MONCUCCO TORINESE, UNA GITA TRA COLLINE E TAJARIN ALL’OSTERIA MANGÈ BIN
Ci sono giornate di settembre in cui sarebbe quasi un peccato restare in città. Il foliage deve ancora cominciare sul serio, l’aria ha perso l’afa estiva e sulle colline tra Chieri e l’Alto Astigiano si viaggia bene con qualunque mezzo: a piedi per chi ha tempo, in bicicletta per chi ha gambe, in moto oppure in automobile. Decapottabile, se proprio vogliamo concederci il lusso.
Per questa stagione Cesare Pavese aveva trovato una definizione straordinariamente efficace. Ne La luna e i falò, parlando proprio del tempo della vendemmia, scriveva: «Sono i giorni più belli dell’anno» e, poco dopo, «caldo non fa più, freddo non ancora; c’è qualche nuvola chiara». Difficile migliorare la sintesi.
Da Chieri si prende la strada verso Castelnuovo Don Bosco e poi si devia per Moncucco Torinese. Bastano pochi chilometri perché il paesaggio cambi continuamente: prati, qualche vigna, boschetti, canneti lungo gli impluvi, cascine e colline senza le pendenze più nervose delle Langhe o del Roero. È una terra di mezzo, geograficamente e culturalmente. Torino è vicinissima, l’Astigiano è già cominciato, il Monferrato fa da denominatore comune.
Moncucco, infatti, porta nel nome un legame che la carta amministrativa sembra voler contraddire. Gli abitanti aggiunsero ufficialmente l’aggettivo “Torinese” nel 1863 proprio per sottolineare il rapporto con Torino; dal 1935 il paese appartiene invece alla provincia di Asti.
Quella strana provincia di Asti
Qui serve una piccola deviazione storica, perché sulla nascita della provincia astigiana circola da tempo una leggenda gustosa quasi quanto quelle gastronomiche: Benito Mussolini avrebbe “regalato” una provincia al maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, astigiano di Grazzano, e Badoglio ne avrebbe disegnato i confini pensando a una foglia di vite o a un grappolo d’uva.
La storia documentata è un po’ diversa e forse persino più interessante. La provincia di Asti fu ricostituita nel 1935 dopo un percorso politico avviato già nel 1929. La Prefettura attribuisce un ruolo determinante al podestà Vincenzo Buronzo, a Pietro Badoglio e all’imprenditore Giovanni Penna. Il Consiglio dei ministri prese la decisione il 30 marzo 1935 e il Regio decreto legge n. 297 del 1° aprile ne fissò l'istituzione dal 15 aprile. La storia della “provincia regalata a Badoglio” va quindi presa come aneddotica locale, così come quella del grappolo. Il decreto ricostituì la circoscrizione partendo dal cessato circondario di Asti e da comuni appartenenti soprattutto all’Alessandrino, con apporti dalle circoscrizioni confinanti di Alessandria e Cuneo. Moncucco resta però, per posizione, paesaggio e relazioni, fortemente rivolto verso il Torinese. Il nome scelto dagli stessi moncucchesi più di 160 anni fa qualcosa vorrà pur dire.
A Moncucco si va a “mangé bin”
Arrivati nel borgo, c’è un indirizzo che giustifica la deviazione: l’Osteria Mangè Bin, negli ambienti della storica Società Operaia di Mutuo Soccorso, proprio di fronte al castello.
Il nome non ha bisogno di grandi traduzioni: qui l'intenzione è, semplicemente, “mangiare bene”. E l’ambiente mantiene l’aspetto dell’osteria di paese, senza travestimenti: sale raccolte, mobili e credenze che appartengono alla memoria del luogo, tavoli apparecchiati con semplicità. In questa stagione è anche possibile mangiare fuori nel cortile raccolto dentro il muro di cinta.
