OBESITÀ E CLIMA: IL RUOLO DEI SISTEMI ALIMENTARI

La rivista scientifica Frontiers in Science ha pubblicato il lavoro Obesity and climate change: co-crises with common solutions, un’analisi che propone di interpretare obesità e cambiamento climatico come due fenomeni interconnessi generati, almeno in parte, dallo stesso modello di produzione e consumo alimentare. Lo studio è una revisione della letteratura scientifica che intende sintetizzare le conoscenze disponibili e proporre linee di intervento a livello di politiche pubbliche. 

 

 

Che cosa afferma il rapporto

 

Il punto di partenza del lavoro è la definizione di obesità e crisi climatica come “co-crisi”. Secondo gli autori entrambe derivano da sistemi economici e alimentari che incentivano modelli di consumo non sostenibili dal punto di vista sanitario e ambientale. 

Il rapporto ricorda innanzitutto la dimensione della crisi sanitaria. A livello globale oltre 2,6 miliardi di persone vivono con sovrappeso o obesità, una cifra che, secondo le proiezioni citate nello studio, potrebbe superare i 4 miliardi entro il 2035. In altre parole, entro poco più di un decennio oltre metà della popolazione mondiale potrebbe essere classificata come in sovrappeso o obesaIl documento osserva che negli ultimi anni si sono sviluppati nuovi strumenti terapeutici, quali i farmaci anti-obesità di nuova generazione o la chirurgia bariatrica. Tuttavia gli autori sostengono che trattare farmacologicamente o chirurgicamente una quota così ampia della popolazione mondiale sarebbe economicamente e logisticamente insostenibile, oltre a comportare rischi clinici. Per questo motivo il rapporto propone di concentrarsi soprattutto sulla prevenzione. 


La causa principale individuata è la trasformazione dell’ambiente alimentare, che negli ultimi decenni ha favorito la diffusione di diete ad alta densità energetica dominate dagli alimenti ultra-processati. Secondo gli autori questi prodotti, composti spesso da ingredienti raffinati e additivi industriali, agiscono attraverso diversi meccanismi che favoriscono il consumo eccessivo e l’aumento di peso. 

Il rapporto sottolinea tuttavia che la categoria degli ultra-processati è molto eterogenea. Alcuni alimenti, quali carni trasformate e prodotti ricchi di zuccheri e grassi ma poveri di fibre, risultano associati a esiti sanitari peggiori. Altri prodotti trasformati a base vegetale, con maggiore contenuto di fibre e minore densità energetica, mostrano invece impatti differenti. Gli autori suggeriscono quindi classificazioni più precise per valutare correttamente il ruolo nutrizionale dei diversi alimenti. 

 

Accanto alla dimensione sanitaria il rapporto evidenzia il legame tra sistema alimentare e cambiamento climatico. La produzione e il consumo di cibo contribuiscono in modo rilevante alle emissioni di gas serra e ad altri impatti ambientali. Un esempio citato nello studio riguarda l’impronta climatica delle fonti proteiche: la produzione di 100 grammi di proteine da carne bovina può generare circa 50 kg di CO2 equivalente, mentre la stessa quantità di proteine ottenuta dai legumi comporta emissioni inferiori a 1 kg di CO2 equivalenteSecondo gli autori queste dinamiche mostrano come il sistema alimentare contemporaneo possa contribuire contemporaneamente alla diffusione dell’obesità e all’aumento delle pressioni ambientali. Per questo il rapporto propone politiche alimentari integrate capaci di intervenire sul funzionamento complessivo del sistema del cibo, dall’offerta industriale alle scelte di consumo. 

 

 

Una lettura critica dal punto di vista agricolo

 

Il rapporto ha il merito di riportare il dibattito sul piano dei sistemi alimentari, collegando salute pubblica, modelli di consumo e impatti ambientali. In questo senso offre una lettura più ampia rispetto a interpretazioni che attribuiscono la responsabilità delle criticità nutrizionali esclusivamente alla fase agricola della produzione. La trasformazione dell’alimentazione negli ultimi decenni è, infatti, il risultato di processi che coinvolgono tutta la filiera. La diffusione globale di prodotti ad alta densità energetica dipende non solo dalle materie prime agricole ma anche dalla trasformazione industriale, dalla logistica, dalla distribuzione commerciale e dalle strategie di marketing.

 

Osservato dalla prospettiva del settore agricolo il quadro proposto dal rapporto tende a rappresentare il sistema produttivo in modo relativamente uniforme. L’agricoltura reale è invece caratterizzata da una forte diversità di sistemi agronomici, territori e modelli produttivi. Anche nel caso della zootecnia, spesso citata nelle analisi climatiche, coesistono realtà molto differenti. Accanto ai sistemi intensivi esistono allevamenti estensivi legati alla gestione dei prati permanenti, alla valorizzazione di biomasse non direttamente utilizzabili dall’alimentazione umana e alla manutenzione del territorio rurale.

 

Un secondo aspetto riguarda la dimensione economica della transizione alimentare. Il rapporto insiste sulla necessità di modificare l’ambiente alimentare e orientare i consumi verso diete più sane e sostenibili. Tuttavia ogni trasformazione dei modelli di consumo implica inevitabilmente cambiamenti anche nelle filiere produttive. Per le imprese agricole questo significa innovazione tecnica, riconversioni colturali e nuovi equilibri di mercato. La sostenibilità nutrizionale e ambientale dei sistemi alimentari, in altre parole, deve necessariamente integrarsi con la sostenibilità economica delle aziende che producono le materie prime.

 

Il lavoro pubblicato su Frontiers in Science offre una lettura utile del legame tra salute umana e sostenibilità ambientale. Per trasformare questa impostazione in politiche efficaci sarà però necessario integrare la dimensione sanitaria con una maggiore attenzione alle dinamiche produttive dell’agricoltura e al funzionamento economico delle filiere agroalimentari.