Olio d’oliva: produzione buona, redditività scarsa

Il 2026 per il mercato oleario italiano si apre con una fase di apparente tregua dopo il violento ridimensionamento delle quotazioni registrato nell’autunno scorso. I prezzi all’ingrosso e all’origine sembrano aver interrotto la discesa, ma il livello raggiunto continua a essere giudicato insufficiente dalla maggior parte dei produttori. L’analisi dei dati ufficiali ICQRF e ISMEA, integrata con le più recenti prese di posizione delle organizzazioni agricole, delinea un quadro complesso, nel quale la stabilizzazione dei listini non coincide con una reale tenuta economica della filiera.

 

Il raccolto 2025 è stato abbondante

 

Sul piano delle disponibilità il Report Frantoio Italia n. 1/2026 dell’ICQRF certifica una situazione di abbondanza che pesa sulle dinamiche di mercato. Al 31 dicembre 2025 le giacenze nazionali di olio di oliva ammontavano a 276.059 tonnellate, in crescita del 38,4% rispetto allo stesso periodo del 2024. La struttura dello stock è qualitativamente solida: l’olio extra vergine rappresenta il 78,6% del totale, con 155.254 tonnellate di EVO di origine italiana, in aumento del 48,0% su base annua. Il biologico supera le 43 mila tonnellate, mentre le produzioni DOP e IGP incidono per oltre il 12% dell’EVO complessivo. Dati che confermano una campagna 2025/2026 più generosa e di buon profilo qualitativo, ma che allo stesso tempo alimentano il tema della difficoltà di assorbimento delle scorte in un contesto di prezzi deboli.

 

Prezzi elevati solo per le produzioni certificate

 

Le rilevazioni ISMEA Mercati delle prime settimane di gennaio 2026 mostrano un mercato all’origine fortemente segmentato. L’extravergine italiano di qualità si mantiene sopra i 7,5 euro/kg, mentre le denominazioni continuano a difendere valori ben più elevati, con la DOP Garda intorno ai 15,50 euro/kg, il Chianti Classico sui 16 euro/kg e la Brisighella che supera i 23 euro/kg franco azienda. Si tratta di quotazioni che confermano la capacità delle produzioni certificate di intercettare valore, ma che restano circoscritte a una quota minoritaria dei volumi e non riescono a compensare le difficoltà diffuse della produzione convenzionale, soprattutto nelle aree a maggiore concentrazione di oliveti tradizionali.

 

 

Quotazioni basse per l’olio straniero


Il confronto internazionale continua a rappresentare il principale fattore di pressione. Secondo i prezzi internazionali ISMEA, aggiornati alla settimana del 16 gennaio 2026, in Spagna l’olio extravergine si colloca tra 4,25 e 4,26 euro/kg, il vergine tra 3,75 e 3,82 euro/kg e il lampante intorno ai 3,50 euro/kg. In Grecia, nelle prime due settimane del 2026, l’extravergine si attesta mediamente tra 4,70 e 4,80 euro/kg, circa 50 centesimi in più rispetto allo spagnolo, in un contesto di scambi limitati e raccolta rallentata. Nonostante una produzione complessiva mediterranea inferiore alle attese – con la Spagna stimata intorno alle 716 mila tonnellate, la Tunisia sotto le 400 mila e la Grecia sotto le 200 mila tonnellate a fine 2025 – i prezzi internazionali restano su livelli che comprimono la competitività del prodotto italiano non certificato.

 

Import in aumento


A complicare il quadro contribuisce la dinamica delle importazioni. Secondo analisi diffuse tra novembre e dicembre 2025 da Coldiretti e Unaprol, nei primi otto mesi del 2025 le importazioni di olio comunitario in Italia sono aumentate di circa il 78%, con un ruolo rilevante della Grecia. Un flusso che ha alimentato la pressione sui listini nazionali proprio mentre la grande distribuzione intensificava politiche promozionali aggressive, con extravergine comunitario proposto sugli scaffali anche sotto i 4 euro al litro. In questo contesto la stabilizzazione dei prezzi all’origine non viene percepita come un segnale di riequilibrio, ma come una fase di attesa carica di incertezza.

 

Olivicoltura sotto pressione


Il malessere della base produttiva emerge con forza nelle prese di posizione delle organizzazioni agricole. Coldiretti e Unaprol parlano apertamente di “invasione di prodotto estero” e indicano nella tracciabilità lungo tutta la filiera uno strumento indispensabile per ristabilire trasparenza e valore, chiedendo sistemi di monitoraggio dei prezzi più puntuali e controlli rafforzati sui flussi in ingresso. Confagricoltura ha sollecitato il Governo a interventi urgenti contro il crollo delle quotazioni dell’extravergine italiano, puntando su strumenti di gestione del mercato e su una promozione più incisiva del “100% italiano” come leva competitiva. Cia–Agricoltori Italiani colloca la crisi attuale all’interno di fragilità strutturali di lungo periodo e individua nel Piano olivicolo nazionale la risposta necessaria, richiamando criticità ormai croniche come la scarsa disponibilità idrica, i costi di produzione elevati, la produttività instabile e la difficoltà di competere sui mercati internazionali con modelli produttivi più intensivi.

 

Il quadro che emerge all’inizio di quest’anno è quello di una filiera che dispone di prodotto, qualità e riconoscibilità, ma che fatica a trasformare questi asset in reddito. La stabilizzazione dei prezzi, da sola, non è sufficiente a garantire la sostenibilità economica delle aziende olivicole. Senza strumenti efficaci di gestione delle crisi di mercato, una tracciabilità realmente valorizzante e una strategia di medio periodo capace di rafforzare competitività e produttività, il rischio concreto è l’erosione progressiva della base produttiva nazionale, con effetti che andrebbero ben oltre la singola campagna olearia.