Dietro questa casa c’è anche un pezzo della storia della promozione enogastronomica piemontese. Il nome da ricordare è quello di Giuseppe “Beppe” Fassino, moncucchese, agronomo, giornalista e uomo delle istituzioni agricole. Laureato in Scienze Agrarie a Torino, lavorò nella Coldiretti, partecipò dal 1978 al 1990 ai lavori del Comitato paritetico per i problemi sociali dei lavoratori agricoli della CEE a Bruxelles, collaborò con Gazzetta del Popolo, La Stampa e L’Informatore Agrario e fu assessore provinciale all’Agricoltura ad Asti.
Nel 1981 promosse a Moncucco la Bottega del Vino, la prima esperienza di questo tipo in Piemonte; più tardi creò Italian Wine Travels, tour operator specializzato nel turismo vitivinicolo ed enogastronomico. Era, insomma, uno di quelli che parlavano di turismo del vino quando l’enoturismo non aveva ancora un nome di uso corrente. Fassino ci ha lasciati a gennaio del 2021.
La storia dell’attività di ristorazione avviata da Fassino con la moglie nei locali della Società Operaia nei primi anni Ottanta meriterebbe un capitolo a parte: anticipava quella formula che oggi chiameremmo valorizzazione integrata del territorio, mettendo nello stesso posto cucina, vino, agricoltura e accoglienza.
Da qualche anno l’Osteria Mangè Bin ha una nuova gestione, con Emanuela e Luca, marito e moglie, con precedenti esperienze di ristorazione a Chieri, giovani, bravi e già esperti, appassionati e sorridenti, con una volontà che coinvolge.
Tajarin, acciughe e cavolo verza
La cucina è piemontese senza bisogno di dichiarazioni programmatiche. Piatti riconoscibili, porzioni generose, buona esecuzione e qualche variazione capace di evitare l’effetto museo.
Noi abbiamo cominciato con dei tajarin con burro e acciughe, completati da scorza di limone e pangrattato: piatto apparentemente semplice, ma ben costruito. La sapidità dell’acciuga entra nel burro, il limone alleggerisce e il pane aggiunge consistenza. Poi una lasagna al forno con toma e cavolo verza, servita dentro una terrina, molto bella e ben presentata, decisamente più robusta al palato, con il carattere lattico del formaggio e quello vegetale del cavolo che si tengono testa senza troppe cerimonie.
La carta cambia seguendo disponibilità e stagione. Nel menu tra gli antipasti ci sono i grandi classici della cucina piemontese: tomini al verde, l’immancabile vitello tonnato, la battuta di Fassone, l’insalata russa, la lingua salmistrata col bagnetto verde, i peperoni cotti al forno con l’acciuga. Tra i primi piatti gli agnolotti al ragù di vitello e salsiccia e la zuppa fredda al pomodoro aromatizzata al sedano ed erbe aromatiche accompagnata da un crostone di pane croccante. Tra i secondi lo stracotto di Fassone al vino Albugnano, lo spezzatino di coniglio, il baccalà infarinato e fritto con bagnetto verde e, ancora per qualche giorno, il carpione estivo vegetariano di zucchine, carote e uova, tutti accostamenti che raccontano bene il territorio.
Ricca e accurata la selezione di vini. Per chi preferisce affidarsi alla casa c’è il menu degustazione da 35 euro. Conviene prenotare: l’osteria abitualmente è aperta tutti i giorni, tranne il lunedì.
Sei ci andate di giorno, come abbiamo fatto noi, non abbiate fretta di tornare sulla strada più corta. Da Moncucco conviene scendere verso Sciolze, lasciando che siano le curve a scegliere il panorama: colline morbide, campi, vigne e cascine, con in fondo alle valli la piana del Po che progressivamente torna all’orizzonte.
Il foliage arriverà tra qualche settimana. Per adesso bastano l’aria di settembre, una strada di collina e un pranzo fatto come si deve. Pavese, in fondo, aveva già compilato il bollettino meteorologico migliore: «caldo non fa più, freddo non ancora». Per una gita a Moncucco è una previsione più che sufficiente.
Osteria Mangé Bin
Via Mosso, 6 - Moncucco Torinese (Asti)
Telefono: +39 338 2215234