agricole e zootecniche - Anno 2025”, pubblicato il 4 settembre, che analizza l'evoluzione di coltivazioni e allevamenti dal 2006 al 2025 nel nuovo quadro statistico definito dal Regolamento (UE) 2022/2379 sulle statistiche degli input e degli output agricoli (SAIO).


Nel complesso le 18 principali specie seminative considerate dall'Istat occupano nel 2025 il 35,7% della superficie agricola in produzione, 13,7 punti percentuali in meno rispetto al 2006. Dietro questa contrazione emergono tuttavia dinamiche molto diverse tra colture, territori e filiere.

 

Il posizionamento europeo

 

L'Italia rappresenta l'8,7% della superficie agricola utilizzata dell'Unione europea, quinta dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Il dato più significativo riguarda però la specializzazione produttiva: l'Italia concentra il 75,2% della produzione Ue di nocciole, il 52,8% di riso, il 43,2% di frumento duro, il 42,1% di pomodoro in piena aria, il 37,9% di soia, il 33,2% di uva e il 30,5% di arance. Per le mele la quota è del 20,4%. Il confronto europeo evidenzia quindi una forte specializzazione dell'agricoltura italiana in alcune filiere nelle quali il Paese concentra quote molto elevate della produzione dell'Unione.

 

I cereali: superfici in contrazione, cresce la soia

 

Tra il 2006 e il 2025 le principali colture cerealicole perdono terreno. Il mais registra una riduzione del 51,2% delle superfici e del 42,7% della produzione, mentre la resa aumenta del 17,4%, indicando una progressiva concentrazione produttiva nelle aree più vocate. Per il frumento duro la superficie diminuisce del 15,5% e la produzione del 9,3%, con una resa in aumento del 7,4%. Nel frumento tenero, invece, il calo della produzione (-21,4%) supera quello delle superfici (-12,3%), mentre la resa diminuisce del 10,4%.


Tra le contrazioni più marcate del ventennio figurano anche la barbabietola da zucchero, con una produzione ridotta dell'80,8%, l'avena (-43,4%) e l'orzo (-34,9%). In direzione opposta si muovono la soia, con una crescita del 94,6% della produzione e del 69,1% della superficie, e gli erbai monofiti, la cui produzione aumenta del 97,1%. Istat collega l'espansione della soia alla crescente domanda di proteine vegetali destinate all'alimentazione animale e alle strategie europee orientate alla riduzione della dipendenza dalle importazioni di materie prime proteiche.


Aumenta il peso degli approvvigionamenti esteri. Nel 2025 l'Italia ha importato circa 97 milioni di quintali di frumento, a fronte di una produzione nazionale di circa 59,5 milioni, mentre per il mais le importazioni hanno raggiunto 70 milioni di quintali contro una produzione inferiore a 55 milioni. Per il mais, in particolare, le importazioni hanno superato per la prima volta la produzione nazionale nel 2019 e la situazione si è consolidata dal 2022.

 

Frutta: produzione in calo per 11 specie su 14

 

La contrazione interessa gran parte della frutticoltura. Tra le 14 specie analizzate da Istat, 11 registrano una diminuzione della produzione tra il 2006 e il 2025. I cali più rilevanti riguardano pera (-60,6%), nettarina (-43,5%), pesca (-31,9%) e nocciola (-30,3%).

In controtendenza crescono clementina (+20,3%), kiwi (+17,8%) e mela (+13,2%). Quest'ultima registra contemporaneamente una riduzione del 10,6% della superficie e un incremento del 26,7% della resa, passata da 345,6 a 437,8 quintali per ettaro. Istat collega questi risultati all'elevato grado di specializzazione della melicoltura italiana, fortemente concentrata nelle regioni settentrionali. Alla riduzione della produzione di diverse specie si accompagna un forte incremento delle importazioni. Nel ventennio gli acquisti dall'estero aumentano del 413,6% per le pesche, del 199,1% per le pere, del 144,3% per le mandorle e del 144,1% per le nocciole. Nel 2025, per mandorle e nocciole, i quantitativi importati risultano ormai prossimi alla produzione nazionale.

 

Vite e olivo seguono traiettorie differenti

 

La produzione di vino mostra una sostanziale tenuta nel lungo periodo: passa da 49,6 milioni di ettolitri nel 2006 a 47,8 milioni nel 2025, con una diminuzione del 3,6%. Nello stesso periodo aumentano le esportazioni, da 18,8 a 21 milioni di ettolitri, e la quota destinata ai mercati esteri sale da 39,9 a 44 litri ogni 100 prodotti. Più marcata è la contrazione dell'olio di oliva. La produzione diminuisce del 37,6%, passando da circa 603 a 379 milioni di litri. Nel 2025 circa 298 milioni di litri, pari al 78,6% della produzione nazionale, sono destinati all'esportazione, mentre 81 milioni restano sul mercato interno. Parallelamente, le importazioni raggiungono 565 milioni di litri, un volume pari a circa una volta e mezza la produzione italiana. Il quadro evidenzia quindi una filiera fortemente integrata con gli scambi internazionali, nella quale l'Italia destina all'export una quota molto elevata della propria produzione e alimenta il mercato interno attraverso consistenti flussi di importazione.

 

Zootecnia: meno capi, aumenta la produttività del latte

 

Il patrimonio zootecnico si riduce per gran parte delle specie allevate. Tra il 2006 e il 2025 gli ovini diminuiscono del 28,1%, i suini del 15,6% e i bovini del 12,2%, in linea con una tendenza osservata anche a livello europeo. Fanno eccezione i bufalini, aumentati del 92,6%, e i caprini, cresciuti del 3,4%. Anche le macellazioni evidenziano un cambiamento nella composizione produttiva. Il peso morto di bovini e bufalini diminuisce del 40,9%, mentre quello degli avicoli cresce del 56,8%.


Una dinamica diversa riguarda il latte. Tra il 2006 e il 2024 la raccolta complessiva aumenta del 27,2%, passando da 108 a 138,4 milioni di quintali. Nel comparto bovino la crescita deriva soprattutto dall'aumento della produttività: la quantità media di latte vaccino per capo sale del 54%, da 58 a 86,2 quintali. Nello stesso periodo la produzione di formaggi aumenta del 17,7%, mentre quella di burro diminuisce del 21,3%.

 

Specializzazione e dipendenza dall'estero

 

La serie storica dell'Istat restituisce quindi un'agricoltura caratterizzata da una contrazione strutturale di alcune grandi produzioni, accompagnata dalla crescita o dalla maggiore concentrazione di altre. Le filiere nelle quali l'Italia conserva una forte specializzazione produttiva – dal riso al frumento duro, dal vino alla mela e al latte – mostrano capacità di tenuta differenti. In altri comparti, quali mais, frumento, alcune specie frutticole e olio di oliva, aumenta invece il ruolo degli approvvigionamenti internazionali. Per le imprese agricole, questi cambiamenti incidono sulle scelte produttive, sulla disponibilità di materie prime nazionali e sui rapporti con l'industria di trasformazione. L'espansione della soia e delle colture foraggere assume inoltre un rilievo particolare per la zootecnia, perché intercetta la crescente attenzione europea verso una maggiore autonomia nell'approvvigionamento di proteine vegetali.

Per tecnici e mondo scientifico la nuova serie storica 2006-2025 offre infine una base statistica armonizzata per analizzare la relazione tra riduzione delle superfici, variazione delle rese, specializzazione territoriale e crescente apertura commerciale dell'agricoltura italiana.