PARMIGIANO REGGIANO: MANGIMI E FORAGGI, IL FABBISOGNO DELL’AREALE DOP
SPECIALE DOP 3/5
Nel disciplinare del Parmigiano Reggiano il legame con il territorio non si esaurisce nei foraggi, come si potrebbe pensare guardando alla tradizione dei fieni: riguarda ormai anche una quota rilevante dei mangimi. È uno dei dati più significativi del Bilancio di massa per la zootecnia DOP elaborato da ISMEA sui dati 2025, che stima in circa 1,6 milioni di tonnellate di sostanza secca il fabbisogno annuo per alimentare le bovine della denominazione, delle quali quasi 800 mila tonnellate devono provenire dallo stesso areale.
Secondo le elaborazioni ISMEA, il fabbisogno complessivo della filiera raggiunge 1.599.019 tonnellate di sostanza secca, di cui 913.260 tonnellate costituite da foraggi e 685.759 tonnellate da mangimi. Il disciplinare prevede che almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi provenga dall’area DOP, determinando un fabbisogno territoriale minimo di 684.945 tonnellate. Per raggiungere la quota complessiva del 50% prevista dal Regolamento (UE) 2024/1143 occorrono però ulteriori 114.565 tonnellate di sostanza secca da mangimi prodotti nell’areale.
Il legame con il territorio non si esaurisce nei foraggi
Il dato assume rilievo perché il Parmigiano Reggiano è storicamente associato a un sistema alimentare fortemente basato sui fieni, ma il nuovo quadro regolamentare rende strategica anche la componente concentrata della razione. ISMEA stima che, per soddisfare il fabbisogno della denominazione, l’areale debba mettere a disposizione complessivamente 799.510 tonnellate di sostanza secca, delle quali circa l’86% sotto forma di foraggi e il restante 14% attraverso mangimi.
La differenza rispetto ad altre grandi DOP casearie emerge chiaramente dal confronto con il Grana Padano. Nel caso di quest’ultimo, infatti, il vincolo del 75% sui foraggi prodotti nell’area è già sufficiente a coprire la soglia territoriale richiesta dal regolamento europeo; per il Parmigiano Reggiano, invece, la quantità di foraggi locali obbligatoria non basta da sola e deve essere integrata con una quota di mangimi provenienti dal territorio. Il bilancio alimentare della denominazione si sposta quindi anche verso la disponibilità di mais, soia e altre materie prime destinate alla componente concentrata della dieta, collegando ancora più strettamente la produzione casearia alla struttura agricola dell’areale.
Oltre 2 milioni di tonnellate di latte e più di 200 mila vacche equivalenti
Per arrivare al calcolo dei fabbisogni ISMEA parte dalla quantità di formaggio prodotto e ricostruisce il latte necessario attraverso coefficienti tecnici di trasformazione. Nel caso del Parmigiano Reggiano, il rapporto stima oltre 2,1 milioni di tonnellate di latte vaccino destinate alla trasformazione e circa 212 mila vacche equivalenti in produzione, cui si aggiungono le vacche in asciutta e le manze gravide sottoposte alle prescrizioni alimentari previste dal disciplinare.
Il calcolo non si limita quindi alle sole bovine in lattazione. Il fabbisogno complessivo comprende anche gli animali non produttivi che, pur non contribuendo direttamente alla produzione di latte in quella fase, devono rispettare gli stessi vincoli alimentari. Questo elemento amplia la base zootecnica coinvolta e rende più realistico il bilancio di massa elaborato da ISMEA.
La razione tipo considerata per le vacche in lattazione prevede 9 kg al giorno di fieno di erba medica, 6 kg di fieno di prato, 1 kg di polpe di barbabietola, 5 kg di farina di mais, 3 kg di mais fioccato, 2 kg di farina di soia e 0,7 kg di farina di girasole, per un totale di circa 23,5 kg di sostanza secca giornaliera. Il modello tiene conto del rapporto foraggi-mangimi previsto dal disciplinare e dell’obbligo di provenienza territoriale di almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi.
