Latte, gli allevatori si preparano a un calo dei prezzi
Al convegno di Marene (Cn) del 18 novembre che Confagricoltura Piemonte – nelle articolazioni territoriali di Cuneo e Torino – ha dedicato al mercato lattiero-caseario è emerso con chiarezza che la crisi dei prezzi del latte non è un incidente locale, ma l’effetto di una combinazione di fattori globali che si scaricano con particolare forza sulla realtà piemontese.
Produzione record
Dopo l’apertura di Luca Crosetto, presidente della Camera di Commercio di Cuneo, gli analisti del Clal (il Centro studi sul latte fondato e diretto da Angelo Rossi) Mirco Devincenzi e Alberto Lancellotti hanno evidenziato che, a livello mondiale, a settembre 2025 la produzione di latte è cresciuta del 4,4% rispetto a un anno prima, un aumento così forte che non si vedeva dal 2014. La spinta arriva soprattutto da Europa e Stati Uniti: negli Stati Uniti la mandria di bovine da latte conta 240.000 capi in più rispetto all’anno precedente, mentre in Europa settembre segna un +4,3% dopo anni di difficoltà. I principali produttori – Germania (+4,9%), Francia (+5,9%), Olanda (+6,8%) e Polonia (+1,5–2%) – hanno tutti imboccato una fase espansiva, favorita da un margine alla stalla positivo che ha spinto gli allevatori a macellare meno capi.
Il risultato è un’“abbondanza di latte” che, come ha ricordato Angelo Rossi, non si vedeva da oltre dieci anni. E quando il prezzo è alto “la vacca che fa un litro in più la tengo”: le macellazioni calano, la mandria cresce, la produzione s’impenna. La responsabilità – è stato sottolineato – non è solo della domanda, che pure resta positiva (+2,3% a livello mondiale, con formaggi a +5,4%, burro e panna a +12,7%, yogurt a +10,3%), ma anche delle scelte produttive degli allevatori.
Export in calo
L’Europa, però, questa domanda la intercetta solo in parte: tra gennaio e luglio le esportazioni complessive sono in calo dell’1,7%. Le polveri pesano il 28% sull’export europeo e sono in flessione (-1,5%), i formaggi crescono solo dell’1,5%, mentre altri Paesi competitor avanzano più rapidamente. Sul fronte delle commodity il burro è sceso da circa 8 euro/kg a 5,37 euro/kg, con scorte elevate e importazioni europee di burro statunitense rese convenienti da un differenziale di prezzo che resiste persino dopo aver applicato dazi di circa 2 €/kg.
La leva competitiva delle produzioni DOP
In questo quadro – ha evidenziato Roberto Abellonio, direttore di Confagricoltura Cuneo - la filiera italiana mantiene qualche punto di forza, ma deve fare i conti con la stessa pressione. L’Italia destina il 46% del latte ai formaggi DOP, che garantiscono una migliore valorizzazione, mentre il restante 54% va a prodotti – yogurt, formaggi freschi, non DOP, latte alimentare – molto più esposti alle dinamiche mondiali. La produzione ufficiale gennaio–agosto risulta stabile, ma le elaborazioni presentate al convegno stimano in realtà un +1,1%. La Lombardia concentra il 46% del latte nazionale, il Piemonte è la quarta regione con il 9% delle consegne.
Dentro questo 9% si gioca una partita decisiva. In Lombardia il 33% del latte è destinato alla produzione di Grana Padano, mentre in Piemonte il Grana assorbe solo il 2% delle consegne. Al contrario, il Gorgonzola è centrale: vale il 26,7% delle consegne piemontesi, in aumento del 9%. Proprio su questo nodo è intervenuto l’allevatore Guido Oitana, presidente della sezione latte di Confagricoltura Piemonte, ricordando che in provincia di Torino oggi non è possibile produrre latte destinato a Grana Padano o Gorgonzola. Una limitazione che secondo Oitana non trova giustificazione tecnica – “le differenze di produzione tra il territorio torinese, il sud del Torinese e il Cuneese non esistono” – e che rischia di penalizzare strutturalmente una parte del sistema regionale.
Il quadro produttivo piemontese – ha spiegato il direttore di Confagricoltura Piemonte Paolo Bertolotto - conferma la delicatezza del momento: complessivamente sono attive circa 2.000 allevamenti bovini con oltre 748.000 capi complessivi, con una flessione dei bovini da carne e da latte e un lieve aumento dei suini. Sono 1.300 gli allevamenti da latte, per un totale capi che sfiora le 230.000 unità, localizzati per la maggior parte nelle province di Cuneo (41% delle aziende, 52% dei capi) e Torino (39% delle aziende, 33% dei capi).
Costi di produzione stabili
Sul versante dei costi di produzione, come hanno chiarito i tecnici del Clal, alcuni segnali sono meno negativi rispetto al biennio precedente: a novembre 2025 l’energia elettrica costa circa il 19% in meno rispetto a novembre 2024, il gas naturale oltre il 20% in meno. I fertilizzanti si sono stabilizzati dopo i picchi 2022–23, pur restando più cari rispetto al periodo pre-crisi; il gasolio agricolo rimane su un gradino superiore rispetto al 2016–18 e negli ultimi mesi mostra un leggero rialzo. Sul fronte dei alimenti per il bestiame le stime indicano una produzione mondiale di mais in aumento del 4,5% tra il 2024/25 e il 2025/26, con prezzi in lieve calo nelle principali piazze, mentre la soia , dopo l’allentamento delle tensioni tra Usa e Cina, esce da un massimo storico di disponibilità. In Italia i prezzi di mais e frumento tenero risultano stabili o in leggero calo, la farina di soia ha recuperato terreno sull’onda del rialzo internazionale, il fieno di erba medica pressato cresce in modo continuo da metà 2022. Sommando alimentazione ed energia, i costi specifici per l’allevatore restano più alti rispetto al 2020, ma oggi si collocano in una fascia relativamente stabile.
Il prezzo del latte alla stalla è atteso in calo
Di fronte a un prezzo del latte in Europa che, dalle elaborazioni sui ricavi di Edamer e polvere+burro (rispettivamente 40,53 e 38,13 € per 100 litri), si attende in discesa sotto i 50 centesimi fino a sfiorare i 45 centesimi/kg nei prossimi sei mesi, il messaggio uscito da Marene è stato netto: la fase eccezionale di prezzo intorno ai 60 centesimi e oltre “mantenuta per quasi tutto l’anno” è alle spalle. “In Piemonte – ha concluso Tommaso Visca, presidente della cooperativa Lait Service e consigliere di Piemonte Latte - dove il peso delle DOP è significativo ma non sufficiente a mettere al riparo l’intera filiera, la tenuta passa da due scelte chiave: rafforzare la capacità di trasformazione cooperativa del latte e lavorare, sul solo fronte che è davvero controllabile in azienda, i costi di produzione, mettendo “fieno in cascina” nei momenti di euforia per resistere alla fase discendente del ciclo”.