Il fabbisogno di mangimi pesa per il 28% sulla disponibilità dell’areale
La parte più interessante del rapporto riguarda il confronto tra fabbisogno e disponibilità agricola. Per il Parmigiano Reggiano ISMEA stima nell’areale una disponibilità complessiva di circa 5,37 milioni di tonnellate di sostanza secca, di cui quasi 5 milioni rappresentate da foraggi.
Il fabbisogno della filiera incide per circa il 14% sulla disponibilità di foraggi, mentre nel caso dei mangimi il rapporto sale al 28%. È il valore più elevato registrato tra i principali formaggi DOP a base di latte vaccino analizzati nello studio e rappresenta il vero elemento da monitorare negli anni futuri.
Il 28% non indica una situazione di carenza immediata, ma segnala che, rispetto ai foraggi, il margine tra domanda della filiera e capacità produttiva territoriale è più ristretto. La disponibilità teorica resta sufficiente, ma una quota rilevante dei mangimi prodotti nell’area deve essere intercettata dal circuito DOP per consentire il rispetto dei requisiti previsti.
È inoltre necessario considerare che la produzione agricola dell’areale non è destinata esclusivamente al Parmigiano Reggiano. Mais, soia, frumento e altre colture alimentano contemporaneamente allevamenti bovini e suini, produzioni DOP e non DOP, mangimifici e altre filiere zootecniche. La disponibilità statistica rappresenta quindi una potenzialità produttiva del territorio, non una quantità automaticamente riservata alla denominazione.
La base foraggera è ampia, più delicato il fronte dei concentrati
La vocazione foraggera del comprensorio emerge con evidenza dai dati raccolti da ISMEA. Nell’areale del Parmigiano Reggiano la produzione di erba medica supera 4,6 milioni di tonnellate tal quale, mentre i prati avvicendati polifiti raggiungono circa 737 mila tonnellate. Sul fronte delle materie prime destinate ai mangimi, la disponibilità è più contenuta: il rapporto rileva circa 338 mila tonnellate di mais, 291 mila tonnellate di frumento tenero e poco più di 55 mila tonnellate di soia, prima della conversione in sostanza secca e dell’applicazione dei coefficienti di trasformazione.
Questa differenza spiega perché la criticità relativa emerga soprattutto sulla componente concentrata della dieta. Il sistema produttivo dispone di una base foraggera molto ampia e strutturalmente legata alla filiera casearia, mentre mais e proteaginose devono confrontarsi con una concorrenza più estesa tra differenti destinazioni zootecniche.
La riduzione delle materie prime zootecniche è il fattore da seguire
Il rapporto ISMEA richiama inoltre una tendenza di medio periodo che merita attenzione: nell’ultimo decennio la produzione delle principali materie prime destinate alla zootecnia si è ridotta nell’ordine del 15-18%, per effetto della contrazione delle superfici e delle difficoltà produttive legate a resa, qualità, eventi climatici estremi e costi degli input.
Per una denominazione come il Parmigiano Reggiano, che presenta già oggi il rapporto più elevato tra fabbisogno e disponibilità territoriale di mangimi tra i grandi formaggi DOP analizzati, la tenuta delle superfici cerealicole e proteiche dell’areale assume quindi un valore strategico. La questione non riguarda soltanto il rispetto formale del disciplinare o della normativa europea, ma la capacità della filiera di assicurarsi nel tempo quantitativi adeguati di materie prime locali, con caratteristiche qualitative compatibili con le esigenze dell’allevamento e con costi sostenibili.
Il bilancio 2025 resta ampiamente positivo, ma il dato del 28% indica con precisione il punto sul quale concentrare l’attenzione: la sicurezza alimentare della filiera del Parmigiano Reggiano dipenderà sempre più anche dalla capacità del territorio di mantenere competitiva la produzione di mangimi, oltre alla tradizionale e consolidata base foraggera.
Fonte: ISMEA, Bilancio di massa per la zootecnia DOP – aggiornamento metodologia e dati 2025, Direzione Filiere e Analisi dei Mercati, reso disponibile il 7 agosto 2026 (elaborazione dati 3 giugno 2026).
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